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Le minacce di Cina, Russia, Iran e Turchia: siamo al bivio e il burrone non è inevitabile. Gli scenari possibili

Su questi quattro fronti si addensano le nubi. Perciò il 2023 potrebbe essere l’anno più pericoloso di tutto il dopoguerra. Ma le democrazie hanno la chance di inaugurare un’epoca di stabilità
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Così tante incognite si stanno accumulando le une sulle altre che l'anno nuovo è imponderabile. Ci sarà un Bruto che ribalterà la situazione a Mosca? Una sconfitta di Recep Erdogan alle elezioni di giugno potrebbe inaugurare una nuova stagione per il Medio Oriente e tutto il Mediterraneo? Gli iraniani avranno la meglio sulla loro teocrazia, il cui sostegno verrebbe dunque meno tanto a Vladimir Putin quanto a Bachar al-Assad? L'inflazione potrebbe prendere slancio in Europa e provocare disordini sociali al punto da indebolire ancor più gli stati dell'Unione?

Questo elenco di domande potrebbe allungarsi di molto se ci chiedessimo anche se l'arrivo di un'estrema destra antiaraba al governo israeliano potrebbe riattizzare il fuoco del conflitto più antico, e in che modo Xi Jinping cercherà di riacquistare il controllo della situazione in Cina ora che le proteste l'hanno obbligato ad allentare le misure di confinamen…

Così tante incognite si stanno accumulando le une sulle altre che l'anno nuovo è imponderabile. Ci sarà un Bruto che ribalterà la situazione a Mosca? Una sconfitta di Recep Erdogan alle elezioni di giugno potrebbe inaugurare una nuova stagione per il Medio Oriente e tutto il Mediterraneo? Gli iraniani avranno la meglio sulla loro teocrazia, il cui sostegno verrebbe dunque meno tanto a Vladimir Putin quanto a Bachar al-Assad? L'inflazione potrebbe prendere slancio in Europa e provocare disordini sociali al punto da indebolire ancor più gli stati dell'Unione?

Questo elenco di domande potrebbe allungarsi di molto se ci chiedessimo anche se l'arrivo di un'estrema destra antiaraba al governo israeliano potrebbe riattizzare il fuoco del conflitto più antico, e in che modo Xi Jinping cercherà di riacquistare il controllo della situazione in Cina ora che le proteste l'hanno obbligato ad allentare le misure di confinamento. In politica, però, non serve a niente intonare con Doris Day "Que sera, sera...Whatever will be, will be".

Sarà quel che sarà ma, aldilà di questo dato di fatto, come si può impedire che il susseguirsi delle tensioni finisca con il condurre a un terzo conflitto mondiale, in quanto non si tratta tanto di un'ipotesi quanto di una possibilità concreta?

Dato che un'eventualità del genere è tutt'altro che impossibile, proviamo a immaginare per un momento che un'ondata di Covid intasi gli ospedali cinesi, che le dimensioni dell'epidemia e la marea dei decessi scatenino una crisi economica e che il potere di Xi Jinping sia minacciato da oppositori che fanno leva sul malcontento popolare. Fatte salve improbabili dimissioni, al presidente cinese non resterebbe che un'unica carta in mano: aggredire Taiwan per assumere il comando delle forze armate e promuovere uno slancio nazionalista da cui sperare di trarre vantaggio.

Se si arrivasse a quel punto, gli Stati Uniti non potrebbero permettere alla Cina di avere la meglio su di loro affermandosi in Asia. Anche solo intromettendosi, gli Stati Uniti interverrebbero in quel conflitto, e non è difficile immaginare come sarebbe impossibile non assistere progressivamente alla formazione prima e allo scontro poi di due blocchi contrapposti, gli occidentali da un lato e Cina, Russia e altri Paesi emergenti dall'altro.

Immaginiamo poi che l'esercito ucraino continui a respingere le truppe russe verso le loro frontiere e che nessun Bruto sovverta la situazione al Cremlino. Non possiamo sapere a quale nuovo estremismo ciò potrebbe spingere Vladimir Putin, ma di fatto egli potrebbe benissimo decidere di ricorrere alle armi di distruzione di massa o anche a mettere alla prova l'Alleanza atlantica con un'incursione in Polonia o in uno degli Stati Baltici, Paesi la cui appartenenza all'Alleanza li colloca sotto la protezione nucleare degli Stati Uniti.

È superfluo dire che quel giorno tutto il mondo vivrebbe una crisi di gran lunga più seria di quella di Cuba, perché non esiste più una segreteria politica incaricata di incanalare gli impulsi di un uomo che, per altro, non ha nemmeno la razionalità che aveva Krusciov.

