Fabio Caressa: “I figli ci hanno aperto gli occhi, il mondo dei giovani è meglio”
di Michele BrambillaMagari l’8 settembre, dopo aver sentito il primo singolo di Matilde Caressa, qualcuno dirà “Grazie Signore che ci hai dato la musica” così come papà Fabio aveva gridato “Grazie Signore che ci hai dato il calcio” dopo che Gianluigi Donnarumma aveva respinto agli inglesi il rigore fatale, a Wembley, l’11 luglio 2021, ultima sera di gloria della nostra nazionale. Matilde, 21 anni, è figlia di Fabio Caressa e Benedetta Parodi e con tali genitori non sorprende che abbia respirato in casa l’aria dello spettacolo.
Videochiamata con Fabio in Sardegna e Matilde a Ibiza.
FABIO CARESSA «Ciao Matilde come va? Cosa fai?»
MATILDE «Giro un po’ di spiagge, prendo il sole, vado in discoteca. Relax totale dopo la sessione universitaria».
Che cosa studi?
M. «Sono al primo anno di Lettere Moderne. L’anno scorso avevo frequentato l’Università di canto perché la musica è la mia passione. Ma ho voluto fare Lettere perché ho capito che mi mancano tante cose da sapere. Anche quella è una passione».
F. «…
Magari l’8 settembre, dopo aver sentito il primo singolo di Matilde Caressa, qualcuno dirà “Grazie Signore che ci hai dato la musica” così come papà Fabio aveva gridato “Grazie Signore che ci hai dato il calcio” dopo che Gianluigi Donnarumma aveva respinto agli inglesi il rigore fatale, a Wembley, l’11 luglio 2021, ultima sera di gloria della nostra nazionale. Matilde, 21 anni, è figlia di Fabio Caressa e Benedetta Parodi e con tali genitori non sorprende che abbia respirato in casa l’aria dello spettacolo.
Videochiamata con Fabio in Sardegna e Matilde a Ibiza.
FABIO CARESSA «Ciao Matilde come va? Cosa fai?»
MATILDE «Giro un po’ di spiagge, prendo il sole, vado in discoteca. Relax totale dopo la sessione universitaria».
Che cosa studi?
M. «Sono al primo anno di Lettere Moderne. L’anno scorso avevo frequentato l’Università di canto perché la musica è la mia passione. Ma ho voluto fare Lettere perché ho capito che mi mancano tante cose da sapere. Anche quella è una passione».
F. «Lei canta ma scrive anche».
Una cantautrice. Come quelli dei nostri tempi: De Gregori, Dalla, Guccini, De André...
F. «Io in realtà ho gusti musicali un po’ particolari, sono più i ragazzi che sentono quei cantautori. Lei e sua sorella sentono Gaber, per dire. Matilde, ti ricordi quando abbiamo chiamato Venditti?».
M. «E come no. È vero papà, mi piacciono molti cantautori di quella generazione. Ma il mio preferito è il pop americano».
E ora sei vicina al debutto.
M. «L’8 settembre esce il mio primo singolo. Ci sto lavorando da una vita, perché ho cominciato a scrivere testi e musica a sette anni».
Scusa la domanda da boomer, ma “fisicamente” che cos’è oggi un singolo? Per noi è un 45 giri con un lato a e un lato b.
M. «Ah ah, no... Mi piacerebbe tantissimo incidere un disco in vinile. Ma la mia canzone uscirà su Spotify, Apple Music e altre piattaforme».
Il papà l’ha sentita?
F. «Sì che l’ho sentita. E a me piacciono tutte le cose che fa Matilde. So di essere un po’ di parte, ma ci crediamo. È una cosa bella. Orecchiabile, ma ha anche dei contenuti».
M. «La musica è mia, le parole mie e di altri autori. È una canzone divertente. Parla della fine di un amore e di come ti senti in un momento così. Che è come quando sei in discoteca, stai ballando, all’improvviso accendono la luce e tu non capisci dove sei».
Titolo?
M. «Non si può ancora dire».
Fabio, siete voi genitori ad avere trasmesso questa passione?
F. «La passione di Matilde è nata molto prima che la potessimo influenzare. Aveva sette anni quando si mise a cantare: io la riprendevo e piangevo come una fontana. Diciamo che, forse, l’abitudine mia e di Benedetta di vivere in un certo ambiente ha permesso a Matilde di essere assecondata in questo suo talento. Sicuramente noi l’abbiamo incoraggiata a seguire la sua passione».
Non le avete trasmesso il culto del posto fisso.
F. «Esatto. Anche perché io e Benedetta abbiamo avuto la grande fortuna di poter fare le cose che amavamo, e quando il lavoro coincide con quello che ami la vita è più bella. Così sui figli abbiamo pensato questo: che devono provare a seguire il proprio desiderio, anche se è una strada difficile».
M. «E io sono molto riconoscente ai miei genitori. Mi hanno incoraggiata fin da piccola, mi hanno mandata a scuola di canto, mi hanno dato i mezzi per studiare, mi hanno dato sicurezza. Avere una famiglia alle spalle è importante».
