Le catene del menga sui social sono di due tipi: avvertimenti (“Non concedere l’amicizia a un certo Matteo R., ti salasserà la vita raccontandoti di quella volta che lui e Biden salvarono il mondo insieme alla donna invisibile e all’uomo torcia”) o divertenti negazioni. Una delle più frequenti sono i post in cui si intima a Facebook di non invadere la nostra privacy. Circolano in varie forme, un po’ come il Covid. A fine febbraio, a lockdown imminente, si puntava sulle foto. Così: “NON DO IL MIO CONSENSO: domani (sic) inizia la nuova regola Facebook per cui possono usare le tue foto. Non dimenticare la scadenza è oggi!!! Può essere usato in affari giudiziari nelle controversie contro di te. Tutto quello che hai postato diventa pubblico, anche i messaggi cancellati o le foto proibite. Un semplice copia-incolla non costa nulla, meglio prevenire che curare”. Credere a questa fragorosa minchiata non depone a favore della lucidità di chi lo condivide. Il neo commissario per la Sanità in Calabria, Zuccatelli, sotto accusa perché a maggio disse che, testuale, "le mascherine non servono a un cazzo", ce l’ha tuttora in bella mostra sulla sua bacheca. Uno che crede di poter fermare Zuckerberg con una catena di Sant’Antonio è, forse, ancora più pericoloso di un negazionista.