Sylvia Earle durante un'immersione, in uno scatto del fotografo sub David Doubilet, Rolex Testimonee (Credits: Rolex)
Sylvia Earle, la signora degli abissi: "Salvando l'oceano proteggiamo noi stessi"
Giacomo Talignani
Una vita intera per conoscere, studiare e imparare a difendere le acque perlopiù misteriose che pullulano di creature. E che ci danno respiro
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A 85 anni appena compiuti, la signora degli abissi è carica di amore e speranza per il futuro degli oceani, quelli che stiamo perdendo. Sylvia Earle, l'oceanografa più famosa al mondo, il 30 agosto scorso ha festeggiato il suo compleanno con una richiesta curiosa: niente regali per lei, ma fondi per gli hope spot, i siti della speranza, appunto. La scienziata ed esploratrice li ha ribattezzati così perché sono aree da proteggere, riserve marine da ripopolare, specchi di mare dove intraprendere battaglie per la conservazione. Luoghi di speranza per un cambiamento. Perché questa donna, tra le prime a immergersi dove nessuno era sceso prima, - follemente innamorata degli oceani e dei suoi abitanti - ha ben chiara la sua missione: fare di tutto per salvare i mari, prima che sia troppo tardi.
2016 Capo Pulmo, Messico (Mission Blue Hope Spot - Credits: Rolex)
Pioniera dei viaggi negli abissi, scienziata di National Geographic e al fianco di Rolex dal 1982, la regina delle immersioni negli ultimi anni sta portando avanti la sua Mission Blue, un'iniziativa globale che, supportata dal progetto Rolex Perpetual Planet, mira a individuare le zone oceaniche da proteggere e difendere dalla sovrapesca, gli effetti del cambiamento climatico, l'inquinamento e le predazioni dell'uomo.
Sylvia Earle si immerge da quando era teenager e ha un'esperienza di settant'anni che oggi la qualifica come una delle persone più competenti al mondo per dirci come sta cambiando la vita marina. Spiega che dalle sue prime immersioni ora tutto è cambiato: "Allora, cinquant'anni fa, si vedeva di tutto. Oggi abbiamo perso circa la metà delle barriere coralline e quasi il 90% dei pesci di grosse dimensioni. Abbiamo decimato i pesci in maniera spaventosa. Ogni anno preleviamo dagli oceani quasi 100 milioni di tonnellate di fauna, distruggendo gli habitat. Credevamo che l'oceano fosse vasto, resistente e con risorse infinite. Non è affatto così e noi abbiamo rotto i suoi equilibri", racconta preoccupata Earle.
Eppure, la biologa americana non perde la speranza. Così come siamo stati noi esseri umani a depredare e svuotare gli oceani, è convinta che sempre noi possiamo porre rimedio. Per questo, con Mission Blue, che è ben raccontata in un documentario premiato agli Emmy e presente su Netflix, Earle fa di tutto per aiutare e promuovere centinaia di hope spot nel mondo, dal Sudamerica alla Nuova Zelanda, dalle coste spagnole sino a quelle indiane.
Uno degli ultimi progetti è quello di creare una delle prime aree marine protette bilaterali tra Costarica ed Ecuador per proteggere una fauna marina fortemente danneggiata dalla pesca e la presenza dell'uomo. "Oggi siamo consapevoli del nostro impatto sugli oceani e del loro ruolo fondamentale. Partendo da questo principio si può ancora correre ai ripari", racconta l'oceanografa citando esempi di riserve naturali protette che - come a Palau - hanno trasformato un luogo sfruttato in un'area ad alto valore ecoturistico.
A great big thank you to everyone for joining me on my birthday and celebrating Mission Blue! The best gift of all is...