F. «Anch’io ho avuto una famiglia che mi ha aiutato. Mio padre non era giornalista, faceva tutt’altro: aveva una società che fu tra le prime a occuparsi di computer e programmazione. Ma io fin da bambino pensavo di fare il giornalista e lui mi ha iscritto a un corso tenuto da Michele Plastino. Tutto è partito da lì».
Il tuo sogno era fare il giornalista sportivo?
F. «Ammiravo Mino Damato e i suoi reportage dalla Cambogia e volevo fare l’inviato di guerra, cosa che ho pure fatto, per Sky, dall’Afghanistan. Ma il calcio era la mia passione e quando ho cominciato a fare il telecronista sportivo ho scoperto che è il lavoro più bello del mondo».
Non ti viene a noia il calcio ora che è un lavoro?
F. «No, resta una grande passione, anche se con qualche sguardo critico. E poi vedi, facendolo come lavoro, so che se il calcio mi viene a noia posso provare a cambiarlo. Ad esempio, oggi vorrei che riprendesse la strada del sentimento, perché contano solo i soldi e girano cifre irreali. Ecco, vorrei che con il nostro mestiere si aiutasse a far capire che così il calcio finisce male. Storie come quelle di Maldini con il Milan, di Totti con la Roma e dello zio (ma per me fratello) Bergomi con l’Inter sono oggi forse non replicabili: ma restano l’essenza del calcio».
Matilde, tu segui il calcio?
M. «L’ultima volta è stato per gli Europei. Ma facevo il tifo più per papà che per l’Italia».
F. «Dopo la finale mi fece una telefonata bellissima. Mi disse che era orgogliosa di me».
Matilde, come guarda il mondo e il futuro una ragazza di vent’anni?
M. «Tante cose ci spaventano. Il clima, il lavoro più difficile, le pensioni che chissà se mai le prenderemo. Il mondo di oggi è un casino: ma la mia generazione proverà a cambiarlo, perché è mentalmente aperta come mai prima».
F. «È vero. Ad esempio sull’inclusività, verso tutti. Per noi il diverso era spaventoso. Ci faceva paura. Sottostimavamo persone che non rispondevano al pensiero comune. I ragazzi di oggi ci hanno insegnato che la diversità porta ricchezza».
Qualcuno dice che ci sono eccessi nel politically correct.
F. «Sì, ma è una risacca inevitabile quando ci sono le grandi rivoluzioni. E questa è una rivoluzione: intellettuale, non politica, e fatta anche di piccoli gesti. Io vedo ragazzi preparatissimi: hanno un concetto di professionalità molto preciso, si preparano con serietà, ma sanno che la vita è anche altro. È una generazione che può cambiare il mondo».
M. «Non è tutto più bello e più buono, anche nella mia generazione c’è ancora tanto da fare. Però stiamo facendo passi da gigante».
Fabio, ci siamo fatti convertire dai ragazzi?
F. «Sì. Io l’ho vissuto sulla mia pelle, perché anch’io avevo pregiudizi. I figli ci hanno aperto gli occhi. Ci hanno fatto capire che, così come lo vedono loro, il mondo è migliore».
M. «Penso questo: che oggi ci sia più chiarezza su cosa è giusto e cosa è sbagliato».
Internet?
M. «Va gestito, però è uno strumento che può essere meraviglioso. Ad esempio: per tutta questa accettazione del diverso che grazie a Dio è arrivata, uno spazio in cui tutti possono dire la loro è servito. Ognuno ha la possibilità di dire la sua».
Umberto Eco però diceva che sui social l’opinione dell’ubriaco al bar conta come quella del premio Nobel.
F. «Ma non è più tanto vero. Vedo che molti di quelli che trollano e che prima facevano ridere, oggi finiscono all’indice. L’opinione vale se è ritenuta credibile».
Sui social fanno più danni gli adulti dei ventenni?
M. «Non generalizziamo. Ma forse gli adulti cercano di più lo scontro».
F. «Molti adulti usano i social per avere i classici 15 minuti di popolarità. Io ero critico, poi ho capito che doveva affidarmi a chi conosce lo strumento. Ho preso una squadra di giovani dai 20 ai 25 anni e prima di pubblicare qualcosa passo sempre da loro».
Una volta erano i vecchi a insegnare il mestiere.
F. “Se il mondo trovasse un punto di equilibrio tra le generazioni sarebbe un’apertura straordinaria. Il vero progresso è questo: l’esperienza dei vecchi e l’innovazione dei giovani».
Quali insegnamenti hai ricevuto dai genitori, Matilde?
M. «Che nulla ti è regalato. Che per ottenere qualcosa devi studiare e lavorare. Che il bene che vuoi e che fai ti torna sempre indietro. Che bisogna essere educati».
Valori tradizionali, Fabio.
F. «Noi siamo un po’ tradizionali da questo punto di vista, e siamo una famiglia molto unita. Ma per noi la famiglia è un insieme di persone che si vogliono bene, anche se non c’è legame biologico. Anche qui, insomma, abbiamo imparato qualcosa di nuovo».
Le altre interviste della serie “La videochiamata” sono qui: www.repubblica.it/dossier/cronaca/a-proposito-di-estate/