Ha troppo rispetto per la falegnameria, fatta secondo le sue parole di fatica e ragionamento, accordo con la natura e pazienza, lentezza e capacità di ascolto, per definirsi un falegname; eppure, dal legno e sul legno, David Dolcini, designer di Codogno, raccoglie lezioni e riflessioni su cui ha costruito la sua identità di progettista.
Sul sagrato della chiesa, l’opera di Dolcini, rimarrà esposta fino a giugno. In legno non trattato, mostrerà i segni del fluire del tempo meteorologico e cronologico
La mostra Le forme del tempo, fino al 24 maggio a Volumnia, galleria di tremila mq tra arte e design che si è fatta spazio culturale all’interno dell’ex basilica di Sant’Agostino a Piacenza grazie alla visione della gallerista Enrica de Micheli, è da intendersi come la sua vera prima uscita pubblica, l’affermazione ufficiale del suo modo di lavorare, per uno che, dice lui: «Presenta un progetto all’anno... uno solo».
Nodi, innesti, sovrapposizioni, articolazioni lignee fanno parte del vocabolario estetico di Dolcini
Nodi, innesti, sovrapposizioni, articolazioni lignee fanno parte del vocabolario estetico di Dolcini
Così, dietro una facciata neoclassica e accolti da interni maestosi - opera di Bernardo Panizzari, detto il Caramosino, architetto piacentino a cui si deve anche parte del vicino Palazzo Farnese -, sotto una luce scenografica e monumentale, trentasei oggetti scultura invitano a una riflessione materica fatta di nodi, innesti, sovrapposizioni, articolazioni lignee. Un campionario di pensieri plastici a cui ci si prepara percorrendo il silenzio e la calma meditativa della navata centrale. «È un allestimento semplice e concettuale, che ha il nucleo centrale nel presbiterio ma l’accoglienza già nel sagrato della chiesa, mentre nel transetto, libri, disegni e alcune edizioni limitate che Dolcini ha realizzato per Volumnia: una versione speciale dello specchio Radia disegnato per Arflex, uno specchio da tavola e una sedia», dice de Micheli. Dolcini ha intrapreso il viaggio di Timemade nel 2019, esplorando oggetti e forme che gli parlassero di botanica, carpenteria, costruzione di templi cinesi e giapponesi.
In legno di noce, uno degli oggetti di TimeMade, serie-manifesto per liberarsi dai tempi serrati
di produzione e consumo
«Una ricerca gratuita che ha coinciso con l’arrivo di un tempo lento», dice il designer. «Ho colto l’occasione per fare e ripensare con le mani e ristabilire un giusto rapporto con il tempo. Liberarmi dal tempo e dai tempi legati alla produzione e al consumo. Recuperare il tempo fisiologico per la maturazione di un progetto, senza che si brucino le tappe. Il tempo è il cuore della qualità di un progetto, e Timemade è per me in fondo una sorta di palestra che mi consente di non perdere di vista questa posizione». Bisogna fermarsi davanti ai suoi pezzi, prendersi il tempo per osservare ciò che lasciano visibile, quasi dichiarano, della loro costruzione: innesti, incastri, articolazioni, linee di contatto, intagli, la fibra della materia, le essenze. «Fa tutto parte di un alfabeto estetico che indaga il tema del legno», spiega Dolcini.
«Grazie a mio padre Enzo, nonno Domenico e zio Ernestino, ho sentito parlare di legno fin dall’infanzia: il mio bisnonno nel 1838 ha lavorato come carpentiere per la costruzione del teatro di Codogno! Il legno è per me è materia in movimento, viva, che conserva in sé il fluire del tempo, da ascoltare in quanto tale. Le giunzioni, gli incastri, non sono che un modo per spingere al limite questo concetto esaltando il lavoro necessario delle mani. Nessuna delle mie forme, nella loro perfetta imperfezione, potrebbe essere realizzata industrialmente. Ma ciò che è della Natura, non può essere che imperfetto». Nell’introduzione al catalogo, il curatore della mostra Marco Sammicheli scrive che la filosofia progettuale di David Dolcini sta nella sua capacità di “addomesticare un’idea antica di tempo”, una pratica silenziosa che gli consente di realizzare “oggetti a trazione poetica, staffette di una vita che passa di mano, sculture di un proprio tempo”. O forse di un tempo che noi non abbiamo ancora compreso.