I biscotti Maramao
di Claudia de LilloA un certo punto degli anni ’90 comparvero nei supermercati dei biscottini al cioccolato che, immersi nel latte, si scioglievano trasformandosi in cacao. Li chiameremo, per convenzione, Maramao. Ne andavo pazza, ritenendoli la versione biscottata della felicità. Era un tempo fecondo perché, oltre ai biscottini multitasking, conobbi anche un giovane pugliese con i capelli a panettone e gli occhiali tondi che, un po’ dopo, sarebbe diventato mio marito. Vivevo a Milano con mia madre, in un placido ménage all’insegna della reciproca autonomia. Lei e io ci frequentavamo saltuariamente, per una cena macrobiotica o per una sfida a Machiavelli sul tappeto in sala. Lui, a Bari, aveva una famiglia smisurata e una casa sempre piena di fratelli, genitori, zii, cugini e nonni, in una estenuante girandola di convivialità e leccornie. Arrivò il momento di conoscerli. Fui invitata a Bari. «Piacere, io sono il fratello bello e da oggi tu sei mia sorella. Posso abbracciarti?». Il mio attuale cognato av…
A un certo punto degli anni ’90 comparvero nei supermercati dei biscottini al cioccolato che, immersi nel latte, si scioglievano trasformandosi in cacao. Li chiameremo, per convenzione, Maramao. Ne andavo pazza, ritenendoli la versione biscottata della felicità. Era un tempo fecondo perché, oltre ai biscottini multitasking, conobbi anche un giovane pugliese con i capelli a panettone e gli occhiali tondi che, un po’ dopo, sarebbe diventato mio marito. Vivevo a Milano con mia madre, in un placido ménage all’insegna della reciproca autonomia. Lei e io ci frequentavamo saltuariamente, per una cena macrobiotica o per una sfida a Machiavelli sul tappeto in sala. Lui, a Bari, aveva una famiglia smisurata e una casa sempre piena di fratelli, genitori, zii, cugini e nonni, in una estenuante girandola di convivialità e leccornie. Arrivò il momento di conoscerli. Fui invitata a Bari. «Piacere, io sono il fratello bello e da oggi tu sei mia sorella. Posso abbracciarti?». Il mio attuale cognato aveva 16 anni, chiome fluenti e la voracità di un piranha. Ne fui atterrita.
I pasti, in quella casa, erano cerimonie chiassose, da celebrare in formazione obbligatoriamente completa. A tavola, in un tripudio di manicaretti, le conversazioni si incrociavano, le voci si sovrapponevano, ogni tanto qualcuno litigava mentre altri facevano pace. «Abbiamo appena finito di pranzare ed è già ora di cena. Non possiamo scappare?». Protestavo invano, refrattaria alla disciplina della ritualità, satolla e stordita. Un giorno, tuttavia, forse conscio della mia prostrazione, il giovane con gli occhiali tondi mi fece una proposta: «Domattina ci svegliamo prima di tutti e facciamo colazione da soli». «Tu, io e basta?» domandai incredula. «Tu, io e… i Maramao!». Per amor mio, aveva comprato di nascosto un pacco dei biscottini preferiti, a nostro uso esclusivo. All’alba dell’indomani, con passo felpato, mentre tutti dormivano, ci introducemmo in cucina dove lui, la sera prima, aveva apparecchiato: due piattini, due tazzone, due cucchiai e, in mezzo, il tesoro. Mi sedetti, pregustandomi il piacere del banchetto carbonaro. Allungai la mano verso il sacchetto («Che gentile: lo ha già aperto lui per me!»), la introdussi con entusiasmo all’interno («Amo tutto di lui, anche il panettone in testa»), raggiunsi il fondo («Ma dove sono i biscotti?»), tastai con angoscia le pareti nude («Non ci credo!») fino a trovare un unico, solitario Maramao superstite. Lo estrassi allibita. Nottetempo era passato il fratello bello, il piranha sedicenne. «Almeno ha avuto la creanza di lasciartene uno…». Oggi la mia famiglia somiglia tremendamente a quella che incontrai trent’anni fa a Bari. La nostra tavola è assediata da piranha e il caos regna sovrano. Siamo creature adattabili, ci accomodiamo ovunque e ci abituiamo a tutto. E i nostri tesori - biscotti, cioccolatini, salumi pregiati - impariamo a nasconderli meglio e a consumarli nell’ombra.