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“Oggi i Mister come te sono spariti”: evoluzione del calcio

Alberto Bigon, 75 anni, nella sua casa di Padova, in videochiamata con il figlio Riccardo

 
Riccardo Bigon lavora al City, papà Alberto è stato un campione. Ecco due generazioni nel pallone. E un confronto a tutto campo
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Il padre, Alberto, è stato il primo falso nueve del calcio italiano, allenato (anzi, allevato) da Nereo Rocco; ha giocato con Gianni Rivera e, da allenatore, ha vinto uno scudetto con Diego Armando Maradona. Il figlio, Riccardo, è stato direttore sportivo di tanta serie A e ora è consulente del gruppo del Manchester City. Da una generazione all’altra, dal Paron agli sceicchi, da un calcio all’altro.

Bigon padre è nella sua casa sui colli padovani, Bigon figlio è in giro a far mercato. A entrambi chiedo subito proprio di Rivera: e cioè che cosa pensino di ciò che ha appena fatto sapere, sbalordendo il mondo.

Ha detto che vuole cominciare ad allenare, proprio ora che gli manca un mesetto a compiere ottant’anni. Dice che “Rivera non ha età” e che il suo calcio era più bello di questo.

ALBERTO (choccato) «Non avevo letto. E non ci voglio credere. Posso dirgli soltanto una cosa: Gianni, io non ti faccio da vice».

RICCARDO «Non si può dire se sia più bello il calcio di Rivera o quello di oggi. Sono due cose diverse. Ai tempi di Rivera e di papà era diverso il calcio perché era diverso il mondo: andava tutto a un’altra velocità».

E però Rocco stravedeva per Rivera. Diceva “xe i miei oci”, è i miei occhi, è il calcio. E Rocco è stato il suo allenatore, Alberto.

A. «Molto più di un allenatore. I mister, allora, erano molto di più. Io al Foggia avevo avuto Tommaso Maestrelli, un secondo padre. Con Rocco il feeling era cominciato nel 1960, quando avevo tredici anni e giocavo nel Padova. Allora noi piccoli intrattenevamo il pubblico prima della partita di serie A, divisi in due squadre: bianchi contro rossi. Un giorno Rocco convocò me e altri due attaccanti negli spogliatoi. Ci disse: “Girateve che ve dago una peada in tel cul”. Era arrabbiato perché vincevamo sempre noi bianchi».

Nel 1971 la portò al Milan.

A. «A Milanello mi accolse chiamandomi El Dotor per via del noto proverbio veneto: “Veneziani gran siori, padovani gran dotori, vicentini magnagati, veronesi tuti mati”. Ma anche perché avevo fatto due anni di classico, e all’epoca ero un’eccezione. Una sera – ero a Milano da pochi mesi – mi telefona verso le sette e si autoinvita a cena. E chi viene?, gli chiedo. “Io, Padre Eligio, Rivera e la Rina”, che era la storica segretaria del Milan. Mia moglie va nel panico: “Ma come faccio?, è tardi”. Aveva ragione. Ma con quell’autoinvito Rocco voleva dire che aveva fatto una scelta per me».

Riccardo, ci sono ancora dei Maestrelli e dei Rocco?

R. «Mister come quelli oggi non sono possibili. In uno spogliatoio ci sono giocatori giovanissimi, che vengono da lontano e parlano 12-15 lingue diverse. Si fa fatica a creare un rapporto fra loro, figuriamoci fra loro e il mister. Poi ci sono allenatori che da un punto di vista professionale ti fanno crescere come calciatore, che ti cambiano la carriera: Gasperini è forse l’esempio più importante in questi ultimi anni. Ma è un’altra cosa: è un rapporto professionale».

A. «A me piace Mourinho, per il modo in cui sa gestire i giocatori. E l’allenatore della Croazia, Zlatko Dalic: sta in panchina e in campo come un vero signore: non si agita e rispetta tutti. Ma in confronto ai miei tempi è cambiato tutto. Allora allenatori e giocatori parlavano la stessa lingua. Già quando allenavo il Sion avevo giocatori di 17 nazionalità diverse».

Oggi sono cambiate anche le definizioni dei ruoli in campo. Nessuno, all’epoca, la chiamava “falso nueve”, Alberto.

R. «Lele Adani direbbe che eri un tuttocampista».

A. «Mi piacevano Bobby Charlton e Alfredo Di Stefano, due che non si vergognavano a tornare a difendere prima di andare a segnare. Ma il mio ruolo preferito era il libero, anche se l’ho fatto solo a fine carriera. Una volta a San Siro contro la Juve ho giocato addirittura con il numero tre, terzino sinistro, a marcare Franco Causio. Gli ho tirato il collo tutta la partita e ho pure segnato. Ma Rocco mi diceva: “Te si sempre el meio centravanti che gavemo”. E mi mandava in attacco a prendere le botte».

