Pannofino e il figlio Andrea: “La fortuna insieme al talento”. La ricetta del successo
di Michele BrambillaFrancesco Pannofino nella sua casa (foto di Alessandro Serranò)
È una famiglia di artisti: attori e doppiatori i genitori (Francesco Pannofino ed Emanuela Rossi), attore e doppiatore il figlio Andrea. E ci dev’essere del vero quando si dice che gli artisti sono gente un po’ originale: lo capirete dalle prime battute di questa videochiamata fra padre e figlio.
FRANCESCO «Ciao Andrea, dove vai in vacanza?».
ANDREA «Alla fine ho deciso di venire con te in Normandia. Vedremo la spiaggia del D-Day. Poi ci facciamo tre giorni a Parigi».
F. «Sarà un bel viaggio. Vedrai che prenderemo il fresco. Dobbiamo portare vestiti pesanti».
A. «Poi tu papà dove vai?».
F. «Credo in Abruzzo, da amici».
A. «Da solo?»
F. «No, che da solo: con mamma. Poi vogliamo andare in Puglia a vedere la casa dei tuoi nonni. Abitavano lì, prima di venire a stare a Roma in via Fani, e quella in Puglia rimase la casa per l’estate. Adesso mio fratello l’ha rinnovata. Tua nonna era una conservatrice, nel senso che conservava tutto, e c’era un sacco di roba da buttare».
A. «Anche …
È una famiglia di artisti: attori e doppiatori i genitori (Francesco Pannofino ed Emanuela Rossi), attore e doppiatore il figlio Andrea. E ci dev’essere del vero quando si dice che gli artisti sono gente un po’ originale: lo capirete dalle prime battute di questa videochiamata fra padre e figlio.
FRANCESCO «Ciao Andrea, dove vai in vacanza?».
ANDREA «Alla fine ho deciso di venire con te in Normandia. Vedremo la spiaggia del D-Day. Poi ci facciamo tre giorni a Parigi».
F. «Sarà un bel viaggio. Vedrai che prenderemo il fresco. Dobbiamo portare vestiti pesanti».
A. «Poi tu papà dove vai?».
F. «Credo in Abruzzo, da amici».
A. «Da solo?»
F. «No, che da solo: con mamma. Poi vogliamo andare in Puglia a vedere la casa dei tuoi nonni. Abitavano lì, prima di venire a stare a Roma in via Fani, e quella in Puglia rimase la casa per l’estate. Adesso mio fratello l’ha rinnovata. Tua nonna era una conservatrice, nel senso che conservava tutto, e c’era un sacco di roba da buttare».
A. «Anche tu quanto a tenere tutto...».
F. «Vero! Sono al limite dell’accumulo seriale».
Francesco, ha parlato di Via Fani. Lei fu testimone oculare. Ci fece pure una canzone e un film. Tu, Andrea, che cosa sai della strage di via Fani?
A. «Mio padre mi ha raccontato tutto, mi fece vedere il punto in cui si era nascosto e quello in cui c’erano i corpi. Mi sono informato, so tutto ma non ho capito tutto. Mi è ancora oscuro il perché sia successo».
F. «Allora c’erano molti ragazzi che si sentivano delusi dalla sinistra istituzionale e dalla società, e scelsero la lotta armata. Sbagliando, ovviamente: fecero una scelta tragica. Andarono contro i poteri dello Stato con le armi. Ricordo che nei giorni successivi al sequestro di Moro c’erano posti di blocco dappertutto, venivamo fermati 4-5 volte al giorno. Io fui interrogato subito, ma ero a venti metri, non avevo visto bene i rapitori, e poi ero scappato. Dopo più di trent’anni sono stato interrogato di nuovo dalla Commissione Stragi. E allora ho pensato: se si indaga ancora dopo 30-40 anni, vuol dire che non tutto è ancora chiaro».
A. «Avevano chiesto uno scambio con brigatisti prigionieri, vero?».
F. «Sì, e lo Stato fece bene a non cedere al ricatto. Ma l’uccisione di Moro resta oscura. Forse un Moro liberato non conveniva. Che quel sequestro sia tutto farina del sacco delle Br, non ci credo».
Andrea, che effetto ti fa sentire che molte cose successe prima che tu nascessi – le stragi, Moro, Bologna, Ustica – sono ancora in gran parte avvolte nel mistero?
A. «Mi fa perdere un po’ la serenità. Viviamo in un Paese in cui la sovranità popolare non è stata scontata? Siamo stati una colonia? Forse. La fiducia nella politica non va mai persa, ma si fatica a credere che sia tutto bello buono e giusto».
F. «È vero. Però è vero anche che il mio Paese mi ha permesso di fare quello che volevo. Sono figlio di un carabiniere e ho potuto fare l’attore. Io sono abbastanza contento di questo Paese. In Italia c’è comunque la libertà per fare quello che vuoi».
A. «Ultimamente, insomma...».
F. «Ma perché? Nessuno ti impedisce di andare in piazza a protestare».
Nel mondo dello spettacolo?
A. «Ecco, lì vedo un po’ di mancanza di libertà di un altro tipo. Facendo molti doppiaggi, vedo i paletti che vengono messi in certe serie o film che arrivano dall’America: questa ossessione affinché tutti siano inclusi...».
