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Allestimento di copertine di dischi Dicap, etichetta che pubblicava artisti anticapitalisti che non trovavano spazio presso le case discografiche internazionali (foto Paloma Palomino)

Allestimento di copertine di dischi Dicap, etichetta che pubblicava artisti anticapitalisti che non trovavano spazio presso le case discografiche internazionali (foto Paloma Palomino)

 

Cile, sogno e repressione di una rivoluzione

Anni Settanta. Nel Paese di Allende si prova a riscrivere la modernità non con il socialismo delle armi ma con quello del progetto. A quella stagione drammaticamente interrotta dal colpo di Stato di Pinochet il Disseny Hub di Barcellona dedica una sorprendente esposizione che racconta il design grafico e industriale come strumenti di giustizia sociale, emancipazione culturale e ridistribuzione del sapere
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C’è stato un tempo, nel cuore fragilissimo della Guerra Fredda, in cui un intero Paese ha provato a immaginare il socialismo non come imposizione, ma come partecipazione. A riscrivere la modernità non con le armi, ma con il design. È successo in Cile, tra il 1970 e il 1973, durante il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Oggi quella stagione rivoluzionaria, drammaticamente interrotta dal colpo di Stato del generale Pinochet l’11 settembre 1973, viene riportata alla luce da una mostra che è insieme esposizione, atto politico e gesto di memoria: How to Design a Revolution: The Chilean Road to Design, al Disseny Hub di Barcellona dal 26 giugno al 16 novembre (dopo il debutto a Santiago del Cile per le commemorazioni del colpo di Stato), con la curatela appassionata di Hugo Palmarola, Eden Medina e Pedro Ignacio Alonso.

Un giradischi portatile: avrebbe dovuto aiutare l diffusione della musica popolare (Area Design Industriale Intec - foto Gui Bonsiepe 1972)

Un giradischi portatile: avrebbe dovuto aiutare l diffusione della musica popolare (Area Design Industriale Intec - foto Gui Bonsiepe 1972)

 

Più di 250 pezzi, tra originali e ricostruzioni, raccontano un progetto collettivo senza precedenti, in cui il design grafico e industriale è stato pensato come strumento di giustizia sociale, emancipazione culturale, ridistribuzione del sapere.
Cucchiai per l'esatto dosaggio del latte in polvere da 5 a 20 grammi per il Servizio Sanitario Nazionale (Area Design Industriale Intec - foto Gui Bonsiepe - 1973)

Cucchiai per l'esatto dosaggio del latte in polvere da 5 a 20 grammi per il Servizio Sanitario Nazionale (Area Design Industriale Intec - foto Gui Bonsiepe - 1973)

 

Nessun feticcio d’élite, nessun oggetto da vetrina. Solo artefatti quotidiani, pensati per migliorare la vita delle persone: cucchiaini per il latte in polvere, poster per l’alfabetizzazione agricola, lettori di dischi, televisori, arredi per asili popolari, sistemi di segnaletica per i parchi pubblici, identità visive per eventi sportivi internazionali. Oggetti piccoli e grandi, animati da un’unica tensione: costruire una società democratica e solidale, in cui il design non sia privilegio ma diritto.
La Sala operativa del progetto Cybersyn, che voleva creare un sistema di supporto decisionale per redenre possibile l'autoregolamentazione nelle fabbriche (foto César Cortés)

La Sala operativa del progetto Cybersyn, che voleva creare un sistema di supporto decisionale per redenre possibile l'autoregolamentazione nelle fabbriche (foto César Cortés)

 

Esemplare, in questo senso, la sala operativa del progetto Cybersyn, ricostruita per la prima volta nella sua interezza: un esagono futuribile con poltrone girevoli, pulsanti analogici e display per la visualizzazione dei dati, pensato per gestire in tempo reale la rete produttiva nazionale. Una visione cibernetica ante litteram, che univa scienza, tecnologia, design e governance. Altro che Silicon Valley: a sognare il futuro, in quegli anni, era Santiago del Cile.
Il catalogo della mostra How to Design a Revolution: The Chilean Road to Design, Lars Mu?ller Publichers, Zurigo, 2024

Il catalogo della mostra How to Design a Revolution: The Chilean Road to Design, Lars Mu?ller Publichers, Zurigo, 2024

 

«Un aspetto rilevante di questa mostra – ci ha detto uno dei curatori, Hugo Palmarola – sta nel fatto che le opere esposte non sono solo la rappresentazione di un particolare momento storico, ma sono anche parte di ciò che quel momento storico ha reso possibile. Ciò evidenzia il ruolo fondamentale del design come attore nei processi storici e come motore di cambiamento. In questo senso», continua Palmarola, «i vari capitoli in cui si articola la mostra sono guidati da domande trasversali e significative per lo sviluppo di un Paese: come nutrire i bambini, come ridurre la dipendenza tecnologica, come costruire una società di lettura, come promuovere la convivenza pacifica, e così via.

Molti di questi problemi sono tuttora diffusi in tutto il mondo, per cui la mostra intende anche incoraggiare una riflessione su come affrontare le sfide del mondo contemporaneo attraverso il design». In questa prospettiva, How to Design a Revolution non si limita a documentare. Scava, rievoca, interpella. Ricorda i protagonisti di quella stagione (a cominciare da Gui Bonsiepe, formatosi alla scuola di Ulm, allievo di Tomas Maldonado); restituisce voce alle donne progettiste rimaste a lungo nell’ombra; riporta alla luce i nomi cancellati dalla repressione; onora la memoria di designer e grafici costretti all’esilio o assassinati (come Santiago Nattino, che realizzò tutto il materiale grafico per la formazione degli agricoltori nel contesto della riforma agraria). E ci ricorda che ogni oggetto ha una genealogia politica, ogni immagine una volontà di mondo, ogni progetto un’idea di società. How to Design a Revolution è anche una lezione di metodo curatoriale.

Niente nostalgia, niente estetismi. Solo rigore filologico, lavoro d’archivio, pazienza archeologica. E una consapevolezza profonda: quella che i pezzi in mostra non rappresentano solo un’epoca, ma l’hanno resa possibile. Il design qui non è decorazione, ma infrastruttura sociale. Non è forma, ma funzione etica.
La presidenza della repubblica invita al lavoro colontario estivo, 1972

La presidenza della repubblica invita al lavoro colontario estivo, 1972

 

Manifesto per la diffusione del processo di nazionalizzazione del rame, progettato dall'Ufficio Larrea, 1972
Manifesto per la diffusione del processo di nazionalizzazione del rame, progettato dall'Ufficio Larrea, 1972 

In tempi di neoliberismo diffuso, di design da passerella e di brand che svuotano i significati, questa mostra è un contrappunto necessario. Perché ricorda a tutti che un altro design è stato possibile. Un design che non serve solo il mercato ma tutta la collettività, che non produce status ma senso, che non disegna oggetti ma orizzonti. Non si esce da How to Design a Revolution con l’entusiasmo della scoperta, ma con un senso profondo di responsabilità. La responsabilità di capire che anche oggi – soprattutto oggi – progettare significa scegliere. E che ogni scelta, se davvero radicale, è sempre anche un atto rivoluzionario.

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