Ritorno al cibo futuro senza nostalgia del passato
di Marino Niola , di Marino NiolaIl 2023 avrà il sapore allettante della ripartenza. E quello rassicurante della tradizione. Che è la storia della cucina, ma è anche la cucina della storia, dove mescoliamo il passato e il futuro, l’eredità e i progetti, i timori e le aspettative. E di questi tempi, fra paure pandemiche e incertezze economiche, l’idea di avere alle spalle qualcosa di solido cui aggrapparsi trasforma in un bene rifugio tutto quello che sentiamo nostro, che ci è familiare, di cui sappiamo di poterci fidare. A tavola e non solo.
Come succede sempre nei momenti in cui il mondo, come un vecchio cuore, va in fibrillazione, si contrae ed entra in una fase di sistole che ci chiude la mente e il cuore. Allora l’insicurezza dell’oggi e la paura del domani diventano il pensiero dominante. E ci portano a isolarci nella fortezza della nostra integrità minacciata, della nostra immunità in pericolo. La precarietà del lavoro, il carovita…
Il 2023 avrà il sapore allettante della ripartenza. E quello rassicurante della tradizione. Che è la storia della cucina, ma è anche la cucina della storia, dove mescoliamo il passato e il futuro, l’eredità e i progetti, i timori e le aspettative. E di questi tempi, fra paure pandemiche e incertezze economiche, l’idea di avere alle spalle qualcosa di solido cui aggrapparsi trasforma in un bene rifugio tutto quello che sentiamo nostro, che ci è familiare, di cui sappiamo di poterci fidare. A tavola e non solo.
Come succede sempre nei momenti in cui il mondo, come un vecchio cuore, va in fibrillazione, si contrae ed entra in una fase di sistole che ci chiude la mente e il cuore. Allora l’insicurezza dell’oggi e la paura del domani diventano il pensiero dominante. E ci portano a isolarci nella fortezza della nostra integrità minacciata, della nostra immunità in pericolo. La precarietà del lavoro, il carovita che allarga la forbice tra i desideri e la possibilità di realizzarli, i venti di guerra che spirano sempre più tesi, l’emergenza ambientale. Sono altrettanti fattori di stress contro i quali la certezza routinaria del buon tempo antico diventa un placebo e al tempo stesso un antidoto.
Di questo switch temporale che converte il passato in futuro, il nostro rapporto con il cibo è il display luminoso. Perché la tavola è l’algoritmo delle nostre apprensioni e delle nostre proiezioni, e non solo di quelle alimentari. È un gancio cui appendere il fascio delle nostre paure. E un linguaggio per esprimere le nostre preoccupazioni per la salute personale e quella del pianeta.
Di fatto, i cambiamenti dei nostri comportamenti alimentari funzionano, e funzioneranno sempre di più, da indicatori di una nuova consapevolezza sociale ed ecologica. Testimoniano il riconoscimento delle responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti del mondo, umano e non umano. Ecco perché la sicurezza, la tracciabilità, la fiducia, stanno diventando i nuovi slogan di una società come la nostra che, stretta tra Covid e guerra, vive nell’attesa messianica del Pnrr. Un’Italia sull’orlo di una crisi di nervi ma che, a dispetto di tutto, crede di potercela fare, attingendo al capitale che la storia le ha lasciato in dote. In questo senso, la ristilizzazione dei nostri usi e consumi diventa il segno di un ripensamento in atto, cui i traumi di questi ultimi tre anni hanno dato un forte impulso. Col risultato che abbiamo scoperto proprio nel dna del Belpaese le chiavi per uscire dalla crisi con la palla al piede.
Un indicatore di questa tendenza a guardare dentro e dietro di noi per andare avanti viene proprio dalla gastronomia, che sembra anticipare quella rivalutazione identitaria, quell’investimento sul soft power nazionale che è all’origine di tutto il Made in Italy. Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss diceva che, attraverso l’alimentazione, ogni società rivela il suo identikit più profondo, le sue passioni, le sue ossessioni, le sue contraddizioni. Il che è particolarmente vero in un paese come il nostro, che della produzione, della condivisione e del consumo di cibo ha fatto da sempre la materia prima del suo carattere o, meglio, dei suoi mille caratteri diversi.
In realtà l’Italian food non parla mai solo di sé stesso, ma è la sintesi complessiva dei pregi e difetti, vizi e virtù, dei sentimenti e comportamenti nazionali, delle nostre somiglianze e dissimiglianze. Insomma, ci fa capire di che pasta siamo fatti noi italiani. Uniti proprio dalle nostre differenze. Che si sono stratificate nei secoli dando vita a un intreccio inimitabile tra capolavori dell’arte, santuari del gusto, templi dello stile, hub dell’ingegno.
Questo intrico di tradizioni e vocazioni, di radici economiche e culturali, sociali e religiose, profondamente installato nell’hardware dell’Italia è riaffiorato, come un tesoro dimenticato, a partire dal primo lockdown. Quando siamo stati costretti a riprendere in mano le nostre vite e abbiamo ricominciato, per forza, per gioco e per disperazione, a riscoprire il meglio di noi stessi. Cominciando proprio dalla cucina. Luoghi, abitudini, ricette dimenticate, rituali comunitari che sembravano appartenere ad un passato esodato. Facendo della tavola un laboratorio di sperimentazione sociale. Lo specchio di una nuova concretezza che abiura l’inutile e coniuga la frugalità forzata dei nonni con la sobrietà responsabile dei nipoti.
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Il dato positivo è che questa riscoperta delle radici, questo buon uso dell’identità, non sono un tentativo di resuscitare il tempo andato. Piuttosto sono una ricerca di quello perduto. Ecco perché il 2023 avrà il gusto collaudato del Made in Italy. E un sapore consolante di tradizione. Ma senza nessuna nostalgia del passato. Perché sarà un ritorno al futuro.