Stai dicendo che c’è un eccesso di politicamente corretto?
A. «Sì, c’è un troppo che arriva da un movimento di Hollywood e che rischia di essere controproducente. Se tu categorizzi tutto, finisci con il creare altre disparità. Dostoevskij diceva: “La tolleranza arriverà a un tale livello che alle persone intelligenti sarà vietato fare qualsiasi riflessione per non offendere gli imbecilli”».
Com’è diverso il mondo dello spettacolo fra le vostre due generazioni?
A. «Il mondo dello spettacolo è sempre in continuo rinnovamento, e con le nuove tecnologie il lavoro è anche aumentato, quindi ho molta speranza. Ma non mi carico di aspettative personali. Ho capito che fare l’attore è quello che mi piace e lo faccio perché lo amo, non per diventare famoso: lo faccio perché mi piaccio quando lo faccio, quando sto recitando, quando vedo il pubblico davanti. È un lavoro che mi fa stare bene: poi, non so che cosa mi darà. Al 50 per cento dipende dalla bravura, al 50 dalla fortuna».
F. «Le percentuali secondo me sono un po’ diverse, il talento conta più della fortuna. Poi anche il talento da solo non basta: come diceva Trapattoni, devi faticare per metterlo a frutto. Anche se hai talento, non devi perderti».
A. «E questo è un mestiere che alla perdizione ti ci porta, specie se hai successo».
F. «È un lavoro duro, ci sono giorni in cui cominci a girare alle sei di mattina e finisci alle otto di sera, ci sono tournée che durano mesi... Botte fisiche importanti. Poi ci sono giorni in cui proprio nun te va... Ma l’affetto del pubblico è impagabile. Ed è il pubblico che decreta il successo, non altro».
A. «Io ho avuto un buon esempio. A mio padre il successo non ha mai dato alla testa. È rimasto sempre lo stesso».
F. «Mi ha aiutato il fatto che il successo è arrivato tardi: Boris, Nero Wolfe... Ma ripeto: se sei popolare e non hai l’affetto del pubblico, il successo è perfino controproducente. Io ricevo lettere di ringraziamento da tante mamme per gli audiolibri, perché sentono la mia voce che racconta Harry Potter ai loro bambini: le soddisfazioni più grandi sono queste. E il contatto fisico con il pubblico... Sono stato al festival di Giffoni a presentare il film sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Le stelle di Dora, e ho avuto un bagno di folla indimenticabile».
Francesco, suo figlio la prende in giro chiamandola boomer. Chi sono i boomer?
F. «I figli degli Anni 60. Del boom economico. Un tempo in cui tutto era bello e in crescita. Sì, incombeva la paura della guerra nucleare, noi bambini sentivamo i discorsi preoccupati dei genitori: ma figure come Kennedy, papa Giovanni e Kruscev rassicuravano, davano speranza. Avevamo la sensazione che il futuro sarebbe stato meglio del presente».
A. «Pure io quando vedo Biden mi sento rassicurato...».
La tua generazione è preoccupata, Andrea?
A. «Se uno guarda il tg gli viene voglia di scappare: politica, clima, opportunità di lavoro... La preoccupazione c’è. E c’è pure un po’ di invidia per i tempi di papà: anche per i ritmi diversi che aveva quel mondo senza cellulare e social. Per certe cose, credo che fosse più bello. Ma mi sento comunque un privilegiato. Ho la fortuna di fare quello che voglio».
Oggi cambia tutto più velocemente?
A. «Sì, i Millennials e gli Zeta sono già due generazioni diverse, e pure io comincio a dire “ai miei tempi”. Social e tecnologia hanno cambiato tutto».
F. «La tecnologia non la puoi fermare. Ma va governata. Io che faccio il doppiatore dico: se con l’intelligenza artificiale mi rubi la voce, è un reato. Uccidere estro, talento, immaginazione è un reato gravissimo. Rischio disumanizzazione nella creatività di film? Alla lunga c’è».
A. «Non solo alla lunga. Sono già a livello alto con l’intelligenza artificiale, nel fare trame, romanzi, testi, film».
F. «Mi consolo pensando che una cosa non morirà mai: il teatro. Vedere persone in carne e ossa che recitano».
Mi pare che vi divida una cosa sola: il tifo calcistico.
F. «Da ragazzo ho fatto il bibitaro in Tribuna Tevere, per due anni. Non avevo mai visto una partita dal vivo, l’Olimpico era uno spettacolo incredibile, una gioia pazzesca. Io sapevo che se giravi in mezzo al pubblico mentre si stava giocando ti prendevi dei vaffanculo, allora appena avevo raggiunto l’incasso mi sedevo in tribuna e mi godevo la partita. E mi sono innamorato della Lazio di Maestrelli, allenatore di grande umanità, che sapeva trattare tutti i giocatori, anche i più diversi e divisi in clan, come un padre».
A. «Io sono romanista. Dai papà, all’Olimpico quando gioca la Roma è tutto un altro effetto, anche cromatico. Vuoi mettere il caldo giallorosso sul pallido biancoazzurro?».
Le altre interviste della serie “La videochiamata” sono qui: www.repubblica.it/dossier/cronaca/a-proposito-di-estate