Settimana del design 2026

When Apricots Blossom. Intervista al curatore Kulapat Yantrasast

Kulapat Yantrasast, architetto e curatore della mostra When Apricots Blossom (foto courtesy ACDF)
Kulapat Yantrasast, architetto e curatore della mostra When Apricots Blossom (foto courtesy ACDF) 

A Palazzo Citterio, una mostra racconta il dialogo tra designer internazionali e artigiani uzbeki dando vita a una narrazione radicata nella tradizione locale e sviluppato attorno a tre pilastri della cultura: tessuti, cibo e abitare

2 minuti di lettura

Alla Settimana del design, dal 21 al 26 aprile, c’è la mostra When Apricots Blossom, che vuole attirare l’attenzione sul disastro ambientale del lago d’Ara e sulla resistenza degli abitanti e degli artigiani della regione del Karkalpakstan. Abbiamo intervistato Kulapat Yantrasast, curatore della mostra e fondatore di Why Architecture.

Lei ha detto che c’è una estesa e radicata sapienza artigianale in Uzbekistan, e ha citato la tessitura, la cultura della casa e il cibo. Si sono altre competenze che vuole citare? «In questa mostra rivolgiamo la nostra attenzione al Karakalpakstan, una regione definita tanto dalla crisi ambientale del Mar d'Aral quanto dalla sua straordinaria resilienza. Gli oggetti artigianali che abbiamo scelto di presentare non sono decorativi; sono essenziali. Cibo, riparo, vestiario: questi sono i pilastri della sopravvivenza e della dignità, e in Karakalpakstan rimangono vivi grazie all'intenzione e alla maestria. Come architetto, sono naturalmente attratto dall'idea che il design sia inseparabile dal vivere. Oltre a questi tre elementi, sono affascinato dalla tradizione della pittura in miniatura della regione e dalla sua arte della fabbricazione della carta, in particolare a Bukhara e Samarcanda: pratiche antiche che racchiudono intere cosmologie. Ho incontrato diversi artigiani il cui lavoro mi ha profondamente colpito e intendo coltivare questi rapporti. Non sono fonti di ispirazione; sono collaboratori». Può descrivere in sintesi la mostra? «La mostra si articola in tre capitoli, ognuno plasmato dalla logica spaziale di Palazzo Citterio. Il primo si apre sulla facciata e si estende nel cortile interno: un'immersione nei tessuti, nello straordinario linguaggio della veste. Il secondo capitolo occupa la galleria centrale, dove la panificazione e la lavorazione dei cesti raccontano i ritmi della vita comunitaria intorno al Mar d'Aral. Il terzo è forse il più poetico: un padiglione di yurta decostruito nel giardino, che funge da spazio abitativo, per il cibo, per la conversazione, per i laboratori con artigiani uzbeki Nel suo insieme, è meno una mostra e più un'esperienza, un'esperienza che celebra la splendida complessità delle culture che si sovrappongono». La collaborazione fra artigiani e designer apre la strada a interpretazioni nuove dell’artigianato tradizionale? «Assolutamente. Per la progettazione della facciata, Bethan Laura Wood ha lavorato a stretto contatto con artigiani tessili, sarti e produttori di nappe. Tutti e dodici i designer si sono confrontati con le tradizioni dell'intreccio dei cesti, con i panettieri e con i produttori di timbri della regione. Il risultato sono oggetti che non sono né puramente tradizionali né comodamente contemporanei: esistono in una tensione produttiva tra i due». Che cosa pensa della Settimana del design? «La Settimana del design di Milano è il luogo in cui industria e aspirazione convergono: tendenza e artigianato, spettacolo e sostanza, il tutto su una scala straordinaria. Mi piace venire qui, quasi ogni anno. Eppure, lavorando come faccio, in gran parte nel Sud del mondo, mi ritrovo a pormi la stessa domanda con crescente urgenza: come possiamo estendere questa energia, questa serietà nei confronti della cultura del design, alla porzione di mondo, ben più ampia, che ha molto meno accesso a questo dialogo». Il ruolo sociale del design come lo interpreta? «Ripeto costantemente al mio staff: "progettate la vita, non la forma". Il design più efficace è spesso invisibile a coloro che ne beneficiano: semplicemente migliora la vita, la rende più dignitosa, più bella, senza annunciarsi. I designer possiedono una straordinaria capacità di elevare la qualità dell'esistenza di un gran numero di persone che potrebbero non conoscere mai i nostri nomi e, francamente, questo è il punto. Trovo la mia massima energia quando il design opera a livello sociale, non come una dichiarazione, ma come un atto di cura silenzioso e radicale».

I commenti dei lettori