(ansa)

Mai dire bau

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Una catena nostrana si definisce, nelle pubblicità radio-televisive e in quelle cartacee, “leader nel pet-food cruelty free”. Tradotto: vende molto cibo per animali, sperimentato sui medesimi, ma senza torturarli. Evidentemente deve essere possibile il contrario, ed è alquanto inquietante. La notazione sarebbe (in realtà è) irrilevante, non fosse che l’annuncio in “Phishing English” aggiunge stentoreo che “le crocchette per cani sono 100% italiane!”. Cosa interessi al nostro migliore amico la provenienza del suo cibo liofilizzato non è dato sapere. Dentro di sé penserà comunque: “Ancora ‘sta sbobba? Non si può avere un po’ di fegato?”. Si è però ritenuto che l’acquirente sovranista desiderasse ciotole patriottiche, da affiancare all’incessante propaganda dell’“io mangio italiano” che investe ogni settore merceologico, specie quelli in cui (il grano, per dire) non saremmo autosufficienti manco per tre mesi all’anno. E comunque è migliore quello ucraino. Ieri è emerso che nel Cilento crescevano rigogliose piantagioni italiane a fianco di discariche tossiche. Italiane pure quelle. Ovviamente non è la norma. Ma, ecco, fossi un barboncino, sarebbe una ragione in più per chiedere al padrone di controllare cosa mi ammolla, quando mi fa mangiare italiano.