L’uscita di Vito Crimi contro la regolarizzazione dei migranti (banalmente necessaria: rimpatriarli sarebbe impossibile anche ai nazisti dell’Illinois, regolarizzarli significa farli emergere da una situazione potenzialmente pericolosa per la salute di tutti) ci ricorda che nessuna bacchetta magica potrà mai trasformare le zucche vuote in carrozze, specie se a brandirla dev’essere il Pd, un partito che come al solito gronda grigia e salvifica competenza in attesa di essere schiantato dal voto perché incapace di dire cose semplici: si fa e basta, aiuta l’economia e le persone, è un atto di umanità ma soprattutto di controllo del territorio. L’incantevole Creamy resta quello che si addormentava in aula, che sfotteva la buonafede di Bersani, che vuole chiudere i giornali men che corrivi, uno che in un Paese normale, persino ora che ha perso qualche chilo e indossa abiti firmati, sarebbe al massimo un concierge. Ma forse no: per gestire un albergo servono doti decisamente superiori. E la Ruocco rimane una che flirtava coi novax e oggi prende in giro i complottisti nemici. La Taverna era quella che voleva tornare alla lira e mo’ fa l’europeista. Casalino rimane il Richelieu per mancanza di prove che si rammaricava che insieme al Ponte Morandi gli era saltato quello di Ferragosto. Persino Conte-bis pare sia parente del Conte uno, e sul tema stranieri glissa amabilmente, incapace di cogliere che la base sovranista è già tutta transitata a Lega e Fratelli d’Italia. Da azionista di maggioranza, a Zingaretti conviene battere un colpo. Anche perché, col cognome che si ritrova, rischia che Crimi tenti quanto prima di rimpatriarlo.