Emilio Ambasz, nato a Resistencia, in Argentina, il 13 giugno 1943, è considerato uno dei precursori dell'architettura green
Emilio Ambasz: “Green? Vediamo fra trent’anni...”
di Laura TraldiL’Ambasz-MoMA Annual Prize for Nature Reconciled Architecture, nato dalla collaborazione tra il MoMA e la Legacy Emilio Ambasz Foundation, porta già nel nome la visione dell’architetto argentino precursore della green architecture (e curatore della mostra che nel 1972 lanciò il Made in Italy nel mondo, The New Domestic Landscape): Green Over Gray. Ovvero conciliare ambiente naturale e costruito: semplice ed efficace a parole (tant’è che è anche il titolo di un film di Francesca Molteni dedicato all’architetto), complessissimo nei fatti. Il premio è costruito per prendere questa complessità sul serio.
Innanzitutto con la generosità: 200mila dollari ogni anno per i primi cinque anni. Poi con la retroattività: saranno valutati edifici costruiti negli ultimi 30 anni. E infine con la condivisione della responsabilità tra architetto e committenza: la cifra assegnata a quest’ultima sarà infatti devoluta a un’organizzazione non profit che pianterà alberi in un sito separato. Perché, come ci ha spiegato Ambasz, «c’è bisogno di immaginare qualcosa di diverso e di riconoscere chi ha il coraggio di farlo».
Un premio anche alla committenza. Cosa significa? «Non esiste buona architettura senza una committenza illuminata. E per i developer non è semplice fare scelte controcorrente: quando le compiono vanno incoraggiati».
Una vista dell'Ospedale dell'Angelo a Venezia-Mestre (2008): la hall principale è un giardino che accoglie paziente e visitatori con alberi, fiori e piante aromatiche
Il premio valuta edifici degli ultimi trent’anni. Perché? «È imprudente assegnare un premio a un’architettura senza verificare come funziona e come influisce sul quartiere. Spesso si confondono edifici pieni di piante con una riconciliazione tra ambiente abitato e natura».
La Prefectural International Hall di Fukuoka "ha cambiato il clima e la biodiversità della zona con giardini accessibili a tutti. Le sue 35.000 piante sono diventate 50.000, grazie agli uccelli che hanno portato semi di altre specie"
Cosa invece lo è? «Un edificio che restituisce alla comunità tutto il suolo che occupa. La Prefectural International Hall di Fukuoka, costruita trent’anni fa, ha cambiato il clima e la biodiversità della zona, creato giardini accessibili a tutti. Le 35.000 piante che la ricoprivano sono diventate 50.000, grazie agli uccelli che hanno portato semi di altre specie locali. Questo è il mio modo di lavorare, ma ce ne sono altri: il premio è un invito a pensarne di nuovi».
Il Lucille Halsell Conservatory fa parte dell'Orto botanico di San Antonio, in Texas. Il lungo percorso espositivo, le aule e le sale si sviluppano sottoterra, mentre in superficie svettano i grandi lucernari
Quando il verde diventa greenwashing? «Quando è solo un dispositivo decorativo e non uno sforzo di ridare spazio verde alla società». Il pubblico coglie la differenza? «Sì, ma bisogna dargli l’opportunità di vedere qualcosa di diverso. A Fukuoka non abbiamo dovuto indottrinare nessuno: le persone capiscono il valore del progetto perché colgono la differenza nella temperatura, nell’aria». Lei ha detto una volta che è bello raccontare le idee attraverso le storie, ma non i progetti. Perché? «Perché spesso si parla di un edificio solo in termini di funzioni o metri quadrati. L’urgenza è invece di immaginarsi cose diverse, e per questo è meglio partire dalle fiabe, da quello che vorremmo che fosse. Non ci sono regole fisse, tutto va adattato alla circostanza. Io ragiono per immagini: me ne appare una, cerco di capire cosa significhi, e quell’immagine diventa idea, racconto, progetto. Il nuovo film che Francesca Molteni sta realizzando sul mio lavoro partirà proprio da sette favole per altrettanti progetti. Come la Casa de Retiro Espiritual: l’ho vista in sogno cinquant’anni fa, un edificio completamente integrato nel paesaggio, inseparabile da esso. C’era qualcosa in quell’immagine che rappresentava un postulato per il futuro. Ci ho messo vent’anni a trovare il luogo giusto per costruirla. Quando la guardo oggi, con l’edificio e le piante cresciute, è esattamente uguale a quell’immagine. Non c’è stato alcun cambiamento. Sono molto testardo ma anche la prova vivente che immaginare qualcosa di diverso non è mai una perdita di tempo».
La casa de Retiro Espiritual (1975), vicino a Siviglia. "L'ho vista in sogno cinquant'anni fa. Ci ho messo venti anni per trovare il posto giusto per costruirla"
Chi si oppone alla sua visione? «Più persone di quante non pensi. Uno strumento importante per giudicare il peso che una società dà a certi valori è il sistema fiscale». Premia chi costruisce in armonia con la natura? «No. E finché non accadrà, questi edifici, necessariamente più costosi, saranno pochissimi. La prima leva che si oppone è dunque politica, ma è anche un riflesso di come pensa la gente. In America hanno eletto un presidente che ritiene non ci siano problemi sul clima».
Le punte sporgenti dei due grandi muri della Banca degli Occhi, a Venezia Mestre, citano le dita di Dio e di Adamo nel michelangiolesco affresco della cappella Sistina
C’è speranza per il futuro? «Penso che ci puniremo da soli, come sta avvenendo negli Stati Uniti e non solo. Per questo c’è urgente bisogno di persone che immaginano strade diverse. Ci sono tre tipi di architetti: quelli che inventano prototipi; quelli che li sviluppano; e quelli commerciali, che ripetono il già fatto. Se hai le qualità per essere un inventore ma ti adagi a fare il commerciale, è imperdonabile. Richiede forza di volontà, tolleranza e coraggio perché si viene trattati molto male, soprattutto dai colleghi. Però ne vale la pena. E spero che questo premio possa aiutare chi ha scelto questa strada, e invogliare altri a farlo».