Il disagio aggressivo espresso dai cosiddetti No Mask a Roma è parente di quello che normalmente alligna nelle curve italiane. Esistono comuni cause endemiche (povertà, ignoranza, distruzione sistematica del lavoro operato dagli ultimi giapponesi della scuola pubblica, necessità identitaria delegata a quattro cialtroni nostalgici) ma il dato che più facilita certe adunate è un altro: chi di dovere, non interviene. Mentre qualunque manifestazione a trazione progressista o semplicemente di impegno civile viene attenzionata con modi spicci (Genova 2001 per tutte, quando vennero massacrati gli inermi e istigati i violenti), gli stadi o le curve anarco-mussoliniane trovano sempre sguardi amorevoli. Striscione del Duce? Bandiera nazista? Leggi sul distanziamento violate petando rumorosamente? Avanti, c’è posto. Quattro fischi a Salvini? Documenti, prego. In questa disparità di trattamento oltraggiosa c’è tutta la mutazione culturale che permette ai complottisti comode passerelle durante le quali, per sovrammercato, si atteggiano a vittime silenziate. Piazze come quella di ieri, cui andava applicato il modello tedesco, sono per l’Articolo 21 il corrispettivo del funerale dei Casamonica. Uno sfregio. C’è qualcuno al Viminale che può per un attimo distogliere l’attenzione dalle interviste sui migranti?