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Italia, lo spauracchio da scacciare

Il nostro Paese è diventato destabilizzante per l'intera Europa. Per evitare l’ottimismo vago e indeterminato, limitiamo a pochi buoni propositi i nostri fioretti per il 2023
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A ogni inizio d’anno ci mettiamo tutti a raccontare un futuro che poi, durante l’anno, rimandiamo all’anno dopo. E allora diciamo subito che nel 2023 non avremo la doccia a ultrasuoni per lavarci senz’acqua, che resterà poco più di un sogno l’energia pulita della fusione fredda e che gli studi sul vaccino che sconfigge il cancro continueranno ad essere soltanto promettenti. Certo, sarebbe bello se davvero gli storici un giorno scrivessero che “nel 2023 finalmente cominciò il futuro”. Quello radioso, della democrazia e della scienza, però, non quello della dittatura e della bomba atomica che il disperato omuncolo del Cremlino vorrebbe di nuovo usare coniugando al futuro solo il verbo uccidere. Con il ruggito della guerra, il decorso dell’inflazione e la “nuova normalità” dei prezzi insostenibili dell’energia, e quindi del razionamento, accontentiamoci dunque di immaginare un futuro ital…

A ogni inizio d’anno ci mettiamo tutti a raccontare un futuro che poi, durante l’anno, rimandiamo all’anno dopo. E allora diciamo subito che nel 2023 non avremo la doccia a ultrasuoni per lavarci senz’acqua, che resterà poco più di un sogno l’energia pulita della fusione fredda e che gli studi sul vaccino che sconfigge il cancro continueranno ad essere soltanto promettenti. Certo, sarebbe bello se davvero gli storici un giorno scrivessero che “nel 2023 finalmente cominciò il futuro”. Quello radioso, della democrazia e della scienza, però, non quello della dittatura e della bomba atomica che il disperato omuncolo del Cremlino vorrebbe di nuovo usare coniugando al futuro solo il verbo uccidere. Con il ruggito della guerra, il decorso dell’inflazione e la “nuova normalità” dei prezzi insostenibili dell’energia, e quindi del razionamento, accontentiamoci dunque di immaginare un futuro italiano, per così dire, minore. E, per evitare l’ottimismo vago e indeterminato, limitiamo a pochi buoni propositi i nostri fioretti per il 2023.

Roma, per cominciare: nel 2023 andrebbe espugnata e affidata allo Stato, come Berlino che è Stato nell’ansa della Sprea, dalla Porta di Brandeburgo alla Siegessäule, e come Washington, tra il Lincoln Memorial e il Congresso. E il 2023 potrebbe essere l’anno del “piano casa”, il recupero delle famose aree interne, dei paesi abbandonati degli Appennini, la rigenerazione dei luoghi che sono l’identità d’Italia, perché tutto viene da lì: San Benedetto da Norcia e gli ordini monastici, san Francesco d’Assisi, Dante Alighieri, Giotto, la pittura e poi la transumanza, la lana, la ricchezza dei Medici.

E nel 2023, la premier che fieramente rappresenta la periferia, avrebbe il dovere di raccogliere la sfida che Renzo Piano ha lanciato all’indomani della tragedia di Ischia: «Vorrei rivolgermi a questo governo che è nato con una forte maggioranza e che ha dunque la mano salda per sfidare localmente, quando occorre, l’impopolarità e permettersi un orizzonte e un pensiero strategico. A questo governo affido il mio appello bipartisan per un piano di lunga durata di rammendo idrogeologico e boschivo del territorio italiano a rischio. Il rammendo cuce, non è dispendioso e accende luci, contagia con l’emulazione, insegna. Non interventi irrealistici, ma piccoli cantieri di contenimento e di speranza».

E non ci sarebbe bisogno del Fondo monetario internazionale né della Banca europea. E molto ci aiuterebbe se nel centro di Castelvetrano fosse finalmente arrestato l’italiano più ricercato, uno dei dieci latitanti più pericolosi e ricchi del mondo, Matteo Messina Denaro , “l’invisibile”, “Diabolik”, “lo Zio” . La sua clandestinità di trent’anni alimenta la peggiore letteratura sull’Italia, quella dei labirinti e degli eterni inspiegabili ritorni, della menzogna che rasenta la verità, del mafioso che tutti rincorrono, poliziotti, finanzieri, carabinieri, reparti speciali, esperti in intercettazioni ambientali e pedinamenti, l’eccellenza dell’investigazione acquartierata a Castelvetrano dove tutti sono spiati e tutti si somigliano perché tutti somigliano a lui, in un gran cercare che serve solo a nascondere “lo spauracchio” di Trilussa: “Dice che un giorno un Passero innocente/giranno intorno a un vecchio Spauracchio/lo prese per un Omo veramente/e disse: - finarmente/potrò conosce a fonno/er padrone der monno!”.

Ebbene, anche l’Italia è lo spauracchio d’Europa. L’Inghilterra, per esempio, aggredita dagli scioperi, dal debito pubblico e dall’instabilità dei governi, da molti mesi ormai si sente “Britaly”. E la Germania teme il contagio italiano persino nei ritardi dei treni. L’intera Europa chiama la corruzione “italian job” o “italian connection”. Ci vorrebbe un nuovo disgusto estetico verso noi stessi per cominciare a liberare l’Italia dallo “spauracchio Italia”. Secondo Longanesi, la fine del fascismo cominciò in tram quando gli italiani scoprirono, guardandolo, com’era diventato tronfio il deretano dei gerarchi.