La dottoressa Earle è convinta che la nostra maggiore arma nel 2020 sia proprio la conoscenza. Da insegnare per prima ai bambini: saranno loro a dover proteggere gli oceani. "I bambini di oggi sanno com’è la Terra vista dallo spazio, mentre io quando ero piccola lo ignoravo", dice spesso nei suoi racconti. Per lei - l'"oceano è il centro di tutto", dice - se un domani le persone potessero esplorare gli abissi così come viaggiano nei cieli, forse si renderebbero conto di quanta bellezza c'è e di quanti danni abbiamo causato. Ecco perché spesso invoca la creazione di "sottomarini in grado di portare le persone negli abissi in sicurezza". Così forse i turisti del mare contribuirebbero di più a proteggere i paradisi della Natura in pericolo, come nelle Galapagos, tesoro mondiale in pericolo "che potrebbe migliorare se ci fossero investimenti per salvaguardare correttamente le sue specie. Ognuno, anche con un piccolo contributo, può fare molto. Una singola azione, ripetuta mille volte, ripetuta un miliardo di volte, provoca un cambiamento".
Un cambiamento che, come quello lanciato da Greta Thunberg e i ragazzi che si battono contro le inefficaci politiche per contenere il riscaldamento globale, possa aiutarci concretamente nel restaurare i mari. "L'oceano protegge noi, noi dobbiamo proteggerlo - spiega la scienziata - abbiamo bisogno di un movimento globale di persone che utilizzino i loro talenti e competenze unici per creare soluzioni innovative ai cambiamenti climatici".
Di giovani con le competenze per farlo ce ne sono già tanti. Spiega, Sylvia Earle, che ognuno di noi deve seguire il proprio cammino. Il suo era una discesa continua sott'acqua, un'immersione nel insondabile: "Volevo andare dove nessuno è mai stato prima. Non ho mai smesso di fare e farmi domande. E cercare risposte". Alcune ha provato a scriverle in oltre 225 pubblicazioni scientifiche, in decine di libri, oppure a parlarne in conferenze tenute in oltre cento Paesi, molti dei quali le hanno conferito una laurea honoris causa (ne ha più di trenta).
Dopo aver passato migliaia di ore sott'acqua, Earle dice di aver capito il suo nuovo ruolo nella difesa degli oceani: dover "convincere altre persone a esplorare. Perché il più grande problema degli oceani è l'ignoranza, il non capire che dovremmo preoccuparcene. Nessuna specie ha cambiato i mari più degli umani. Abbiamo preso il pesce su scala industriale e abbiamo riempito gli oceani di plastica. Ora è tempo di invertire la rotta, prima che il danno sia irreversibile", racconta l'esploratrice impegnata con Rolex.
A tre anni, quando un'onda la travolse su una spiaggia del New Jersey, iniziò l'amore. Quello per l'acqua, le correnti, ma soprattutto la fauna che popola i mari, quei pesci "uno diverso dall'altro". Da 82 anni questo amore continua e si rafforza. E come ogni amore, porta in seno anche la paura: quella di perdere ciò che si ama.
"Ho visto scomparire barriere coralline, mangrovie, diverse specie di pesci, dai tonni agli organismi più piccoli. La chimica dell'oceano sta cambiando, cresce l'acidificazione e l'eccesso di anidride carbonica, crescono gli inquinanti e i rifiuti. Ma c'è anche qualcosa che ricompare, qualcosa di positivo: penso a balene e tartarughe che, dove si è smesso di cacciarle e dove vengono protette, ora crescono di numero. In certi casi ce ne sono di più di quando ero bambina. E' un insegnamento: dove proteggiamo, le creature recuperano".
Sconfiggere la paura, per lei significa non arretrare di un passo nella sua missione. Piani di contrasto alle reti derivanti e illegali, politiche contro la plastica abbandonata, azioni contro la sovrapesca, istituzione di nuove aree marine protette. Ma Sylvia guarda avanti: con la sua Mission Blue spera di proteggere il 30% degli oceani del mondo entro il 2030. Attualmente, poco meno del 10% degli oceani sono protetti. Grazie a Sylvia Earle sono stati però implementati e sviluppati progetti per oltre 110 hope spot nel mondo.
Altri, saranno realizzati a breve. Perché come dice questa donna straordinaria, "è un'illusione pensare che chiunque possa vivere senza l'oceano. Anche se non lo vedi o non lo tocchi, all'oceano devi ogni respiro che fai".