Rosa Rodrigo (La Bella), olio su tela di Anselmo Bucci, 1923-25

Rosa Rodrigo (La Bella), olio su tela di Anselmo Bucci, 1923-25

 

Art Déco, una parentesi di raffinatezza fra due guerre

La mostra che si apre a Milano il 27 febbraio racconta lo stile fatto di eleganza e joie de vivre che vivacizzò Francia e Italia negli anni Venti e Trenta quando l’arte del lusso conviveva con il culto del progresso
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Subito prima ci sono i massacri e gli orrori della grande guerra. Subito dopo si allunga lo spettro dei totalitarismi che precipiteranno l’Europa e il mondo intero dentro l’inferno di un genocidio e di un’altra guerra. L’Art Déco sta in mezzo: una breve parentesi di eleganza, raffinatezza e joie de vivre che si diffonde tra la borghesia di Francia e Italia negli anni Venti del ’900, ma che in altri Paesi occidentali si prolunga anche nei successivi anni Trenta.

L’evento fondativo è l’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes, inaugurata a Parigi esattamente cento anni fa, il 28 aprile 1925. Ed è proprio per celebrare adeguatamente questo centenario che Palazzo Reale di Milano propone la mostra Art Déco. Il trionfo della modernità, a cura di Valerio Terraroli, dal 27 febbraio al 29 giugno 2025: un’esposizione che raccoglie circa 250 opere fra vetri, maioliche e porcellane, passando per dipinti e sculture, ma anche oggetti d’arredo, abiti haute couture, alta oreficeria via via fino a vetrate e mosaici che rimandano alle atmosfere eleganti di hotel, stazioni e mezzi di trasporto di lusso, come aerei e transatlantici.

Galileo Chini, Primavera, pannello in maiolica a lustri, manifattura Fornace San Lorenzo Chini &C. 1914-20

Galileo Chini, Primavera, pannello in maiolica a lustri, manifattura Fornace San Lorenzo Chini &C. 1914-20

 

Galileo Chini, Primavera, pannello in maiolica a lustri, manifattura Fornace San Lorenzo Chini &C. 1914-20]]

Rispetto alle precedenti esposizioni universali di arti decorative (ricordiamo anche solo quella di Monza del 1909, o quella di Bruxelles dell’anno successivo) che erano dominate dal gusto Art Nouveau, quella di Parigi accoglie con convinzione le arti applicate, in particolare il design di oggetti e l’arredamento. Ma soprattutto celebra il lusso e l’eleganza come stile di vita. La mostra di Palazzo Reale cerca di dar conto di tutto questo riproponendo innanzitutto un’ampia antologia della presenza italiana all’esposizione parigina: ci sono così – tra gli altri – i vasi e le piastrelle in maiolica di Galileo Chini (che a Parigi ottiene il Grand Prix), le argenterie Ravasco e i vetri soffiati di Vittorio Zecchin. Sono opere che non solo tracciano il possibile paesaggio aurorale del protodesign italiano ma che testimoniano il chiaro orientamento della cultura borghese del primo dopoguerra ad addomesticare le formule proposte dalle avanguardie, riportandole in un orizzonte di evasione, divertimento, piacevolezza e stile, certo moderno, ma depurato di qualsivoglia carica provocatoria.

Ritratto di Wally Toscanini, di alberto Martini, 1925, scelto per il manifesto della mostra

Ritratto di Wally Toscanini, di alberto Martini, 1925, scelto per il manifesto della mostra

 

Ritratto di Wally Toscanini, di alberto Martini, 1925, scelto per il manifesto della mostra]]

Come afferma Valerio Terraroli, «la metafisica svapora in grazie da balletto e l’aggressività cubo-espressionista è tradotta in termini di cinico snobismo». Dopo una sezione dedicata alla Francia e al signore assoluto del Déco francese Jacques-Émile Ruhlmann (capace di creare mobili dalle linee essenziali e dalle forme pure, e arredi preziosi con inserti di legni pregiati, avorio, madreperla e piccole sculture), la mostra prosegue articolandosi per temi: ed ecco allora la natura e gli animali selvaggi (quali ad esempio gli scimpanzé, il babbuino e la gazzella di Sirio Tofanari o i pesci di Lalique), o l’omaggio al Vittoriale di Gabriele D’Annunzio, con il suo inimitabile impasto di ambiguità, mistero e fascino per ciò che è diverso dal quotidiano, ma anche ricerca spasmodica di stupore e meraviglia, di tensione erotica e di immagini esotiche che evochino luoghi remoti nel tempo e nello spazio, a cominciare dal repertorio decorativo dell’antico Egitto.

Credenza decorata con fondo marino in legno intagliato e dorato di Vittorio Zecchin, 1923

Credenza decorata con fondo marino in legno intagliato e dorato di Vittorio Zecchin, 1923

 

Credenza decorata con fondo marino in legno intagliato e dorato di Vittorio Zecchin, 1923]]

I temi cari al Déco rimbalzano da una sala all’altra e si fanno eco reciproca: la fascinazione dell’esotico, l’orientalismo raffinato, l’idea di un’Africa moderna e selvaggia, l’avventuroso alla Salgari, via via fino a quell’amore per l’antichità che trova espressione emblematica nelle ceramiche di Gio Ponti per Richard Ginori, da un lato con il recupero del mondo classico e dei suoi miti, da Diana cacciatrice alle Veneri e alle Sirene, dall’altro con la rievocazione del mondo rinascimentale e tardo-cinquecentesco, con obelischi, nicchie, colonne, archi trionfali, ma anche urne, vasi, ciotole e servizi da tavola nei quali – afferma Terraroli – «ogni segno grafico, ogni composizione, ogni scelta cromatica costituisce uno dei punti più alti e consapevoli del Déco italiano».

L’allestimento, curato da Storyville, cerca di restituire il clima e le atmosfere di quella stagione irripetibile e affascinante utilizzando frame cinematografici e installazioni multimediali, fotografie storiche e riproduzioni di manifesti e riviste, fino a disegnare un paesaggio emozionale e comunicativo in cui energia, lusso e culto del progresso convivono con un sentimento diffuso di inquietudine e fragilità.

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