Ho fatto battute sui tacchi di Berlusconi, sull’altezza di Brunetta, sulle labbra della Marini, sul peso di Giuliano Ferrara, sul mento di Belpietro, sulle pupille di Gasparri, su quelle delle Carfagna, sui tatuaggi di Fedez. E forse ho sbagliato. Poi spiego il forse. Forse ho sbagliato, perché il bodyshaming, anche per ragioni di satira, è una scorciatoia facile e quasi sempre immotivata. Perché esteticamente non posso certo scagliare la prima pietra. E anche per fortuna, perché ci si evolve. In tutti i campi. Vent’anni fa, parlo a nome della parte del mondo che normalmente ragiona con la fascia pelvica, la battuta sessista sul luogo di lavoro pareva inevitabile. Oggi ti becchi una denuncia. Giustamente. E, giustamente, Giovanna Botteri, corrispondente Rai da Pechino, ha fatto presente di essersi un filo stancata di essere derisa (peraltro a torto) sul suo apparire. Poi, certo, esistono le gradazioni. Anche a me è capitato di celiare sulle sue pettinature da galleria del vento. Però, come ha giustamente notato Botteri, a un uomo non sarebbe successo. E alla Bbc, non TeleTuscolo, mandano in onda quelli bravi. L’aspetto viene dopo. Infine, il “forse”. Forse, l’unica eccezione resta la constatazione estetica qualora il personaggio ne faccia uno stigma. Se Trump si acconcia con l’antiruggine, arzigogolando l’unico capello, declina un disagio più politico che estetico. E, altrettanto forse, si può dire. Forse si deve. Dibattito.