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Gamberetti cubani siempre!

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Non gli piacciono i frutti di mare né i crostacei. Non ama il salame e neppure il cioccolato. Evita le fritture e non mangia dolci, fatta eccezione per la torta di ricotta di sua nonna e per le cartellate baresi, dolci natalizi della sua infanzia. Mio marito nella vita fa l’economista marxista e si ritiene rivoluzionario. Ciononostante, a tavola, è un uomo noioso, intrinsecamente salutista e piuttosto conservatore. «Ho preso il polpo da fare con le patate questa sera». «Va be’, io mi preparerò una pasta al pomodoro». «Dopo c’è il gelato. Abbiamo scelto zabaione, pistacchio e tiramisù». «Grazie, ma io lo preferisco al limone». Mangiando accanto a lui, si perde la gioia di vivere. Per non parlare della gioia di trasgredire. Dimenticavo: è anche astemio.

Da lui tuttavia ho imparato che gli amori e le idiosincrasie sono questioni mentali, ben più che palatali e che gli stessi cibi possono cambiare sapore e umore a seconda del luogo in cui si incontrano.

La prima volta accadde negli anni ’…

Non gli piacciono i frutti di mare né i crostacei. Non ama il salame e neppure il cioccolato. Evita le fritture e non mangia dolci, fatta eccezione per la torta di ricotta di sua nonna e per le cartellate baresi, dolci natalizi della sua infanzia. Mio marito nella vita fa l’economista marxista e si ritiene rivoluzionario. Ciononostante, a tavola, è un uomo noioso, intrinsecamente salutista e piuttosto conservatore. «Ho preso il polpo da fare con le patate questa sera». «Va be’, io mi preparerò una pasta al pomodoro». «Dopo c’è il gelato. Abbiamo scelto zabaione, pistacchio e tiramisù». «Grazie, ma io lo preferisco al limone». Mangiando accanto a lui, si perde la gioia di vivere. Per non parlare della gioia di trasgredire. Dimenticavo: è anche astemio.

Da lui tuttavia ho imparato che gli amori e le idiosincrasie sono questioni mentali, ben più che palatali e che gli stessi cibi possono cambiare sapore e umore a seconda del luogo in cui si incontrano.

La prima volta accadde negli anni ’90, in un piccolo ristorante all’Havana, un locale modesto e scalcagnato da cui, in altri tempi e contesti, saremmo stati alla larga.

«Che posto magnifico!» esclamò lui estasiato. Dopo una rapida scorsa al menu annunciò garrulo che aveva scelto camarones enchilados. «Ma tu detesti i gamberetti e hai sempre detto che non tolleri il piccante», obiettai. «Cosa c’entra?» ribatté insofferente. »Qui siamo a Cuba!». «E quindi?» Non avevo capito niente. A Cuba, rivoluzionaria isola delle meraviglie, per lui tutto, compresi gli odiati crostacei, era delizia, nettare degli dei comunisti.

E per non smentire la sua anima faziosa, qualche anno dopo, in Nicaragua mio marito ogni giorno, a colazione, ingurgitava un’enorme porzione di gallo pinto, indigeribile combinazione di riso e fagioli saltati con abbondante cipolla, servito con uova fritte. «In Italia una cosa così ti farebbe orrore». «E invece qui è il cibo dei sandinisti, ottimo per definizione», rispondeva lui, gaudente, a bocca piena.

In Scozia si nutriva, con dissennato entusiasmo, di haggis, un insaccato a base di interiora di pecora. «Sono un Highlander!» dichiarava sorseggiando Iron Bru, immonda bevanda nazionale di colore arancione fosforescente. «Veramente sei figlio del tavoliere delle Puglie» gli facevo notare invano.

Una volta rientrato a casa, torna un monaco trappista, frugale, selettivo e refrattario al cambiamento, dimentico dell’avventuriero che fu.

Per quelli come lui le papille gustative sono elementi accessori, trascurabili. Perché il cibo va sempre contestualizzato. E i sapori sono arbitrarie scelte ideologiche. Mangiare diventa dichiarazione d’amore, manifesto politico, espressione di una soggettività volubile, potenzialmente fanatica.

Quelli come lui non sono gourmet ma cause perse per quelli come noi, gente con passioni forti e tenaci, che virano nella dipendenza. Noi gente coerente, che amiamo il cioccolato e i gamberetti a Rimini, a Taranto, ad Aosta e a Managua.

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