Alain Gilles, la mia carriera è un ghirigoro

Alain Gilles, la mia carriera è un ghirigoro

Una laurea in Scienze Politiche prima di quella in design. Cinque anni di lavoro nella finanza. Il progettista belga spiega il tortuoso percorso per realizzarsi

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Impavido, poliedrico e grande sognatore: Alain Gilles, nato in Belgio, classe 1970, ha stravolto le fila della propria vita per dedicarsi alla ricerca di nuove forme inesplorate.

Può raccontarci il suo percorso professionale: come è avvenuto il passaggio dal mondo della finanza a quello del design industriale? Cos’è scattato in lei per abbandonare una carriera così promettente e seguire la passione per il design?

Fin dall’adolescenza sono sempre stato attratto dall’architettura, dal design, dall’arte, dalle installazioni e dalla grafica. Fotografavo dei dettagli, anche i più insignificanti, che mi facevano pensare a qualcosa, che facevano nascere in me un concetto, un desiderio creativo. La mia attenzione spaziava dalle gocce di pioggia, ai tombini, ai particolari che notavo nelle stazioni della metropolitana. Le cose incompiute e non necessariamente belle spesso innescavano in me delle idee. A volte era anche un’incomprensione a farmi intravedere subito qualcos’altro. Tutte queste diapositive erano un po’ il mio taccuino. L’arte è qualcosa che ho sempre avuto dentro di me, ma che in qualche maniera facevo fatica ad accettare... ho sempre avuto l’impressione che la mia famiglia da me si aspettasse qualcos’altro!

Big Table (2009), Alain Gilles per Bonaldo
Big Table (2009), Alain Gilles per Bonaldo 

Inizialmente ho studiato Scienze Politiche perché volevo capire il mondo che mi circondava. Solo così ho scoperto l’intima somiglianza tra questa disciplina e il design industriale: entrambi sono basati proprio sull’analisi del mondo e dei bisogni, nonché sull’evoluzione del mondo e dei bisogni.

Il mio approdo al mondo della finanza internazionale, invece, è stato quasi una coincidenza.

Dopo la laurea, infatti, ho affittato per un breve periodo uno studio, nella convinzione di poter finalmente esplorare la mia creatività. Solo allora ho capito di non essere ancora pronto, mi mancavano gli strumenti per affrontare questo mestiere e mi mancava una guida…

Così ho cercato lavoro in una grande azienda americana, dicendomi che sarebbe stata una buona palestra per iniziare. Inoltre, avevo trascorso parte della mia adolescenza negli Stati Uniti, quindi per me rappresentava la chiusura di un cerchio. Per fortuna sono stato assunto nel primo posto in cui ho presentato domanda e sono finito nella finanza internazionale!

È stato un lavoro stimolante che, tuttavia, si è rivelato molto lontano dal mio centro di interessi. Questo mi ha spinto ad andare altrove. Ho deciso di prendermi una pausa dalla carriera e di studiare Design Industriale in Francia. Fortunatamente sono stato assunto da Quinze e Milan, a Courtrai, ancor prima di aver terminato ufficialmente i miei studi. Dopo aver svolto uno stage di sei mesi con Xavier Lust, a Bruxelles, ho lavorato per due anni e mezzo presso Q&M e alla fine, nel 2007, ho deciso di dedicarmi totalmente ai miei progetti.

I tavolini Elements di Alain Gilles per Bonaldo
I tavolini Elements di Alain Gilles per Bonaldo 

Parliamo della sua collaborazione con Bonaldo. Come è nata questa partnership? Ricorda il primo incontro o progetto che ha segnato l’inizio di questa collaborazione?

Ho proposto il primo progetto a Bonaldo nel 2007. Non avendo ricevuto risposta, sono andato a trovarli nel gennaio 2008 per discutere con loro del progetto. Tre giorni dopo mi hanno chiesto di inviare loro i disegni. Tutto è avvenuto così velocemente che i piccoli tavolini Tectonic sono stati lanciati solo due mesi dopo al Salone del Mobile di Milano. Erano il prodotto più abbordabile di tutta la gamma Bonaldo e, nonostante questo, rimasero in catalogo fino al 2022. Si trattava di un prodotto semplice, realizzato interamente in acciaio, che poneva già le basi concettuali per la progettazione del Big Table (uscito un anno dopo, nel 2009). All’epoca cercavo davvero di realizzare mobili che non fossero statici, che dessero un’impressione di movimento e che sembrassero cambiare personalità gradualmente. Desideravo che i miei tavoli, girandoci intorno, si rivelassero a mano a mano sempre diversi, da tutte le possibili angolazioni.

L’uscita di Big Table e il fatto che sia diventato uno dei prodotti più significativi del marchio ha creato un rapporto speciale con Bonaldo. Sarò sempre grato a loro per aver avuto fiducia in me, anche quando avevo appena iniziato e per avermi supportato in tutti questi anni permettendomi di sviluppare la mia visione. Lavoriamo insieme da 17 anni, il che non è poco!

Quali sono gli ultimi progetti nati da questo sodalizio?

La Cross Lounge Chair è uno degli ultimi progetti che abbiamo realizzato con Bonaldo, lanciata al Salone dello scorso anno. Contemporaneamente sono state realizzate la sedia PI, i tavoli da pranzo Louver e Canvas e i tavoli Elements.