Com’era l’estate del calcio di allora, e com’è quella di oggi?

A. «Si dice che allora si stava fermi di più, ma non è vero. Finito il campionato si andava in tournée. Al ritorno, un mese di stop: poi il ritiro, e dopo il ritiro altri tornei in giro per il mondo. C’era il Trofeo Villa de Madrid con l’Atletico, il Real e due squadre europee di fascia alta».

E il mercato, quanto disturbava (e ancora disturba) l’estate?

A. «Il mercato estivo era lungo. In ritiro bisognava rinnovare il contratto, che durava un anno. Ho ricordi tristi, giocatori che trovavano la borsa fuori dallo spogliatoio. Successe a Gino Maldera, che pensò a uno scherzo. Telefonò in sede per chiedere spiegazioni e si sentì rispondere: non devi parlare con noi, ma con il presidente del Catanzaro. L’avevano venduto senza che lui sapesse nulla».

R. «Non si possono paragonare i due mercati. Allora il giocatore era proprietà del club. Oggi la volontà del giocatore spesso vale più di quella del club e più degli stessi contratti firmati».

Com’erano e come sono le vacanze del calcio?

A. «Andavamo in Sardegna, o in Puglia perché avevo giocato nel Foggia. Le ultime due settimane con la famiglia ci si ritirava ad Asiago, dove io cominciavo a correre per presentarmi in ritiro in forma».

R. «Adesso Ibiza e Formentera sono le più gettonate dai giocatori italiani. Anche la Sardegna e Forte dei Marmi. Milano Marittima, invece, è un po’ passata di moda. Ma voi, papà, vivevate nell’era senza videocamere, potevate permettervi qualche serata di bagordi. Oggi un calciatore finirebbe subito su Instagram».

A. «Io non ho ricordi di bagordi, a 25 anni avevo già tre figli... Però sì, in effetti noi qualche marachella in estate ce la potevamo permettere. Durante la stagione invece la regola era questa: il lunedì potevi stare fuori fino a mezzanotte, dal martedì ti telefonavano a casa – sul fisso, ovviamente, non c’erano i cellulari – e se non ti trovavano arrivava la multa».

Come cambia l’estate del calcio a seconda se si è giocatori, allenatori o direttori sportivi?

R. «Un direttore sportivo non conosce la parola vacanza. Papà, anche quando allenava, qualche vacanza se l’è sempre fatta. Io mai. Da dirigente non stacchi mai. Prima c’è la stagione, che è piena anche per i ds, perché è sbagliato pensare che un ds si occupi solo di comprare e vendere i giocatori. Poi arriva il mercato».

A. «Ma devo spezzare una lancia in favore dei colleghi allenatori. È vero che quando l’arbitro fischia la fine dell’ultima partita della stagione, l’allenatore stacca e i ds no. Ma durante la stagione, quando l’arbitro fischia la fine di una singola partita, l’allenatore comincia immediatamente a pensare alla gara successiva. Lo stress è continuo. E ai miei tempi un allenatore non aveva gli staff di adesso. C’erano lui, il preparatore atletico e il preparatore dei portieri. Punto».

R. «Vero. Adesso il mister di una squadra media di serie A o B ha uno staff di otto-dieci persone. Una volta il calciatore andava al campo, si allenava, andava a casa. Adesso comincia la mattina con test, esami, controlli. Poi i video, la tattica eccetera. C’è bisogno di uno staff attorno a ciascun giocatore, anche per aiutarli nella vita privata, nell’uso dei social... Tutto è più professionale, ma forse si è perso un po’ di cuore, un po’ di poesia».

A. «Ai nostri tempi il dottor Monti doveva affondare i polpastrelli in un polpaccio per valutare l’elongazione del muscolo. Oggi ci sono macchinari sofisticatissimi».

Riccardo, che cosa vuol dire nel calcio essere “figli di”?

R. «Il mio primo obiettivo è stato quello di non sporcare il nome di mio padre, perché ovunque andavo tutti mi dicevano: tuo padre è un galantuomo. Ma papà, per i valori che mi ha trasmesso, è stato molto più importante per la vita che per il calcio».

Le altre interviste della serie “La videochiamata” sono qui: www.repubblica.it/dossier/cronaca/a-proposito-di-estate/

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