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L’ossessiva attesa del pasto libero

Abbiamo una dieta varia e ricca, siamo disciplinati e sani. Abbiamo un solo problema: la nostra settimana ruota intorno al pasto libero.
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A un certo punto, nella nostra vita, è entrata una nutrizionista. È arrivata quasi per caso, senza far rumore. Sono stata io ad aprirle la porta per liberarmi dalla dipendenza dal cioccolato e dallo yogurt e dai cereali croccanti. E perché non è mai troppo tardi per affrancarsi dalle proprie follie e imparare a mangiare per bene. A ruota mi ha seguita l’adolescente figlio di mezzo, sopravvissuto al lockdown soltanto grazie a dosi massicce di biscotti burrosi autoprodotti. Si è aggiunto il piccolo, per imitazione, e gli altri si sono adeguati al nuovo regime. Il primo incontro con la specialista non è andato benissimo. «Come sarebbe a dire solo farine integrali? Dovrei ingozzarmi di tutta questa verdura? Solo 60 grammi di pasta? Niente pane? I taralli non entrano nel conteggio, vero? E i dolci? Perché non li vedo scritti? Devo bere dieci bicchieri di acqua al dì? Mi verranno le rane nella pancia! Posso sostituirne qualcuno con vino o birra?». I primi giorni sono trascorsi tra stenti, p…

A un certo punto, nella nostra vita, è entrata una nutrizionista. È arrivata quasi per caso, senza far rumore. Sono stata io ad aprirle la porta per liberarmi dalla dipendenza dal cioccolato e dallo yogurt e dai cereali croccanti. E perché non è mai troppo tardi per affrancarsi dalle proprie follie e imparare a mangiare per bene. A ruota mi ha seguita l’adolescente figlio di mezzo, sopravvissuto al lockdown soltanto grazie a dosi massicce di biscotti burrosi autoprodotti. Si è aggiunto il piccolo, per imitazione, e gli altri si sono adeguati al nuovo regime. Il primo incontro con la specialista non è andato benissimo. «Come sarebbe a dire solo farine integrali? Dovrei ingozzarmi di tutta questa verdura? Solo 60 grammi di pasta? Niente pane? I taralli non entrano nel conteggio, vero? E i dolci? Perché non li vedo scritti? Devo bere dieci bicchieri di acqua al dì? Mi verranno le rane nella pancia! Posso sostituirne qualcuno con vino o birra?». I primi giorni sono trascorsi tra stenti, privazioni e muti insulti a quella sadica in camice. Perché assumo zucchine invece di patatine fritte? Perché ho diritto a tre noci e non a mezzo chilo di gelato? Cosa ho fatto di male per meritarmi i semi? Presto, datemi un panetto di burro da 250 grammi e nessuno si farà male!

Ci siamo attorcigliati intorno alle nostre ossessioni, siamo inciampati nelle nostre dipendenze, abbiamo litigato per l’ultimo maccherone al farro, abbiamo danzato sul bordo del precipizio e, un sabato sera, proprio mentre stavamo per cascarci dentro, ci siamo ricordati di due parole salvifiche, la formula magica della sopravvivenza: pasto libero. Perché, nella sua impunita empietà, la nutrizionista, tra una tisana al tarassaco e una dadolata di verdure, ha conservato qualche grammo di cuore e di buon senso: «Una volta la settimana avete diritto a un pasto libero». In che senso “libero”? Come è possibile riappropriarsi del concetto di libertà una volta che ci si è privati dei grassi saturi? Lei, da Crudelia Demon, con una piroetta identitaria, si è trasformata in fata madrina: «Nel pasto libero potete mangiare quello che volete» ha spiegato con voce flautata. «Anche i panzerotti fritti e il tiramisù?». La fata madrina ha annuito. E noi abbiamo volato. A distanza di quasi tre anni da quel primo incontro, abbiamo imparato le regole e ad applicarle con il sorriso. Mangiamo integrale, beviamo molta acqua, siamo amici di quasi tutta la verdura e delle nostre rane nella pancia, a colazione becchiamo semi con entusiasmo da pennuti, abbiamo una dieta varia e ricca. Siamo disciplinati e sani. Abbiamo un solo problema: la nostra settimana ruota intorno al pasto libero. Lo consumiamo il sabato sera e, a partire dalla domenica mattina, programmiamo ossessivamente il successivo. Non pensiamo ad altro, non parliamo d’altro. Passiamo la vita in attesa della prossima trasgressione, sempre che questa si possa chiamare vita.

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