Cross Lounge Chair di Alain Gilles per Bonaldo
Cross Lounge Chair di Alain Gilles per Bonaldo 

Ho immaginato la Cross Lounge Chair come un gioco di contrasti: da un lato l’estrema generosità delle parti imbottite (dello schienale e della seduta), dall’altro la finezza della struttura metallica, che rafforza il contrasto. Un gioco grafico tra la croce metallica, elemento tradizionale che generalmente sostiene le sedute in legno, e le forme più organiche che accolgono il corpo. Volevo che si percepisse il simbolismo dell’accoglienza e del comfort: lo schienale xxl, ad esempio, si comporta come delle braccia aperte, pronte ad accogliere calorosamente chi si siede. I braccioli imbottiti, invece, possono essere rimossi per conferire alla seduta un aspetto ancora più grafico e di contrasto. Gran parte della modernità di questa lounge chair è anche il fatto che i suoi braccioli sono costituiti da un unico tubo metallico che è curvato nella parte anteriore e che si estende fino alla parte posteriore del sedile, fermandosi appena prima dello schienale. I braccioli danno quindi l’impressione di non essere completamente sostenuti, il che ha richiesto, dal punto di vista tecnico e progettuale, un’attenzione maggiore per rendere i tubi sufficientemente solidi.

Il tavolo Louver di Alain Gilles per Bonaldo
Il tavolo Louver di Alain Gilles per Bonaldo 

Il design belga è spesso visto come minimale e funzionale, mentre il design italiano è associato a una maggiore emotività ed espressività. Come integra questi due mondi nel suo lavoro?

Non credo che ciò che progetto possa essere considerato tipicamente belga nell’approccio. Forse è perché ho trascorso parte della mia adolescenza negli Stati Uniti, dove ho studiato al Lycée Francais, e poi, più tardi, mi sono spostato in Francia, per riprendere a studiare design industriale.

Penso che il mio design sia più caldo ed espressivo di quello generalmente associato al design belga. Dopotutto, questa espressività è fatta con una certa dose di moderazione, perché non voglio che nel mio lavoro vengano visti elementi gratuiti. Rimango relativamente funzionalista ma con curve sinuose e ampiamente generose. Mi piace che il mio lavoro rimanga leggibile e che potenzialmente invecchi bene.

Crescendo in Belgio, quali sono state le principali ispirazioni nel suo design? Esistono alcuni aspetti culturali che si riflettono nei suoi progetti?

Avendo vissuto e incontrato persone provenienti da molti paesi quando ero giovane, la mia esperienza, e quindi probabilmente anche le mie ispirazioni, vengono da molto più lontano del Belgio. Riesco a capire e ad apprezzare il design belga, ma spesso non riuscirei a riconoscermi se fosse mio. Direi che il mio design ha un maggiore elemento di femminilità e di calore.

D’altro canto, ciò che sicuramente ha segnato la mia visione e ha allenato il mio occhio fin da giovanissimo è stata la lettura dei fumetti belgi. Che fosse Tintin di Hergé che mi veniva letto prima di andare a dormire o fumetti come Blake & Mortimer di Edgard P. Jacobs e il suo lavoro sul colore. Mi piace molto questa famosa “linea chiara” presente nei fumetti belgi. Mi piace che il mio lavoro sia leggibile: dico sempre che un buon disegno è quello che sarebbe ancora riconoscibile se l’immagine del disegno fosse ridotta alle dimensioni di un francobollo.

Il tavolo Canvas di Alain Gilles per Bonaldo
Il tavolo Canvas di Alain Gilles per Bonaldo 

Si sente più vicino alla cultura belga, francese o italiana?

Direi nessuna delle tre. Ho la possibilità di creare per marchi di diversi paesi, inclusi questi tre, il che mi permette di giocare con diversi aspetti che sono dentro di me, di poter regolare i cursori in modo leggermente diverso a seconda del paese di origine del marchio. Detto questo, ogni marchio ha propri valori, una propria logica che non si limita solo al paese di origine. Quindi, ad esempio, potremo trovare brand italiani con una visione più nordica del design, più minimale rispetto a quella che immaginiamo quando pensiamo al design italiano, oppure brand dei paesi nordici che sono più espressivi e latini…

Quali gli aspetti di ciascuna che le piacciono di più?

Mi riconosco sicuramente nell’aspetto concreto della cultura belga. Questa attitudine di essere sempre realistici. Lo esprimo, ad esempio, utilizzando i materiali per quello che sono e impiegandoli per valorizzare le loro autentiche caratteristiche. Della Francia apprezzo la creatività più sfrenata, la sua ricerca di freschezza, di libertà e leggerezza. Adoro i suoi borghi e la vita paesana, i bistrot e i piccoli ristoranti. Dell’Italia amo il gusto per i buoni prodotti e l’eccellenza della sua gastronomia. Il suo orgoglio per le particolarità locali e la grande conoscenza che gli italiani hanno di esse e della loro storia. E poi il lavoro di artigiani e restauratori, che hanno sempre voglia di superarsi, anche nel realizzare cose semplici e non necessariamente costose.

Cosa ammira di più del design italiano?

Ciò che ammiro e rispetto molto nell’approccio delle aziende di design italiane è la loro capacità di trovare soluzioni semplici per rendere possibili i progetti. Ma è anche il loro desiderio di distinguersi e di realizzare pezzi originali, per occupare una nicchia nel mercato. E poi la loro capacità di fidarsi della visione di un designer e di saper tradurre perfettamente il suo intento progettuale.

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