Adesso facciamo rumore
di Stefano MassiniC’è qualcosa di nuovo, e di potente, nel rumore che migliaia di ragazzi hanno deciso di scatenare sovvertendo il canonico minuto di silenzio proposto con adeguata ordinanza dal ministero. Elena Cecchettin ha lanciato un appello a tramutare quel silenzio in un “bruciate tutto”, e in moltissimi le hanno dato ascolto. Io per parte mia non nasconderò che ho sempre detestato, in ogni sede e occasione, il rito di quegli stitici 60 secondi di labbra serrate che non hanno più il minimo senso, in un mondo che ormai dialoga quasi solo per scritto sui social, e lì urla, lì inveisce, lì festeggia e lì sproloquia, sempre in totale assenza di decibel. Ben venga quindi il (ci si augura definitivo) epilogo del conventuale minuto di silenzio, che fa tutt’uno con altri relitti pleistocenici come bandiere a mezz’asta e fasce nere al braccio. Stavolta, in più, c’è una formidabile ribellione contro il mutismo degli ipocriti, contro il quieto ammettere, contro il tacito assenso, una rivolta nata spontanea …
C’è qualcosa di nuovo, e di potente, nel rumore che migliaia di ragazzi hanno deciso di scatenare sovvertendo il canonico minuto di silenzio proposto con adeguata ordinanza dal ministero. Elena Cecchettin ha lanciato un appello a tramutare quel silenzio in un “bruciate tutto”, e in moltissimi le hanno dato ascolto. Io per parte mia non nasconderò che ho sempre detestato, in ogni sede e occasione, il rito di quegli stitici 60 secondi di labbra serrate che non hanno più il minimo senso, in un mondo che ormai dialoga quasi solo per scritto sui social, e lì urla, lì inveisce, lì festeggia e lì sproloquia, sempre in totale assenza di decibel. Ben venga quindi il (ci si augura definitivo) epilogo del conventuale minuto di silenzio, che fa tutt’uno con altri relitti pleistocenici come bandiere a mezz’asta e fasce nere al braccio. Stavolta, in più, c’è una formidabile ribellione contro il mutismo degli ipocriti, contro il quieto ammettere, contro il tacito assenso, una rivolta nata spontanea nelle stesse ore in cui il magistrato addetto alle indagini rivelava che le grida di Giulia sarebbero state “silenziate” dal suo uccisore con dello scotch sulla bocca.
Ecco, è dunque del silenzio che vorrei provare oggi a parlare, quel silenzio che riporta la memoria al vecchio caso Kitty Genovese, da cui prese forma, sessant’anni fa, la cosiddetta sindrome del cattivo samaritano. Kitty era una trentenne italoamericana, viveva nel Queens, nella notte del 13 marzo del ’64 fu aggredita per strada da un uomo, che poi la pugnalò a morte davanti all’ingresso di casa. Fra le migliaia di episodi di violenza, l’assassinio suscitò scalpore proprio a causa del silenzio di chi avrebbe potuto salvarla e non lo fece, perché si narra che là, fra i casermoni iper-abitati di Hollis, fossero in tanti che pur svegliati dalle grida, se ne tornarono a dormire senza troppo turbamento. Nei giorni successivi il fatto passò quindi dalla cronaca locale a un clamore ben più vasto, imponendosi all’attenzione generale proprio per le spalle voltate di decine di testimoni (la mitologia ne moltiplicò la cifra), simboli incarnati di una intollerabile tendenza alla rimozione, che nella narcosi cela il subdolo tratto se non del pieno avvallo, certo della sua anticamera. La reazione dell’opinione pubblica fu molto forte, quasi per compensare il prezzo di sangue dell’ennesima vittima, e da quel boato nacquero non solo una serie di iniziative di prevenzione, ma addirittura il celebre 911, numero telefonico per le emergenze negli States.
Come dire, insomma, che non sempre l’oblio inghiotte ogni cosa. Ci sono occasioni in cui il rumore riesce ad avere la meglio, ed è la prima scintilla di un possibile, potenziale incendio. Nel dicembre del ’55, il piccolo gesto di Rose Parks che non lasciò il sedile ai bianchi su un bus di Montgomery, innescò l’inizio di un meraviglioso tsunami di dignità, che mise in crisi l’anti-civiltà razzista americana. Sembrava impossibile, ma avvenne. E dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, non fu la società civile a mobilitarsi davvero, per la prima volta, contro l’omertà mafiosa? Nessuna peggiore sconfitta poteva esservi per Cosa Nostra se non in una popolazione che dentro, profondamente, nelle pieghe della minuscola quotidianità, nel microcosmo delle più invisibili scelte, si sentisse Parte Civile contro la criminalità. E così, allo stesso modo, se accettiamo la provocazione del parallelismo, potremmo dire che gli anticorpi del femminicidio stanno in una reale rivoluzione dal basso, in un riscatto collettivo contro l’acquiescenza e l’assuefazione, che finalmente ripristini un senso critico perduto. Dico che il rumore che i ragazzi di tantissime scuole stanno facendo risuonare in queste ore può essere l’estemporaneo segno di un dissenso oppure il gesto fondativo di un risveglio che seriamente ricodifichi linguaggi e relazioni.
Basta col silenzio, ha ragione Elena Cecchettin. Basta col silenzio davanti a frasi sessiste bonariamente derubricate a goliardia, basta con la paccottiglia cameratesca dell’uomo macho declinata in ogni salsa, basta con il mercimonio di presunte dee Venere sbattute ovunque convenga esibirne le terga, basta con l’equivoco protratto di una celebrazione della bellezza femminile che è solo alibi per virare all’abominio del prodotto, disumanizzato e incellophanato sullo scaffale al migliore offerente. Basta con i sorrisi di circostanza e con il minimizzare, basta con gli sghignazzi sornioni davanti ai siparietti del Giambruno di turno, basta anche con la leggerezza imbecille con cui svuotiamo parole serissime come amore, passione, legame, basta con l’anteporre aggettivi possessivi al partner, basta soprattutto col silenzio di chi si stringe nelle spalle addolorato ma in fondo “le donne purtroppo sono sempre state ammazzate, non è da ora”: è proprio quel silenzio a proteggere e nutrire i Filippo Turetta che anche in queste ore, insospettabilmente, chissà dove, maturano l’idea di uccidere dopodomani le loro rispettive Giulia, legittimati a prendere le vesti di boia per un reato di lesa maestà maschile. Davvero, non vedo al momento speranza se non nel rumore che sta agitando i corridoi e le aule. Parafrasando Kavafis, auguriamoci che il frastuono sia lungo. E assordante.