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Francesco e la rivoluzione dell’immagine: da Fazio a Sanremo, la presenza contro l’oblio

Papa Francesco in collegamento con Fabio Fazio a "Che tempo che fa" lo scorso 19 gennaio (ansa)

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Non c’era mai stato nella sua posizione un comunicatore simile ed è probabile non ce ne saranno più: il contatto e la vicinanza tangibile come amplificatore del verbo
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Benedetto XVI evocava “il silenzio di Dio”. Francesco la voce del Papa. Giovanni Paolo II la portava personalmente nel mondo. Francesco ha cercato ogni specie di amplificatore. Non c’era mai stato nella sua posizione un comunicatore simile ed è probabile non ce ne saranno più. Di certo, non ora. Durante il suo pontificato è stata trasmessa la serie di Paolo Sorrentino The young pope in cui il giovane papa americano teorizzava “l’assenza è presenza” e “dobbiamo tornare a renderci inaccessibili perché solo così saremo desiderabili”, come i grandi artisti più amati: Salinger, Bansky, Mina.

Il 12 dicembre del 2012 il primo tweet dell'account @Pontifex 

Francesco si è issato sul lato opposto, praticando la presenza come necessità contro l’oblio, attribuendo alla parola un valore inestimabile, che fosse da Dio a uomo, da uomo a uomo o da uomo a Dio: verbo, dialogo o preghiera. Vade retro Elena Fer…

Benedetto XVI evocava “il silenzio di Dio”. Francesco la voce del Papa. Giovanni Paolo II la portava personalmente nel mondo. Francesco ha cercato ogni specie di amplificatore. Non c’era mai stato nella sua posizione un comunicatore simile ed è probabile non ce ne saranno più. Di certo, non ora. Durante il suo pontificato è stata trasmessa la serie di Paolo Sorrentino The young pope in cui il giovane papa americano teorizzava “l’assenza è presenza” e “dobbiamo tornare a renderci inaccessibili perché solo così saremo desiderabili”, come i grandi artisti più amati: Salinger, Bansky, Mina.

Il 12 dicembre del 2012 il primo tweet dell'account @Pontifex 

Francesco si è issato sul lato opposto, praticando la presenza come necessità contro l’oblio, attribuendo alla parola un valore inestimabile, che fosse da Dio a uomo, da uomo a uomo o da uomo a Dio: verbo, dialogo o preghiera. Vade retro Elena Ferrante, tuttavia amico geniale. E’ apparso nei luoghi meno previsti e ortodossi: da un ottico in centro a Roma, nel negozio di dischi che frequentava da cardinale, al luna park di Ostia.

Il Papa al Summer Park di Ostia (ansa)

Ha bussato a un centro di accoglienza per giovani prostitute liberate dalla schiavitù, a casa di famiglie di immigrati, di Edith Bruck e di Emma Bonino. Ha telefonato a un bambino di Cosenza che gli aveva spedito una lettera chiedendogli di pregare per la zia malata, a un giovane autistico di Bergamo, ai detenuti di La Plata in Argentina, a Rita Pavone. Inevitabile che Paolo Brosio, l’ultrà di Medjugorie, sia caduto nella trappola di un imitatore ingaggiato da Scherzi a parte. E che, per rincuorarlo, il vero pontefice l’abbia poi ricevuto, insieme con la madre. Identica la reazione nei due casi: “Il sogno della mia vita si è avverato”. A dimostrazione che realtà e fantasia si sono raggiunte, l’una incapace di superare l’altra.

La visita a sorpresa di papa Francesco a Emma Bonino: "L'ho trovata benissimo"

L’impensabile è diventato ordinario. Si è potuto commentare senza sussulti “il papa da Fazio”. E’ potuto accadere che durante il festival di Sanremo, manifestazione sconosciuta alla stragrande maggioranza dei cattolici del pianeta, venisse proiettato un suo video, comunque sia stato registrato.

