Franco Lauro era noto al grande pubblico per aver condotto Novantesimo e a noi baskettari per aver cantato le gesta dell'Italia di Tanjevic e Messina, e i campionati delle vacche grasse, quando si era una specie di franchigia aggiunta dell'Nba. È scomparso giovane, e molti ne hanno raccontato la cortese umanità trovando giri spesso ampi di parole per attutire una caratteristica, invece, decisiva: Lauro di basket non capiva granché. Non subito. Fu comandato a narrarne gli esiti da un qualche giro di valzer a Saxa Rubra e prese una decisione inaudita: imparare. Franco Montorro, già direttore di Superbasket, ha raccontato di una fugace visita nella casa ancora spoglia del collega: a terra, decine di Vhs con le partite che evidentemente non aveva mai visto e voleva recuperare. Conscio di sapere il giusto, Lauro attuò nelle telecronache il bene ultimo dell'assenza: lasciava parlare la spalla tecnica e cercava di dare calore, colore. Cavillando sui propri limiti e facendoseli appartenere. Antidoto involontario al diffuso trombonismo di ora, dove in troppi ammantano di epica anche l'empito digestivo del campione narrato. Ricordarsi che trattasi pur sempre di gente in mutande sarebbe un ottimo modo di onorarne la memoria.