Francesco Farinetti al papà Oscar: “La generazione Z in realtà è G, come green. Ecco perché si salverà”
di Michele Brambilla , fotografie di Tino Romano / AnsaLa famiglia Farinetti
Di Oscar Farinetti si sa tutto, forse troppo. Del primo dei suoi tre figli, Francesco, si sa che è amministratore delegato di Green Pea, insomma il pisello verde: è un grande centro commerciale e si chiama così perché è tutto dedicato, sia nei materiali in cui è costruito sia in quello che vende, al rispetto del Pianeta.
Oscar è nella sua Fontanafredda, nelle Langhe. Francesco appunto a Green Pea, a Torino, al Lingotto. La conversazione fra padre e figlio comincia con quello di cui tutti parlano in questi giorni: le vacanze. Oscar lo fa anche per suggerire, come lettura estiva, il suo nuovo libro, che si chiama È nata prima la gallina... forse. (52 storie sull’ottimismo e il suo contrario, sulla gente, il cibo, il vino, la vita e l’amore) (Slow Food Editore). C’entra anche qui la sostenibilità.
Francesco Farinetti in videocollegamento col padre Oscar
FRANCESCO «Io andrò in montagna, a camm…
Di Oscar Farinetti si sa tutto, forse troppo. Del primo dei suoi tre figli, Francesco, si sa che è amministratore delegato di Green Pea, insomma il pisello verde: è un grande centro commerciale e si chiama così perché è tutto dedicato, sia nei materiali in cui è costruito sia in quello che vende, al rispetto del Pianeta.
Oscar è nella sua Fontanafredda, nelle Langhe. Francesco appunto a Green Pea, a Torino, al Lingotto. La conversazione fra padre e figlio comincia con quello di cui tutti parlano in questi giorni: le vacanze. Oscar lo fa anche per suggerire, come lettura estiva, il suo nuovo libro, che si chiama È nata prima la gallina... forse. (52 storie sull’ottimismo e il suo contrario, sulla gente, il cibo, il vino, la vita e l’amore) (Slow Food Editore). C’entra anche qui la sostenibilità.
Francesco Farinetti in videocollegamento col padre Oscar
FRANCESCO «Io andrò in montagna, a camminare nella natura. E, per quanto posso, viaggio in treno. E con l’auto elettrica, e con lo scooter elettrico...».
OSCAR «La sostenibilità è considerata un tema noioso. È sbagliato anche il termine. I francesi dicono durabilité, durata, ed è più giusto. Allungare la durata dei prodotti – che noi, con il consumismo, abbiamo accorciato – è allungare la vita. Ma dobbiamo far capire che quando parliamo di queste cose non siamo cupi moralisti. Il motto di Green Pea è “Dal senso del dovere al senso della bellezza”. Basta narrazioni tristi».
F. «Tutto è abbinato alla Bellezza. Se fai cose squallide non ti segue nessuno. Come dice Carlin Petrini, il cibo deve essere buono, pulito e giusto. Se è solo pulito e giusto, non va bene, non funziona».
Oscar, lei appartiene a una generazione che, del rispetto del pianeta, non aveva contezza. Lei, Filippo, a una generazione che dei disastri del passato non vedrà la soluzione, ma che in quei disastri ci si è trovata in mezzo, e ha dovuto cominciato a cercare di porvi rimedio.
O. «Nel 1954, quando sono nato, c’erano altre priorità. Non facevamo raccolta differenziata, era normale buttare le cicche per terra, normale non chiedersi da dove veniva l’energia. Non ci preoccupavamo. Però, forse è proprio dalla mia generazione che è partita la presa di coscienza. Nel 1968 avevo 14 anni e il grande obiettivo di quei moti era eliminare le ingiustizie e creare armonia. Se è nata una sensibilità per l’ambiente e il clima, è anche merito del ’68».
F. «Nel 2004 stavo studiando a Madrid e, ti ricordi papà?, mi hai chiamato e mi hai detto: vieni a Eataly, c’è bisogno di te per il vino. E io: no papà, non vorrei mai lavorare con te. E tu, furbo: intanto vieni che c’è una cresima. Mi hai fatto tornare e mi hai fatto firmare un contratto di tre anni. Adesso siamo al ventesimo anno insieme e mi ritengo fortunato: Green Pea è la continuazione di Eataly. Molto prima dell’effetto Greta ci siamo concentrati non solo su quello che entra nel nostro corpo, ma anche su quello che esce. Tutto deve essere bello, giusto, pulito e duraturo».
La famiglia Farinetti
Se pensate a quando eravate bambini, che cosa vi viene in mente?
O. «Mi viene in mente mia nonna, che mi mandava a comprare il latte e mi dava sempre la stessa bottiglia di vetro da riempire. Il lattaio non aveva packaging. E non mi faceva pagare: segnava sul conto, e mia nonna andava a pagare a fine mese. E sa perché? Perché c’erano due valori: la fiducia del lattaio e il senso della vergogna di mia nonna, che non voleva fare brutte figure. Fiducia e senso di vergogna sono due sentimenti straordinari per la crescita».
