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Sull’altalena tra Fed e Bce

Saranno le scelte sui tassi delle Banche centrali a determinare l’andamento dell’economia nel prossimo anno. Un ribasso tardivo potrebbe portare Usa e Ue in recessione. Sull’Italia, pesano l’indebitamento e il Pil debole
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A stabilire se il 2024 passerà come un anno favorevole per l’economia e i mercati, saranno le Banche centrali. Non la guerra in Ucraina o nel Medio Oriente, se rimarranno nei contorni attuali, ma le decisioni che verranno prese nelle sedute dei consigli direttivi della Federal Reserve e della Banca centrale europea. All’inizio del 2023 il loro obiettivo era sconfiggere l’inflazione, ripresentatasi all’improvviso dopo anni di letargo. A gennaio negli Usa era al 6,4% e nell’Area euro all’8,6%. Jerome Powell e Christine Lagarde hanno deciso di applicare una cura da cavallo e rincarare il costo del denaro, come non si era mai visto negli ultimi 20 anni.

Con quattro rialzi la Fed ha portato i tassi ufficiali dal 4,5% di gennaio all’attuale 5,5% e con sei rialzi, nello stesso periodo, la Bce dal 2,5% al 4,5%. Alzare il costo del denaro equivale a ridurre la liquidità in circolazione, perché costa di più finanziarsi per fare acquisti o investimenti con l’obiettivo di abbassare la domanda e …

A stabilire se il 2024 passerà come un anno favorevole per l’economia e i mercati, saranno le Banche centrali. Non la guerra in Ucraina o nel Medio Oriente, se rimarranno nei contorni attuali, ma le decisioni che verranno prese nelle sedute dei consigli direttivi della Federal Reserve e della Banca centrale europea. All’inizio del 2023 il loro obiettivo era sconfiggere l’inflazione, ripresentatasi all’improvviso dopo anni di letargo. A gennaio negli Usa era al 6,4% e nell’Area euro all’8,6%. Jerome Powell e Christine Lagarde hanno deciso di applicare una cura da cavallo e rincarare il costo del denaro, come non si era mai visto negli ultimi 20 anni.

Con quattro rialzi la Fed ha portato i tassi ufficiali dal 4,5% di gennaio all’attuale 5,5% e con sei rialzi, nello stesso periodo, la Bce dal 2,5% al 4,5%. Alzare il costo del denaro equivale a ridurre la liquidità in circolazione, perché costa di più finanziarsi per fare acquisti o investimenti con l’obiettivo di abbassare la domanda e di conseguenza i prezzi.

La stretta monetaria, applicata su entrambe le sponde dell’Atlantico, sembra aver funzionato perché a novembre l’inflazione si è ridotta negli Usa al 3% e nell’Area euro al 2,4%. Molto, ma probabilmente non ancora abbastanza perché rimane al di sopra dell’obiettivo implicito (il 2%) che si sono date entrambe le due banche centrali.

Da qui il grande dilemma a cui devono rispondere i manovratori della moneta. È giunto il momento di abbassare i tassi, di rimanere fermi o di alzarli nuovamente? Il pericolo è che, se non si interviene correttamente, si rischia di innescare una recessione. Tanto una correzione tardiva al ribasso quanto un rialzo inappropriato dei tassi potrebbero mettere in crisi l’economia Usa ed europea. Un’evenienza che non si è manifestata nel corso del 2023, anno che gli Stati Uniti si apprestano a chiudere con un Pil in rialzo del 2,3% e l’Area euro dello 0,5%, ma che potrebbe ripresentarsi nel 2024 visto che negli ultimi trimestri dell’anno si sono presentati i primi segnali di indebolimento.

Fino ad ora le banche centrali hanno agito bene, nonostante le critiche piovute da più parti. Il difficile viene adesso, anche perché non è immediato decifrare se tutto l’effetto del rialzo dei tassi si sia già manifestato sui prezzi, in quanto si accumula un ritardo tra le direttive delle politiche monetarie e la loro ripercussione sull’economia reale.

Nell’ultimo appuntamento dell’anno Jerome Powell, oltre ad aver lasciato i tassi invariati, ha detto chiaramente che il tasso di riferimento è ora «probabilmente al suo massimo o vicino al suo massimo» e ha lasciato intravedere possibili ribassi nel corso del 2024. Una conferma arrivata lo stesso giorno quando la Fed ha pubblicato il cosiddetto “dot plot”, il grafico a punti che sintetizza le previsioni dei vari membri del Fomc, il consiglio direttivo della Fed: la maggior parte dei funzionari ipotizza che a fine 2024 i tassi saranno al 4,75%, con una riduzione di 75 punti base rispetto al livello attuale.

Più enigmatiche, invece, le parole di Lagarde. Nel suo ultimo incontro, andato in scena il giorno dopo la Fed, la presidente ha lasciato i tassi invariati, ma ha aggiunto che resta ancora «del lavoro da fare», «non dobbiamo abbassare la guardia» e ha smentito un taglio già a partire da marzo. La nota positiva è la revisione al ribasso delle stime di inflazione per il 2024 rispetto alle previsioni di settembre scorso, scese ora al 2,7%.

L’altra decisione rilevante presa dalla Bce è stata la riduzione di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi dell’Area euro, che oltre a restringere ulteriormente la liquidità, principale indiziata per l’avvio di una recessione, getta un ulteriore cono d’ombra sui Paesi indebitati come l’Italia. Dei due programmi di acquisto di titoli di Stato attivati con la pandemia, ad oggi ne rimane in piedi solo uno, il Pepp (Pandemic emergency purchase programme), che sarebbe dovuto andare avanti fino a fine 2024, riacquistando solo i titoli in scadenza. Lagarde ha invece stabilito che a partire da luglio i reinvestimenti verranno ridotti di 7,5 miliardi di euro al mese, prima di terminare completamente alla fine del prossimo anno.

L’altro programma, il Pspp (Public sector purchase programme), è terminato a luglio 2023. Per capire cosa significhi per l’Italia, a fine settembre 2023 la Bce aveva in pancia 716 miliardi di titoli italiani, di cui 424 miliardi con il Pspp e gli altri 292 miliardi nell’ambito del Pepp. Si tratta del 26,5% del debito italiano. Nel 2022 dei 410 miliardi di titoli emessi dallo Stato italiano, la Bce ne ha comprati 316 miliardi, ben il 77%. Ora per via della riduzione dei programmi, nel 2023 la Bce ne ha acquistati solo l’8,7% e ne comprerà meno del 7,6% nel 2024 su 520 miliardi di emissioni previste.

In questo scenario di rischio recessione qualora le banche centrali non intervengano in modo opportuno, sull’Italia, a differenza degli altri partner europei, pesa anche il macigno del debito con i suoi due problemi, di collocamento dei titoli, come abbiamo visto, e di costo. Nel 2023 l’Italia ha pagato interessi pari al 3,7% del Pil (75 miliardi) e il prossimo anno, secondo le stime del governo, ne pagherà il 4,2%, con il rischio di mangiarsi tutta la crescita, che secondo le stime, non andrà oltre un misero 0,7%.

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