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C'è una luce oltre la collina. L'Occidente indebolito ha fatto spazio alle tre potenti autocrazie

Come le rivolte interne ai regimi illiberali saranno le vere protagoniste dell'anno nuovo
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L'anno che verrà si annuncia molto difficile per le autocrazie ovvero i regimi che limitano diritti e libertà al fine di prolungare la loro vita. Le maggiori autocrazie sono protagoniste di una costante offensiva, in crescita da oltre un decennio. Il periodo in cui si rafforzano più prepotentemente coincide temporalmente con l’inizio dell’amministrazione Obama negli Stati Uniti. Alla fine del 2008 la Russia invade la Georgia compiendo il primo passo dell’espansione strategica nel Mediterraneo che accelererà con gli interventi in Siria nel 2015 e in Libia nel 2017 portandola il 24 febbraio scorso ad aggredire l’Ucraina.

Nel 2009 l’Iran reprime nel sangue la rivolta popolare della “Onda Verde” contro i brogli che portano alla rielezione di Mahmud Ahmadinejad, innescando un inasprimento della teocrazia che si accompagna alla legittimazione internazionale del proprio programma nucleare nel 2015, vede Teheran estend…

L'anno che verrà si annuncia molto difficile per le autocrazie ovvero i regimi che limitano diritti e libertà al fine di prolungare la loro vita. Le maggiori autocrazie sono protagoniste di una costante offensiva, in crescita da oltre un decennio. Il periodo in cui si rafforzano più prepotentemente coincide temporalmente con l’inizio dell’amministrazione Obama negli Stati Uniti. Alla fine del 2008 la Russia invade la Georgia compiendo il primo passo dell’espansione strategica nel Mediterraneo che accelererà con gli interventi in Siria nel 2015 e in Libia nel 2017 portandola il 24 febbraio scorso ad aggredire l’Ucraina.

Nel 2009 l’Iran reprime nel sangue la rivolta popolare della “Onda Verde” contro i brogli che portano alla rielezione di Mahmud Ahmadinejad, innescando un inasprimento della teocrazia che si accompagna alla legittimazione internazionale del proprio programma nucleare nel 2015, vede Teheran estendere in maniera formidabile la propria presenza militare in più Paesi arabi e culmina nel 2021 con l’elezione dell’ ultraconservatore Ebrahim Raisi. Nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping lancia la “Belt and Road Initiative”, la Nuova Via della Seta a cui affida il progetto di inondare l’Occidente di beni e servizi made in China per guidare la globalizzazione e superare gli Stati Uniti in ricchezza e nuove tecnologie.

Le tre più grandi, stabili, ricche e ben armate teocrazie del Pianeta hanno così interpretato nell’ultima decade la loro capacità di affermarsi su più fronti come una lampante conferma della debolezza delle democrazie occidentali e in particolare degli Stati Uniti che dopo due mandati di Obama ne ebbero uno di Donald Trump per un totale di 12 anni di progressivo, costante, indebolimento della propria proiezione internazionale.

Ma ognuna di queste autocrazie, nel corso dell’anno che si è appena chiuso, ha commesso un serio errore strategico: la Russia di Vladimir Putin ha sottovalutato la capacità di resistere del popolo ucraino, mosso solo dalla volontà di difesa delle proprie libertà e indipendenza; l’Iran degli ayatollah ha sottovalutato l’impatto dell’uccisione della giovane Mahsa Amini da parte della sua “polizia morale” su milioni di donne persiane che da 43 anni lamentano la violazione sistematica dei loro diritti; e la Cina di Xi, pur rieletto praticamente a vita dal XX Congresso del Pcc, ha sottovalutato l’impatto delle bugie dette per quasi due anni ai propri abitanti sulla lotta al Covid, fino al punto di innescare le inedite proteste di chi lamenta l’assenza del vaccino che oramai l’intero mondo - tranne loro - possiede. Sono questi tre errori di sottovalutazione, commessi davanti ai rispettivi popoli dai tre Leader Supremi, che lasciano intendere come il 2023 potrebbe essere per loro l’anno più difficile, di una resa dei conti a Mosca, Teheran e Pechino capace di innescare molteplici conseguenze internazionali.

Sono percorsi molto diversi fra loro, ognuno dei quali resta certamente in bilico e l’Occidente li osserva con la distanza necessaria per aiutare la logistica delle rivolte senza però mai entrare in un conflitto diretto con gli autocrati, perché ciò li aiuterebbe.

Da qui l’importanza di guardare con costante attenzione a quanto avviene nelle strade di Mosca e Pechino come nei bazaar di Teheran e Isfahfan. Ciò che più dovremo tenere d’occhio nelle prossime settimane (e mesi) è quanto avviene dentro questi Paesi. Perché se i giovani russi di Mosca troveranno il coraggio di rispondere con l’amore della libertà all’arruolamento forzato per combattere contro Kiev, se donne che sfidano gli ayatollah togliendosi il chador porteranno gli ayatollah a dividersi e se le proteste anti-Covid continueranno, da Shanghai a Pechino, sarà il fronte interno delle autocrazie il vero protagonista del 2023. È bene precisare che i regimi di Putin, Khamenei e Xi restano ancora saldi al potere, con la capacità di reprimere il dissenso interno e di minacciare i vicini ma gli errori commessi del 2022 - per eccesso di sicurezza - e per la presenza alla Casa Bianca di una presidente come Joe Biden, che ha appreso durante la Guerra Fredda il valore strategico dei diritti umani, contribuiscono a creare per la prima volta uno scenario a loro sfavorevole. Per chi vive a Mosca, Teheran e Pechino la strada delle libertà individuali resta dunque in salita, difficile e disseminata di ostacoli ma per la prima volta c’è una luce oltre la collina.

Che spiega il coraggio crescente, visibile e rivoluzionario, di chi sfida l’onnipotenza della repressione fuggendo in macchina verso la Georgia o la Finlandia, bruciando l’hijab che imprigiona i propri capelli o impugnando fogli bianchi davanti alla sicurezza cinese. Sono le avvisaglie del risveglio delle libertà dove i diritti, di ogni tipo, soffrono di più. E il nostro dovere è di tenere alta l’attenzione su quanto avviene dentro le autocrazie perché ciò indebolisce una delle armi più brutali di ogni regime: far credere alle proprie vittime che nessuno si interessa a loro.