Immaginiamo ancora che la teocrazia iraniana voglia dotarsi dell'arma nucleare - ormai ne ha i mezzi, dopotutto - per rinverdire la sua reputazione e poter reprimere ancor più il suo stesso popolo. Non vi sono prove che Israele e i Paesi del Golfo lascerebbero fare e che a un bombardamento delle installazioni nucleari iraniane non faccia subito seguito una pioggia di missili su Tel-Aviv e Riad. Infine, immaginiamo, perché ad Ankara se ne parla parecchio, che Recep Erdogan annetta la parte turca di Cipro o alcune isole greche vicine alle sue coste per cercare di rinsaldare dietro di sé le file di un Paese ormai spazientito del suo autoritarismo e da un'inflazione che sfiora il 100 per cento. Paesi membri dell'Alleanza atlantica entrerebbero così in conflitto nel momento stesso in cui l'Alleanza e la Russia sono ai ferri corti e in primavera potrebbero esserlo molto più rispetto a quanto lo sono oggi.

Anche solo per questi quattro fronti, l'anno 2023 sarà il più pericoloso di tutto il dopoguerra. Forse, siamo già entrati in un anteguerra senza volercene rendere conto, ma questo non significa che non ci resti altro da fare che incrociare le braccia e aspettare, rassegnati, che accada quel che accada. Al contrario: dobbiamo reagire, osservando prima di tutto che, contrariamente a quanto si pensa, il rapporto di forze è favorevole alle democrazie. I regimi di Cina, Turchia, Russia e Iran dispongono di svariati strumenti di disturbo, ma sono loro in crisi, sono loro a essere sconfessati dai loro stessi popoli, sono ancora loro a non sapere più come uscirne. Le democrazie, invece, hanno saputo armare l'Ucraina permettendole di resistere all'aggressione del Paese più grande del mondo.

In parallelo, l'attaccamento degli europei alla loro Unione non è mai stato altrettanto forte come quando proprio Putin è riuscito ad allargare le file dei Ventisette e della Nato mentre l'Asia centrale prendeva le distanze da Mosca. Quanto a Xi-Jinping, era appena diventato il nuovo Mao quando la sua onnipotenza è stata messa in dubbio. Dal canto suo, Recep Erdogan correrebbe rischi seri se volesse evitare una sconfitta elettorale ricorrendo alla guerra, e perfino il primo ministro ungherese Viktor Orbán, grande sostenitore di Putin e teorico dell'illiberalismo, sta perdendo terreno con un'inflazione superiore al 20 per cento e un difficile braccio di ferro con i suoi partner dell'Unione.

Le democrazie hanno i loro problemi. Hanno numerosi problemi complessi, ma nessuna di loro è minacciata direttamente da una crisi di regime, e le difficoltà di Putin e di Xi consolidano la loro autorità a tal punto che anche i loro margini di manovra si espandono. Insieme, le democrazie potrebbero mettere il presidente russo in una posizione scomoda, avanzando la proposta di una compagine europea che offra garanzie di sicurezza a tutti i Paesi del continente. Questo consentirebbe di far nascere a Mosca un dibattito, di offrire una via di uscita alla Russia, di ridare frontiere internazionali all'Ucraina e, respinto l'invasore, di inaugurare un giorno un'epoca di stabilità e di cooperazione continentali.

Nello stesso modo, l'Unione europea potrebbe sollecitare ufficialmente i cinesi a offrire garanzie di sicurezza ai loro vicini asiatici e avviare così facendo un processo di disarmo in Asia equiparabile a quello che l'Europa ha conosciuto con la distensione e la perestroika. Questo permetterebbe di congelare la questione di Taiwan per il tempo necessario alla Cina per evolversi e ambire a organizzare una cooperazione pacifica degli Stati alla sua periferia, ossia un mercato asiatico comune.

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Poiché le dittature sono indebolite, è arrivato il momento di proporre loro di tornare ai principi della Carta delle Nazioni Unite e di far progredire il funzionamento dell'Onu, del suo Consiglio di Sicurezza e dell'insieme delle organizzazioni internazionali. Alleata degli Stati Uniti, ma ormai sufficientemente unita, ricca e forte per esistere per conto proprio, l'Unione europea avrebbe i mezzi per incominciare ad avere a partire dal 2023 il ruolo di mediatrice e di pacificatrice in Europa, in Asia e in Medio Oriente. L'Unione può e deve scongiurare l'anteguerra nascente. Se non sarà lei a farlo, chi altri potrà?

Traduzione di Anna Bissant