Camara e il piacere della prima volta
di Claudia de LilloLui stava lì, seduto, a capo chino, l’aria torva dei diffidenti. «Dai, prova!» lo incoraggiavamo noi, intorno al tavolo della cucina. Con il cucchiaino ha esplorato l’interno del barattolo di vetro, con cautela ne ha smosso il contenuto per saggiarne la consistenza. Poi, con un sospiro condiscendente, ha estratto un mucchietto di quella sostanza vermiglia e gelatinosa. L’ha annusata. «L’odore non è male» ha concesso. «Aspetta!» l’ho interrotto porgendogli un pezzo di pane. «Spalmala qui sopra». Ha obbedito e, subito dopo, al centro di quel palcoscenico domestico, l’ha assaggiata.
Il cibo nuovo come rinascita
Martedì scorso era la Giornata mondiale del rifugiato. Camara è partito dalla Guinea, ha attraversato a piedi la Libia e, in barca, il Mediterraneo. Per alcuni mesi ha vissuto a casa nostra e ci ha regalato le sue prime volte. Il parmigiano lo ha inorridito, la zucca lo ha sorpreso, la pizza lo ha sedotto, la tartare lo ha turbato. «Be’?» abbiamo domandato, carichi di aspetta…
Lui stava lì, seduto, a capo chino, l’aria torva dei diffidenti. «Dai, prova!» lo incoraggiavamo noi, intorno al tavolo della cucina. Con il cucchiaino ha esplorato l’interno del barattolo di vetro, con cautela ne ha smosso il contenuto per saggiarne la consistenza. Poi, con un sospiro condiscendente, ha estratto un mucchietto di quella sostanza vermiglia e gelatinosa. L’ha annusata. «L’odore non è male» ha concesso. «Aspetta!» l’ho interrotto porgendogli un pezzo di pane. «Spalmala qui sopra». Ha obbedito e, subito dopo, al centro di quel palcoscenico domestico, l’ha assaggiata.
Il cibo nuovo come rinascita
Martedì scorso era la Giornata mondiale del rifugiato. Camara è partito dalla Guinea, ha attraversato a piedi la Libia e, in barca, il Mediterraneo. Per alcuni mesi ha vissuto a casa nostra e ci ha regalato le sue prime volte. Il parmigiano lo ha inorridito, la zucca lo ha sorpreso, la pizza lo ha sedotto, la tartare lo ha turbato. «Be’?» abbiamo domandato, carichi di aspettativa. Lui, assorto, ha assaporato. Poi ha sollevato uno sguardo incredulo. «Quindi?». Un colpo di fulmine. «La marmellata di fragole è mondiale!».
Ogni cibo nuovo è una piccola rinascita, un esercizio di stupore, un possibile innamoramento. Perché la scoperta del mondo passa anche attraverso il palato. La sorpresa di un bebè davanti alla sua prima banana schiacciata, lo stordimento di un adolescente al primo sorso di vino, la voluttà di un goloso che si avventura su un dolce inesplorato. Assistere alle prime volte è una fortuna, esserne l’artefice un privilegio che capita di rado.
L'avventura nel palato
Amélie Nothomb, geniale quanto eccentrica scrittrice belga, racconta in La metafisica dei tubi che, quando era piccola e viveva in Giappone, i suoi genitori la chiamavano La Pianta. Perché si limitava a stare, come un tubo, percorso dall’universo senza conseguenze. Non aveva bisogno di piangere, di comunicare, di chiedere. Aveva necessità primarie, prontamente soddisfatte, e nient’altro. Un giorno tuttavia una nonna trasgressiva le allungò, attraverso le sbarre del lettino, una barretta di cioccolato bianco. Lei “acchiappa la novità coi denti, la mastica, ma non serve: si fonde sulla lingua, tappezza il palato, gli riempie la bocca - e accade il miracolo”. La Pianta scoprì così il piacere e si fece bambina. “È stato allora che sono nata, nel febbraio del 1970, all’età di due anni e mezzo, sulle montagne del Kansai, nel villaggio di Shakugawa, sotto gli occhi di mia nonna paterna, per grazia del cioccolato bianco”.
Dietro ogni prima volta si nasconde una potenziale epifania, capace di scardinare le nostre certezze e catapultarci altrove, in un vasetto di marmellata di fragole o in vassoio di larve di falena. Provare è un atto di coraggio ma anche di fiducia. In questo tempo lieve di viaggi e vacanze concediamoci il lusso della sperimentazione. Portiamo nell’avventura, insieme a noi, anche il palato. E assaggiamo. Perché l’assaggio è una resa alla meraviglia del mondo.