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Un’altra idea di Verner Panton

Il designer e architetto danese Verner Panton (1926–1998), maestro del colore e visionario degli spazi del futuro (foto Verner Panton Design AG)

 
La retrospettiva che gli dedica il Vitra Museum punta a modificare l’abitualeimmagine che abbiamo del grande autore dimostrandone la vocazioneutopica e il ruolo centrale che attribuiva al colore, dominante sulla forma
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Quando si celebra un centenario, il rischio è spesso quello di costruire una narrazione rassicurante, fatta di pezzi riconoscibili e verità ormai sedimentate nel tempo. E invece la mostra al Vitra Schaudepot dedicata a Verner Panton sceglie, per fortuna, tutt’altra direzione: riattiva il suo lavoro come un territorio di possibilità ancora aperte, dove il design non si limita a essere ricordato ma continua a plasmare il presente e a proiettarsi nel futuro. Un intento reso possibile dalla vastità dei materiali esplorati, provenienti dall’Archivio Verner Panton del Vitra Design Museum, che comprende mobili, prototipi, esperimenti e modelli, oltre a più di 40mila documenti, tra cui circa 20mila tra piani e disegni.

La lampada a sospensione Topan, 1959, prodotta da Louis Poulsen: sintesi pura del design di Panton (foto Vitra Design Museum, Andreas Jung)

 

«Ciò ci ha permesso di andare oltre le immagini e oggetti simbolo e di ricostruire invece il modo di pensare, le sperimentazioni e i suoi interessi di lungo periodo», spiega Susanne Graner, che cura la retrospettiva insieme a Nina Steinmüller. «In questo senso, la mostra contribuisce a riposizionarlo non solo come un visionario degli anni Sessanta e Settanta, ma come un designer e architetto altamente riflessivo che metteva costantemente in discussione le convenzioni del design, dello spazio e del colore», afferma quest’ultima. Il percorso espositivo, che chiude il 9 maggio 2027, si intitola infatti Verner Panton: form, colour, space e «introduce i visitatori a temi ricorrenti come la modularità, ad esempio nei motivi tessili, che hanno avuto un ruolo importante in tutta la sua opera. Allo stesso tempo, mostriamo anche sogni infranti: modelli architettonici e progetti mai realizzati per diverse ragioni», racconta Graner.

Geometrie e colore in sequenza in questo campione tessile della serie Decor “Onion”, 1976, produzione Mira-X (foto Vitra Design Museum, Andreas Sütterlin)

 

Se alcuni lavori sono rimasti ipotesi, altre opere sono invece entrate stabilmente nell’immaginario collettivo. Tra tutte la Panton Chairche incarna l’efficienza del design industriale; ambienti come la Fantasy Landscape evocano, invece, scenari quasi utopici: come dialogano queste due dimensioni? «Possono essere lette come due facce della stessa medaglia, che rivelano la complessità del pensiero di Panton», risponde Steinmüller. «Era un designer industriale nel profondo, sempre interessato alla soluzione tecnica migliore, al materiale più adatto e al metodo produttivo più efficace.

Fantasy Landscape, presentata a Visiona II, alla Fiera del mobile di Colonia nel 1970: un paesaggio da attraversare fra colore e forma (foto Verner Panton Design AG)

 

La Panton Chair ha cambiato radicalmente il modo in cui percepiamo l’idea di sedia, mettendo in discussione costruzione e forma tradizionali. Allo stesso tempo, la Fantasy Landscape e altri interni hanno sfidato la percezione stessa dello spazio: Panton integrava mobili, tessuti e illuminazione in una concezione di Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale, spesso percepita come futuristica. Dimensioni presentate non come opposte, ma come aspetti connessi di un unico approccio progettuale. La comprensione complessiva di cosa significhi il design per Verner Panton è senza dubbio uno dei messaggi chiave della mostra».

Marianne Person-Oertenheim, moglie di Verner Panton, siede sulla Panton Chair nel 1970 (foto Louis Schnakenburg, Copenhagen)

 

Ed è proprio la Fantasy Landscape a occupare un ruolo centrale dell’allestimento. «È il fulcro dell’intero progetto: una gigantesca fascia colorata attraversa tutto l’edificio, instaurando un dialogo tra l’architettura audace dello Schaudepot di Herzog & de Meuron e la qualità sensoriale, quasi intima, della Fantasy Landscape. Questa interazione rende chiaro che per Panton il colore era più importante della forma: lo ha sempre considerato uno strumento spaziale ed emotivo», conclude Graner.

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