Villa del Balbaniello, Tremezzina (Co), foto Alessio Mesiano Fai

Villa del Balbaniello, Tremezzina (Co), foto Alessio Mesiano Fai

 

Fai, l’ambasciatore del Belpaese

Il Fai compie 50 anni. E il 22 marzo arrivano le aperture delle Giornate di Primavera
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Piccoli anelli in ottone che tengono tirate le tende bluette delle finestre a saliscendi in mogano. Lo stesso ottone delle lampade, lo stesso bluette del linoleum dei pavimenti interni. Se esiste un modo per misurare la cura con cui i beni affidati al Fondo per l’Ambiente Italiano, che quest’anno celebra 50 anni, riprendono vita, va ricercato nei dettagli. La Velarca, casa-barca progettata dai BBPR (Gian Luigi Banfi, Lodovico Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers) nel 1959, è tornata al suo originale approdo sul lago di Como, di fronte all’Isola Comacina, dopo un restauro meticoloso. Nelle prossime settimane sarà completato anche l’intervento sul giardino, sempre nel rispetto del progetto originale dello studio milanese, ma nel frattempo, dal 15 settembre 2024 a inizio gennaio, i visitatori sono stati 4.700. Uguale destino per il Memoriale Brion a San Vito d’Altivole, provincia di Treviso. Per il capolavoro di Carlo Scarpa, ultimato tra il 1970 e 1978 (anno della morte dell’architetto in Giappone) attenendosi fedelmente ai 1500 disegni che lo raffigurano nei particolari, i visitatori del 2024 sono stati 46.500. «Avvicinare al patrimonio materiale e intellettuale del nostro Paese, adottando un linguaggio inclusivo che consenta a tutti di apprezzare anche gli interventi più raffinati, è la missione della nostra fondazione», dice il presidente del FAI Marco Magnifico. «Vale per la straordinaria forza del luogo progettato da Scarpa, in cui quasi si rimane soggiogati dalla spiritualità dell’architettura; vale per il casino di caccia del Seicento dei baroni Mollo che apriremo quest’anno per raccontare la storia del brigantaggio della Sila; e vale per l’Orto sul Colle dell’Infinito a Recanati. Uno delle nostre operazioni più difficili perché si trattava di mettere in relazione il valore paesaggistico e quello filosofico e poetico: noi invitiamo a passeggiare in silenzio dentro i versi del poeta e la sua ispirazione».

Dice Magnifico che la prima regola dell’accoglienza FAI sta nella cancellazione della parola “vietato”, perché non si troverà mai, all’interno di un loro Bene, un divieto a toccare, sedersi, muoversi. Un rifiuto a essere ingessati di fronte a una proposta culturale, che si rispecchia anche nella varietà tipologica del patrimonio gestito. «Nella percezione comune il capitale artistico di un Paese è fatto di ville, case importanti, monumenti o chiese, ma anche una barberia storica, come la Giacalone tra i caruggi di Genova, un’azienda agricola, o un muretto a secco, custodiscono una sapienza pari a quella del fastoso Castello della Manta. Da storico dell’arte, per esempio, mai avrei pensato di occuparmi di mucche, e invece, se si studia la tutela del paesaggio, si scopre che il pascolo è fondamentale. E che le mucche, proprio come i muretti a secco che si differenziano nella costruzione da San Fruttuoso a Ieranto, non sono tutte uguali: in Valtellina, dove abbiamo recuperato l’Alpe Pedroria, con tanto di storici calècc per la lavorazione del bitto, abbiamo riportato le Brune Alpine e le capre Orobiche; a Fontana Secca, nel bellunese, le Burline, che Mussolini aveva decretato indegne causa la loro scarsa produzione di latte e invece salvate da alcuni pastori ribelli. La ricchezza della nostra storia è la somma di specifiche identità, e tutte concorrono a formare un mosaico in cui nessuna tessera è insignificante». La malga Fontana Secca, con la riqualificazione di pascoli e aree forestali, da settembre diventerà un alpeggio didattico con l’obiettivo di promuovere i valori ecologici, storici e culturali del paesaggio alpino. Qui si tornerà a fare transumanza, fare formaggio, perché mantenere i Beni produttivi è un modo, dice Magnifico: «per fare una conservazione attiva e non cedere alla museificazione, per restituire alla collettività un luogo vivo e sempre attuale».

Marco Magnifico, foto Barbara Verduci Fai

Marco Magnifico, foto Barbara Verduci Fai

 

Così, nella Villa Necchi Campiglio di Piero Portaluppi, i fiori sono sempre freschi come se vi abitassero ancora Gigina e Nedda; si produce olio con gli uliveti di Ieranto in Campania e del Bosco di San Francesco ad Assisi, vino a Villa Caviciana di Gradoli, nel viterbese, la prima tenuta agricola entrata a far parte del FAI nel 2022. «La cosa straordinaria» conclude Magnifico, «è che non siamo noi a decidere quali luoghi racconteranno la storia culturale del Paese, sono gli italiani, i donatori, i tanti volontari, che ci affidano le loro proprietà. L’ultima che abbiamo accettato è, per esempio, una modesta casetta nel centro di Lipari della signora Urania Albergo. Nulla di monumentale, ma era l’occasione per raccontare la storia di una comunità di una piccola isola che sembra esistere solo d’estate. Questo sono i luoghi, le architetture, le case grandi e piccole: uno strumento per riconoscersi in un patrimonio che è di tutti, e infine un’educazione alla collettività».

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