Il destino di una superpotenza
di Gianni RiottaNell’aprile del 2024, un’eclisse totale di Sole, battezzata dagli scienziati Great North American Eclipse, oscurerà gli Stati Uniti, buio da costa a costa sul grande continente. Il passaggio astronomico evoca brutti presagi, con la maggior parte degli americani a pensare che la nazione sia in declino, oscurità sociale e politica dominante.
Secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 54% dei cittadini crede che la debolezza interna cresca e il 60% che i gloriosi Stati Uniti di Lincoln, Roosevelt e Kennedy conteranno sempre meno. Quanto basta perché, sul numero della rivista Foreign Affairs che apparirà nel gennaio 2024, Fareed Zakaria, esperto di geopolitica della rete tv Cnn, parli di «Superpotenza dai mille dubbi» e provi, invano si direbbe leggendo titoli di siti e giornali, a convincere l’opinione pubblica che «l’America non deve rinunciare al mondo che ha creato da sé» dopo la Seconda guerra mondiale. Zakaria, nato in India, è, come molti immigrati, più ottimista dei connazi…
Nell’aprile del 2024, un’eclisse totale di Sole, battezzata dagli scienziati Great North American Eclipse, oscurerà gli Stati Uniti, buio da costa a costa sul grande continente. Il passaggio astronomico evoca brutti presagi, con la maggior parte degli americani a pensare che la nazione sia in declino, oscurità sociale e politica dominante.
Secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 54% dei cittadini crede che la debolezza interna cresca e il 60% che i gloriosi Stati Uniti di Lincoln, Roosevelt e Kennedy conteranno sempre meno. Quanto basta perché, sul numero della rivista Foreign Affairs che apparirà nel gennaio 2024, Fareed Zakaria, esperto di geopolitica della rete tv Cnn, parli di «Superpotenza dai mille dubbi» e provi, invano si direbbe leggendo titoli di siti e giornali, a convincere l’opinione pubblica che «l’America non deve rinunciare al mondo che ha creato da sé» dopo la Seconda guerra mondiale. Zakaria, nato in India, è, come molti immigrati, più ottimista dei connazionali.
Il duello per la Casa Bianca del novembre 2024 che, a stare alle cronache odierne, dovrebbe veder affrontarsi il presidente uscente, Joe Biden, per il partito democratico, e il predecessore repubblicano Donald Trump, si svolgerà all’insegna del pessimismo. Trump, che sogna la rivincita fosca, medita di lasciare la Nato, rompere con gli europei, dividere il mondo in una sorta di duopolio con il sodale russo Vladimir Putin, riaprendo la futile diplomazia con la Corea del Nord e subendo l’egemonia cinese su Taiwan, salvo lanciare raid isolati contro il terrorismo islamico. E ha addosso la sentenza della Corte Suprema del Colorado che lo esclude dalle primarie dello stato con l’accusa di essere un eversore, dopo i fatti dell’assedio al Campidoglio 2021: possibile che la Corte Suprema a Washington azzeri lo stop, ma la scelta indica il clima.
La residua forza di Biden è nel ‘No’ alla deriva trumpiana, il presidente, malgrado gli sforzi sulle guerre in Ucraina e a Gaza, appare anziano, erede di una stagione lontana - fu eletto al Senato nel 1972, quando metà del paese, età media 38,9 anni, non era nata -, incline al ragionamento, nell’era dei social media livorosi.
Se Trump vincesse, il mondo resterebbe senza guida, il partito antioccidentale, forte anche in Europa e in Italia, celebrerebbe entusiasta e i neutralisti del Sud Globale si accorgerebbero presto che duro padrone la Cina possa essere. Anche il ritorno di Biden al governo non scioglierà i dilemmi di un’America che, nell’anno che ricorderà il mezzo secolo dalle dimissioni di Richard Nixon dalla Casa Bianca, travolto dallo scandalo Watergate, non ritrova unione, valori condivisi, visione. Quando i cronisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward, costrinsero con le loro inchieste Nixon alla resa nel 1974, la leadership repubblicana, incluso il conservatore Barry Goldwater, mise avanti l’interesse nazionale e il presidente Gerald Ford concesse la grazia a Nixon, per rimarginare la ferita. Ora destra e sinistra radicali si odiano e ogni negoziato passa per tradimento.
Dagli stati “rossi”, repubblicani, i laureati scappano appena possibile, con l’eccezione del Texas, e i maschi, bianchi solo diplomati militano con Trump. Su diritti, cultura, identità le due Americhe non si riconcilieranno presto. Eppure l’economia, malgrado Covid, guerre e inflazione tiene, l’occupazione stupisce con la sua forza gli economisti con la testa rivolta al XX secolo, e perfino la Federal Reserve medita cosa concedere sui tassi. Dati che conteranno quando i repubblicani si raccoglieranno per la loro Convenzione di luglio a Milwaukee, in Wisconsin, e i democratici risponderanno in agosto a Chicago, Illinois: quattro stati son decisivi, a stare ai numeri dell’esperto Nate Silver, Wisconsin, Georgia, Pennsylvania, Arizona, con le donne, soprattutto dei sobborghi, arbitre del match.
Fra quelle date, l’America osserverà due anniversari, i 75 anni della Nato, l’alleanza occidentale che vinse la Guerra Fredda, salutata con una solenne cerimonia a Washington in luglio, e i cento anni del presidente Jimmy Carter, in ottobre. Date simboliche perché la Nato, se Trump prevalesse, perderebbe forza e strategia per sempre, e perché Carter, con il discorso sulla “Crisi morale e spirituale americana” del 1979 e l’insistenza cocciuta sui diritti umani fu il primo a evocare i fantasmi presenti.
Lo storico dell’economia Angus Maddison, come lo stesso Biden, segnala lo slancio che ancora anima gli Usa, le dieci maggiori aziende di tecnologia in casa, un’economia doppia dell’eurozona UE, 26 miliardi di venture capital per le start up dell’intelligenza artificiale nel 2023, sei volte la Cina e anni luce avanti all’Europa intenta a redigere l’AI Act.
Nelle biotecnologie gli Stati Uniti controllano il 38% del mercato, l’Asia insegue con il 24%, in Europa si censura la ricerca sugli alimenti in laboratorio, destra e sinistra estreme fervorose alleate anti-progresso. Il destino d’America è dunque, in questo cruciale 2024, in mano agli americani, possono restare potenza leader del XXI secolo, dalla ricerca a diritti umani, identità, diplomazia, o declinare in una guerra civile culturale, finendo ostaggio dei nemici d’oltremare che attendono, in armi, l’eclisse di civiltà.