Lo specchio, prima ancora di essere un oggetto, è un qualcosa che va oltre la matericità visuale del riflesso che appare sulla sua superficie. Narciso, nelle Metamorfosi, s’innamorava della propria immagine riflessa nell’acqua, come in uno specchio: quasi a ricordarci che l’idea o la funzione dello specchiarsi nascono ancora prima dell’oggetto stesso che le rende possibili. Ma l’oggetto, da che è stato inventato, è da sempre un catalizzatore di profonde riflessioni esistenziali. Interrogarlo, interrogarsi, guardarsi in esso: basta metterglisi davanti, percorrerlo da ogni angolazione, provare anche ad attraversarlo, nella speranza di vedere oltre, di scoprire altro, di cogliere ciò che dice e al contempo ciò che nasconde. Me from outside, la nuova collezione di specchi firmata dall’artista Pietro Terzini per Cassina, parte proprio da qui, dall’urgenza di indagare il tema della vanità, ma anche quello, inevitabile, della bugia. «Mi ha sempre affascinato il fatto che nessuno di noi sa come viene percepito dagli altri», racconta l’artista, classe 1990, noto per il suo approccio espressivo pop, estetico e sinteticamente diretto. «Noi abbiamo un’immagine, un riflesso, uno specchio appunto, ma la percezione degli altri non può che rimanere un mistero».
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Quest’idea prende forma attraverso la realizzazione di tre specchi ovali, serigrafati a mano in caratteri maiuscoli dallo stesso artista. We see what we want to see, il modello prodotto in serie che entrerà nel catalogo Details di Cassina, esprime la relatività endemica della percezione che abbiamo di noi stessi. Vediamo ciò che vogliamo vedere o ciò che non vogliamo vedere, a seconda del nostro stato d’animo davanti allo specchio. Gli altri due pezzi della collezione, I love you e Sometimes I lie, sono invece in edizione limitata a 100 esemplari: il primo lancia un messaggio di empowerment, di amore per sé stessi, mentre il secondo ci ricorda che il riflesso può anche mentire.
Questi tre specchi sono al centro dell’installazione allestita presso il Cassina Store Milano in occasione della Settimana del design: una moltiplicazione di prospettive che si rifrangono in una stanza piena di specchi invitano il pubblico a esplorare nuove dimensioni dello sguardo.
Tre specchi, tre media, tre concetti, tre messaggi. Quella degli specchi scritti è una forma comunicativa che Cassina aveva già sposato con la riedizione dello specchio Les grands trans-Parents di Man Ray (1938). Si tratta di un oggetto intrinsecamente surrealista che rompe convinzioni e convenzioni, invitandoci a spingerci oltre i confini della percezione ordinaria, proprio a partire dalla nostra immagine riflessa nello specchio. Se con Man Ray la riflessione esistenziale abitava una dimensione più intimamente personale, gli specchi di Terzini hanno un riverbero mediatico iperdigitalizzato, un’eco che va al di là dell’impressione frontale sullo specchio amplificata ora dall’esposizione sui social. «Il mio lavoro ha l’obiettivo di realizzare un qualcosa di fisico, un oggetto che esiste nel mondo reale e che però, subito dopo, porta a voler creare anche un’immagine, una fotografia, e a volerla condividere ad esempio su Instagram e su TikTok», spiega l’artista. In questo modo la cosa fisica si sdoppia, trasformandosi immediatamente in un meme. «È come se ci fossero due realtà: una tangibile, che riguarda il design e l’arredamento, l’altra digitale, fotografica e comunicativa. Sono partito dal rispetto della funzionalità dell’oggetto, che però, grazie al messaggio che porta, diventa anche uno strumento di comunicazione nel panorama digitale, come se fosse esso stesso la spiegazione del motivo per cui quell’oggetto è stato creato».