"Io sono la Pace vantata dagli uomini e dagli dei, genitrice, protettrice, conservatrice d'ogni cosa, nulla senza me fiorisce, nulla è sicuro. La guerra è un oceano in cui si uniscono i mali del mondo, fa imputridire ciò che fiorisce, rovina ogni cosa e annienta ogni fondamento". Sì, io sono la Pace. Cinque secoli fa, in un'Europa che stava per riprendere le armi minacciando la carneficina, Erasmo da Rotterdam ha dato voce al mio lamento e immaginato che mi facessi persona per scendere sulla Terra.
Lui ha saputo descrivere la follia di un mondo dove tutti mi oltraggiavano: i sovrani, i sapienti e persino i religiosi erano troppo presi dalle loro liti per ascoltarmi. A qualunque porta bussassi, che fosse reggia, accademia o monastero, la risposta erano solo insulti. Non mi hanno voluto ascoltare. E così il continente è precipitato in un vortice di brutalità, invocando dio e patria per giustificare la sete di potere e la pioggia di sangue. Oggi vedo quello che accade e mi rendo conto di quanto gli uomini siano cambiati. All'epoca mi insultavate; ora mi ignorate. Nessuno mi invoca: mi avete completamente dimenticato. Siete stati fortunati e allo stesso tempo scellerati.
Settant'anni senza battaglie vi hanno fatto smarrire la memoria della mia importanza. Non ricordate quei giornali dell'estate 1945 con i titoli che urlavano "It'over!" "È finita!": nelle strade ci si baciava senza bisogno di conoscersi, perché tutti erano fratelli e sorelle nell'essere sopravvissuti. Il mio nome era gioia assoluta: l'umanità intera si era resa conto del perché gli antichi mi raffigurassero con una cornucopia che elargiva dolci doni.
Gli uomini e le donne che avevano respirato l'orrore, spesso passando attraverso i lutti di entrambe le guerre mondiali del secolo più breve e più violento, conoscevano bene il mio valore. Si sono impegnati per costruire templi in cui venissi onorata e protetta, forgiando una casta di sacerdoti e una liturgia che sapesse domare i rigurgiti dell'odio. Anche i leader delle potenze erano reduci, avevano pianto amici e camerati, come Krushev, il comandante di Stalingrado, e Kennedy, veterano del Pacifico, che si sono sfidati nella crisi di Cuba senza mai perdere di vista la mia luce.
Da allora due generazioni hanno vissuto senza doversi confrontare con la paura, senza mai fare i conti con bombardamenti e mobilitazioni: una condizione meravigliosa in cui avete non solo ridotto gli arsenali e rottamato i cannoni, ma anche lasciato andare in malora tutti gli strumenti inventati per evocarmi. Le Nazioni Unite erano il mio sacrario, il luogo dove attivamente venerarmi. Ma come in tutte le fedi, ci sono profeti così fanatici da esagerare nell'ambizione: hanno pensato che non bastasse vigilare sull'armonia e si dovesse imporre il mio rispetto con la forza. Un controsenso: la Pace che si fa strada con le armi.
Nelle raffigurazioni degli antichi non esiste una sola immagine in cui io indossi l'elmetto: è la Vittoria a mostrarsi con il cimiero. So che spesso voi ci confondete e alcuni di voi ritengano Vittoria e Pace sinonimi, un accostamento che induce in tentazioni guerriere e depaupera la diplomazia: anche in questi giorni, quante volte sento dire che la Pace ci sarà solo con la Vittoria. La Nike pagana aveva le ali; io invece ho sempre tenuto i piedi piantati a terra. Non volo, mi trascino nelle trincee del dolore.
Ho visto i caschi blu che combattevano nel mio nome scappare dai vicoli di Mogadiscio e piangere per l'impotenza davanti ai palazzi crivellati di Sarajevo. Poi, mano a mano che la guerra si allontanava dall'Europa, vi siete convinti che le ideologie non avessero più peso e nel mercato globale contasse solo l'economia: credevate che sarebbero bastate le sanzioni per placare l'ardore dei nazionalismi a mano armata. Dopo avermi voluto soldato, mi avete reso mercante. Che presunzione.
L'invasione russa dell'Ucraina ha cancellato le vostre illusioni, obbligandovi a convivere con un conflitto di intensità e ferocia senza precedenti. Adesso avete ricominciato a pronunciare invano il mio nome, come fossi un essere alieno: "Ci vorrebbe la Pace...".
Quando c'era la guerra, i romani aprivano le porte del sacello di Giano, in modo che il dio bifronte potesse scrutare il futuro. Cosa scorgerebbe nel vostro? Lo spettro dell'Apocalisse nucleare? Ma non temete. Per quanto siate stolti, io non vi abbandonerò e so che la Speranza è al mio fianco. Avevate dimenticato pure l'importanza del frumento, quando però hanno chiuso i porti vi siete ricordati che esiste ancora la fame. Io sono la Pace e tra i simboli che mi hanno sempre accompagnato ci sono le spighe di grano. Sono stata capace di rimettere in viaggio le navi dei cereali e difenderle dalle bombe: è quella la rotta per uscire dall'orrore, basta avere la volontà di seguirla.