Per curiose coincidenze professionali, mi è capitato di condividere qualche desco con Ermal Meta, il cantante albanese che piace a molti italiani e a molte italiane. Dacché la frontiera provoca confusione, l’Albania ne è sempre stata epicentro: invasioni, colonizzazioni, socialismo reale e culto della personalità. Ma anche una forza leopardiana, da ginestra della Storia, la stessa per cui, quando Lamerica eravamo noi, ha fatto dell’Italia la speranza via gommone di quelli che sono diventati, a pieno titolo, nuovi italiani. Ad Ermal piaceva raccontare cosa significò per la sua famiglia la mancanza di libertà, e cosa significavamo noi, con accenti molto più maturi della barzelletta secondo cui chi partiva da Durazzo voleva, sostanzialmente, conoscere Pippo Baudo. Oggi che quella fierezza ci remunera con 30 medici e il primo ministro di Tirana ci si rivolge in italiano “perché gli amici non si dimenticano”, viene difficile non pensare a cosa significhi l’integrazione (succederà, Salvini, anche a quelli più scuri di pelle) e a come tutta l’Europa, anche Frau Merkel, dovrebbe mostrare rispetto verso chi l’ha costruita per prima. Mi scuso per il pippone.