F. «Io sono cresciuto con le merendine: quelle di cui nessuno leggeva gli ingredienti, stampati sul retro in caratteri piccolissimi. Adesso sulle merendine tutto è scritto davanti e ben in grande: bio, organico, senza coloranti, senza glutine».
Che cosa vi, anzi ci ha fatto svegliare?
O. «Ci siamo svegliati a colpi di acquazzoni, siccità, calura. Ma la mia generazione resta molto egoista. Siccome ci manca poco da vivere, non ci preoccupiamo per chi verrà dopo di noi, e così ci facciamo il Suv diesel. C’è una fottuta paura della morte, vogliamo vivere a lungo, ma sappiamo che, a uno della mia età, restano al massimo 15 anni. Poi amen. E quindi, degli altri chi se ne frega».
F. «Gli eventi climatici catastrofici, in tutto il mondo, sono stati diciannove nel 1999 e 1.927 nel 2019. L’anno scorso più di 2.500. Solo l’inquinamento fa nove milioni di morti l’anno. Tutto questo è dovuto al nostro modo di produrre e consumare».
Oscar, lei ha citato la fiducia ai tempi della nonna. Oggi?
O. «Oggi noi italiani siamo ultimi su 130 nazioni per fiducia percepita dal popolo. Il Bangladesh è al terzo posto. Ma che cos’ha il Bangladesh più di noi? È più bello? No. È più ricco? No. Si mangia meglio? No. Ha politici migliori? No, per quanto i nostri non siano il massimo. Ma loro sono come eravamo noi negli anni 50 e 60. Hanno la pancia vuota: che aiuta ad avere più fiducia e più ottimismo. Che poi vogliono dire felicità».
F. «Mi dà fiducia il fatto che ormai molti imprenditori capiscono che scegliere la sostenibilità è anche un vantaggio per loro. Come è stato per le agricolture biologiche. In Langa venti anni fa non c’era un filo d’erba, oggi sembra tutta una foresta, il vino è più buono, il paesaggio è più bello e la gente campa meglio e di più».
Il futuro?
O. «Il tema della sostenibilità sarà il più importante dei prossimi 50 anni. La generazione dei nostri figli vivrà per quello. Bisognerà cambiare completamente il modo di vivere. Imparare pure che bisogna tornare a riparare: non si può buttare via tutto per incentivare gli acquisti».
F. «A Green Pea all’ingresso c’è un enorme cartello con scritto “Non abbiamo più scuse”. Sì, bisogna cambiare il modo di vivere, di riparare, di comprare. Nel 2001 ogni tre chili di pesce c’era un kg di plastica. Nel 2020 il rapporto è diventato di uno a uno: un chilo di pesce, un chilo di plastica. Ecco: è un sollievo sapere che da quella plastica oggi si può ricavare un tessuto, un filo sottilissimo, e ottenere un vestito bello senza inquinare. Lo sa che i vestiti sono la seconda industria più inquinante al mondo?».
Come si fa a cambiare mentalità?
O. «Primo: eliminare la parola io dal proprio vocabolario. I vecchi li riconosci perché parlano solo di sé. Secondo: avere propensione al cambiamento. Terzo: preferire i dubbi alle certezze, le domande alle risposte. Quarto: leggere. L’Italia è terza per Pil in Europa ma 23esima per letture (su 26 Paesi). Un popolo che non legge non ce la può fare. Chi non legge è sicuro di tutto, l’unica cosa che conosce è la propria idea personale. Leggere: per farsi venire dei dubbi, per cambiare».
F. «Bisogna partire dal quotidiano. Cambiare nelle piccole cose di tutti i giorni. Non si tratta di smettere di consumare, ma di consumare con rispetto».
Che mondo troverà la generazione Z?
O. «È la generazione che se la becca proprio tutta. Ma è la più pronta. Tutti hanno la loro borraccia. Non fumano. E hanno fiducia. Ho chiesto in una università quanti di loro vogliono avere figli: l’80 per cento ha detto sì. Se lo chiedi ai 30-40enni, l’80 per cento dice no. La generazione Z ce la farà perché toccherà il fondo, e l’umanità ha sempre bisogno di toccare il fondo. Perché qui nelle Langhe facciamo un vino buono e sano? Perché nel 1986 abbiamo ammazzato 15 persone e ne abbiamo accecate 19 con il vino al metanolo. Il riscatto partì allora».
F. «Sono padre di due figli di 13 e 10 anni, quindi Generazione Z. Quando apro la spazzatura di casa tremo perché so che loro controllano se ho differenziato bene. Sono molto più pronti di noi. Hanno capito che o cambiamo o ci estinguiamo. Io ho profonda fiducia in questa generazione che io poi non chiamo Z, non mi piace perché sembra che si voglia dire che è l’ultima. Io la chiamo Generazione G, come Green. Loro sanno».
Le altre interviste della serie “La videochiamata” sono qui.