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Il gioco del Colle

Da metà gennaio ritorna lo "show" dell'elezione al Quirinale. Ma questa volta non c'è una strategia e neanche un regista visibile
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Ci fu un tempo, nella Prima Repubblica, in cui l’elezione del presidente del Repubblica a camere riunite era uno spettacolo da non perdere, in scena ogni sette anni. Tra il 1962 e il ’64 l’intervallo fu solo di due anni a causa della malattia che obbligò il presidente Segni alle dimissioni anticipate. Poi nel 2013 fu rieletto Napolitano — caso unico finora — e due anni dopo, al momento della sua rinuncia, il Parlamento elesse Sergio Mattarella. Il quale ha svolto le sue funzioni con alto senso delle istituzioni riscuotendo una popolarità che è allo “zenit” (vedi gli applausi alla Scala).

Ha negato più volte di essere disponibile per un “bis”, ma tanti pensano che non sia detta l’ultima parola, se la Repubblica dovesse chiedergli un sacrificio personale. Dicevamo dello spettacolo. I partiti allora erano solidi, benché divisi da forti barriere ideologiche e spesso divisi in fazioni interne ch…

Ci fu un tempo, nella Prima Repubblica, in cui l’elezione del presidente del Repubblica a camere riunite era uno spettacolo da non perdere, in scena ogni sette anni. Tra il 1962 e il ’64 l’intervallo fu solo di due anni a causa della malattia che obbligò il presidente Segni alle dimissioni anticipate. Poi nel 2013 fu rieletto Napolitano — caso unico finora — e due anni dopo, al momento della sua rinuncia, il Parlamento elesse Sergio Mattarella. Il quale ha svolto le sue funzioni con alto senso delle istituzioni riscuotendo una popolarità che è allo “zenit” (vedi gli applausi alla Scala).

Ha negato più volte di essere disponibile per un “bis”, ma tanti pensano che non sia detta l’ultima parola, se la Repubblica dovesse chiedergli un sacrificio personale. Dicevamo dello spettacolo. I partiti allora erano solidi, benché divisi da forti barriere ideologiche e spesso divisi in fazioni interne che si combattevano senza tregua. La Dc, il partito cardine, era in particolare un agglomerato di correnti, per cui quasi mai un leader riusciva a prendere il sopravvento sugli altri. Amintore Fanfani, che ci provò, dovette subire cocenti sconfitte a causa dell’alleanza di tutti gli “amici” contro di lui. Ovviamente tutto questo si rifletteva sul Quirinale. Nessun leader di primo piano, a cominciare dallo stesso Fanfani, riuscì mai a salire lo scalone del palazzo più ambito. E c’era una logica anche in questo, poiché il capo dello Stato è chiamato a una funzione “di garanzia”, di interprete dell’unità nazionale; mentre il potere esecutivo spetta al governo.

Non a caso i presidenti eletti all’inizio degli scrutini, attraverso una convergenza evidente tra forze avversarie, furono davvero pochi: Cossiga nel 1985, Ciampi nel ’92. Circostanze particolari, quasi eccezionali. La regola era un’altra: un conflitto politico e correntizio protratto per giorni, talvolta per settimane. E ora? Nessuno sa esattamente cosa accadrà nella seconda metà di gennaio, quando si comincerà a votare sotto l’occhio del presidente della Camera assistito dalla collega del Senato. Siamo entrati in una “terra incognita”: i partiti non sono mai stati così deboli e frantumati, specchio di una politica in drammatica crisi.

Non è un caso se a Palazzo Chigi c’è Mario Draghi in veste di supplente di forze che hanno fallito la prova durante la legislatura cominciata nel 2018 e condizionata dalla clamorosa vittoria dei Cinque Stelle. Oggi ciò che rende la competizione diversa dal passato è l’assenza di una strategia e di un regista visibile. C’è, è vero, un candidato-ombra: il premier Draghi. Ma il passaggio da Palazzo Chigi al Quirinale è un’altra storia priva di precedenti. Il che rende difficile per il sistema politico, pur sfilacciato e frastornato, accettare la novità. Che comporterebbe, tra l’altro, il venir meno — in buona misura — della distinzione tra presidenza della Repubblica e presidenza del Consiglio. E infatti si parla di un “semi-presidenzialismo di fatto”.

Certo, il Parlamento potrebbe decidere di compiere il grande passo e in tal caso Draghi sarebbe senza dubbio un presidente innovativo: una figura di primo piano, con enorme credibilità internazionale, calato in una cornice istituzionale destinata a cambiare. Tuttavia lascerebbe un vuoto a Palazzo Chigi che potrebbe condurre in tempi brevi a elezioni anticipate, ipotesi da molti scartata a causa della pandemia in corso. Le altre figure per ora sono di contorno. Quanto alla candidatura di Berlusconi, non ci crede quasi nessuno, forse nemmeno il diretto interessato. Tuttavia introduce un elemento di incertezza ulteriore in uno scenario già confuso. Più che sul successo della candidatura in sé, vale la pena interrogarsi sul futuro del centrodestra: dopo la battaglia persa da Berlusconi, l’alleanza tra Lega, FI e FdI non esisterà più nelle forme che abbiamo conosciuto.