Il messaggio del Papa al Festival di Sanremo: "La musica strumento di pace" (ansa)

La comunicazione vaticana e della Chiesa in generale è stata protagonista negli ultimi anni di un vero e proprio romanzo di tras-formazione. Ha cercato di adattare il linguaggio ai cambiamenti continui. Non è difficile immaginare lo sforzo con cui papa Benedetto XVI ha accettato di essere il primo a sbarcare su Twitter (non ancora X). Ma se la tecnologia crea un rapporto continuo ma freddo e solo apparentemente diretto (in fondo come possiamo sapere chi utilizza l’account del pontefice?), la tecnica di papa Francesco è stata invece discontinua, ma calda e diretta. Nel suo libro Dal concilio al web l’ex vicedirettore della sala stampa vaticana Angelo Scelzo ha cercato di seguire e spiegare questo percorso così veloce e inatteso. Presentandolo, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha messo l’accento sul “linguaggio del cuore, semplice e immediato” usato da papa Francesco, ma anche sull’interpretazione “nella quale non manca talvolta una certa dose di malizia”.

Da poco uscito dal Gemelli, Francesco è comparso in poncho a San Pietro 

E qui veniamo al punto chiave: abbiamo assistito a un colossale sforzo di evangelizzazione attraverso l’empatia, la disponibilità e la diffusione o a una volgarizzazione del marchio? Nel diritto industriale una parola talmente usata da identificarsi con l’oggetto a cui si riferisce perde il valore di nome proprio e diventa comune (esempi: scotch, moka, cellofan). E’ accaduto lo stesso alla parola proveniente dal soglio pontificio? Scendendo nella canea del dibattito la figura del pontefice si è esposta al pubblico ludibrio, ai manifesti e alle scritte irridenti, alle ironie dei vignettisti, alle salacità dei commentatori? E non era forse questo parte del piano? Forse che la più grande “volgarizzazione” mai narrata non è stata l’incarnazione umana del figlio di Dio, la sua esposizione alle reazioni più bieche, scurrili e scontate?

Pochi decenni fa in Italia vedevamo in tv i leader di partito in occasione delle tribune politiche pre-elettorali, ora fanno più ospitate di una soubrette e di sé ancor più mettono in mostra. Era inevitabile adeguarsi per essere ascoltati o era meglio non farlo per non finire nello stesso tritacarne da cui escono ugualmente maciullati il sacro e il profano?

Non troppo paradossalmente le scelte di papa Francesco sono piaciute più ai laici, a cominciare da quella di scegliere come interlocutore il fondatore di questo giornale, Eugenio Scalfari. Meno a una gran parte dei credenti. Meno ancora a chi, laico o credente, non ha capito neppure le dimissioni di Ratzinger, presupponendo una Chiesa inflessibile.

Papa Francesco ha avuto molti consulenti o consiglieri per la comunicazione. Si sono succeduti spesso non per decorrenza naturale dei termini. L’impressione è che, come in ogni altra cosa, abbia fatto per lo più di testa sua, pur dopo aver testato qualche suggerimento. Esemplare una delle ultime apparizioni, al Giubileo della comunicazione, quando è arrivato sul palco con un discorso preparato di nove pagine ma, davanti al microfono, ha annunciato che era quasi ora di pranzo e non gli pareva il caso, restituendolo a chi gliel’aveva consegnato e preferendo dir poco, ma sottoponendosi a un ben più lungo percorso di benedizioni e strette di mano.

Un’immagine simbolo della pandemia: Francesco da solo in Piazza San Pietro vuota, il 27 marzo del 2020, mentre impartisce la benedizione urbi et orbi con indulgenza plenaria, una preghiera per invocare la fine dell’emergenza sanitaria 

Non solo parola, dunque, ma a volte, in sostituzione: presenza tangibile, contatto, vicinanza. E, in qualche circostanza, l’intuizione che l’immagine sia il nuovo verbo. Insuperabile in questo la Via Crucis del 2020 in piena pandemia e conseguente lockdown, quando apparve in mondovisione solo nella piazza San Pietro deserta ad attendere la croce, portata da ex detenuti e medici.

Poi, nell’ora finale, ha chiesto la trasparenza come estremo rimedio alla falsità del mondo. E come penultima versione di sé ha scelto quella con il poncho, garibaldino, destituito e quindi vincitore.

Ora che il vento spazza via tutto, parole e immagini, che cosa resterà? Che cosa verrà dopo? Nel silenzio del papa parlerà la voce di Dio o il silenzio di Dio parlerà ancora con la voce del papa?

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