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Restare umani anche in fabbrica: la difesa dei lavoratori nella rivoluzione tecnologica

È verosimile che l’occupazione classicamente intesa diventi ancora di più un ricordo del passato, con il dilagare di forme ibride e deregolate. Per questo c’è la speranza che il 2023 porti una vitale nuova forma di umanesimo
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Nessun oroscopo di fine anno azzarda previsioni su cosa sarà, nel 2023, il mondo del lavoro. Sarà che foschi temporali si addensano all’orizzonte, e fra i lustrini e lo spumante è sempre preferibile promettere serenità e quiete, come faceva il buon venditore d’almanacchi di Giacomo Leopardi. Tant’è, di colmare la lacuna proviamo allora a occuparci noi, cominciando col dire che ogni nuovo anno vedrà sempre più competizione lavorativa fra noi umani e una tecnologia ampiamente in grado di soppiantarci. È inevitabile, fa parte di un corso storico di cui non possiamo che prendere atto, consapevoli che il punto sostanziale starà sempre più nella difesa del fattore umano, destinato sulla carta a retrocedere per costi e intensità produttiva.

In cosa consiste la forza del lavoratore in carne e ossa? È un interrogativo fondamentale, che a mio parere dovrebbe iniziare a far parte delle priorit&…

Nessun oroscopo di fine anno azzarda previsioni su cosa sarà, nel 2023, il mondo del lavoro. Sarà che foschi temporali si addensano all’orizzonte, e fra i lustrini e lo spumante è sempre preferibile promettere serenità e quiete, come faceva il buon venditore d’almanacchi di Giacomo Leopardi. Tant’è, di colmare la lacuna proviamo allora a occuparci noi, cominciando col dire che ogni nuovo anno vedrà sempre più competizione lavorativa fra noi umani e una tecnologia ampiamente in grado di soppiantarci. È inevitabile, fa parte di un corso storico di cui non possiamo che prendere atto, consapevoli che il punto sostanziale starà sempre più nella difesa del fattore umano, destinato sulla carta a retrocedere per costi e intensità produttiva.

In cosa consiste la forza del lavoratore in carne e ossa? È un interrogativo fondamentale, che a mio parere dovrebbe iniziare a far parte delle priorità scolastiche, perfino con una certa urgenza se si pensa che almeno due prototipi di formidabili androidi sono stati presentati negli ultimi mesi, da Sophia della Hanson Robotics Limited (capace di pensare e provare empatia) fino a quel CyberOne di Xiaomi che di fatto copre ogni possibile prestazione lavorativa. Applausi.

Xiaomi CyberOne, un robot per amico

Ma la domanda che si pone è quanti posti di lavoro verranno allegramente cancellati in quello che di fatto è il capitolo cruciale di una rivoluzione in corso da anni, sul cui volgere ha giocato un ruolo essenziale la pandemia, capace di bloccare la manodopera umana ma non quella meccanica. Senza considerare che gli effetti della nuova politica cinese sul Covid attiveranno dinamiche imprevedibili in termini di impatto produttivo, con milioni di contagi attesi fra le squame del Dragone. Se sommiamo questa incognita con la crisi ucraina e l’esplosione dei costi energetici, si compone il quadro di una tempesta perfetta in cui è legittimo aspettarsi scosse telluriche nel comparto industriale e, nel terziario, un nuovo boom del lavoro remoto, più sostenibile per il datore di lavoro e per il lavoratore stesso (il costo vivo del raggiungere l’ufficio si è di fatto moltiplicato).

Insomma, è verosimile che nel 2023 il lavoro classicamente inteso diventi ancora di più un ricordo del passato, con tutto ciò che ne consegue. Mi riferisco al dilagare di forme ibride, deregolate, del tutto invisibili, esposte a rischi altissimi non soltanto di instabilità sociale ma di concreta sopravvivenza per chi punta tutto su questa roulette russa. Fra cinquantenni licenziati durante la crisi economica, quarantenni espulsi nel cataclisma post-pandemia, trentenni che ancora cercano un contratto e ventenni che ci rinunciano in partenza, il mondo del lavoro ha ormai abdicato a coniugare i verbi al futuro, arroccandosi su un presente più che mai istantaneo. Dalla solidità (un tempo se non garantita, promessa) si è fatto più che mai liquido, se non addirittura gassoso, soprattutto per chi vi si affaccia per la prima volta, confondendo ormai lo smart con il far-west e il cosiddetto job-search con una specie di forsennato rodeo che riabilita caporalato e cottimo sotto un fard da terzo millennio.

Le morti sul lavoro hanno segnato anche per il 2022 cifre inaudite, intollerabili, non solo legate ai consueti scarsi investimenti sulla manutenzione e ahimè sulla formazione, ma anche ai fuochi fatui di un “guadagnare veloce” che attrae milioni di giovani nella rete vischiosa di un giocarsi la vita. E allora torniamo, come sopra detto, all’importanza della scuola, il cui ruolo di anticamera al mondo del lavoro dovrebbe più che mai implicare anche un pre-orientamento ai rischi, ai sentieri minati, alle sabbie mobili e alle false sirene che fanno parte di questa giungla intricatissima, in cui peraltro tutto è ipocritamente ribattezzato in inglese, neanche fosse la Spotify del job o del work.

Ho la speranza che il 2023 porti se non altro una nuova percezione diffusa di quanto il lavoro non possa essere lasciato alla sua brada evoluzione darwiniana, ma necessiti di un rinnovato approccio etico. E, perché no, di una vitale nuova forma di umanesimo.