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Il disegno imperiale di Putin

(afp)
Il Presidente, che si avvia a rivincere le elezioni, è a metà del suo nuovo percorso che ha terremotato il mondo In campo, con Mosca e Kiev, l’Occidente e la Cina ma, manca, come sempre il ‘quinto angolo’ raccontato da Izrail Metter: oggi è l’opinione pubblica russa
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Tutte le domande sul destino del secolo s’incrociano un’altra volta sulla Piazza Rossa di Mosca, davanti al muro del Cremlino che custodisce il mistero di Vladimir Putin, così come per più di settant’anni ha blindato nel segreto i riti di potere dell’Unione Sovietica, celebrati nel Bjuro del comunismo di Stato.

Il Presidente, che si prepara a vincere nuovamente le elezioni dopo aver spazzato via ogni concorrente e dopo aver imprigionato l’unico suo vero contendente, Aleksej Navalny, è a metà strada del suo nuovo percorso, che ha terremotato il mondo. Ha abbandonato per scelta il consesso internazionale in cui siedono i leader dei grandi Paesi, ha scatenato il nuovo conflitto europeo con l’invasione dell’Ucraina, ha accettato di diventare il “Gran Vilain” della nuova epoca e adesso è fermo in un luogo indefinito della Russia e della guerra: che intanto va avanti coi suoi lutti e le sue distruzioni senza che s’intravveda una soluzione negoziale.

È una guerra giovane, ma già lunga, lim…

Tutte le domande sul destino del secolo s’incrociano un’altra volta sulla Piazza Rossa di Mosca, davanti al muro del Cremlino che custodisce il mistero di Vladimir Putin, così come per più di settant’anni ha blindato nel segreto i riti di potere dell’Unione Sovietica, celebrati nel Bjuro del comunismo di Stato.

Il Presidente, che si prepara a vincere nuovamente le elezioni dopo aver spazzato via ogni concorrente e dopo aver imprigionato l’unico suo vero contendente, Aleksej Navalny, è a metà strada del suo nuovo percorso, che ha terremotato il mondo. Ha abbandonato per scelta il consesso internazionale in cui siedono i leader dei grandi Paesi, ha scatenato il nuovo conflitto europeo con l’invasione dell’Ucraina, ha accettato di diventare il “Gran Vilain” della nuova epoca e adesso è fermo in un luogo indefinito della Russia e della guerra: che intanto va avanti coi suoi lutti e le sue distruzioni senza che s’intravveda una soluzione negoziale.

È una guerra giovane, ma già lunga, limitata a due Paesi, eppure di portata mondiale, viste le forze che si affacciano necessariamente ai bordi del conflitto, disegnando una mappa del caos che convoca la Russia, l’Ucraina, l’Occidente euro-americano e la Cina. Manca come sempre il “quinto angolo”, raccontato da Izrail Metter in epoca sovietica, l’angolo inesistente: che oggi è la pubblica opinione russa, o almeno il sentimento del popolo sulla leadership e sul Paese, dopo due anni di guerra.

Con 120 mila morti stimati nell’Armata russa e 180 mila feriti (l’Ucraina conta 70 mila morti e 120 mila feriti) tutto il mondo si domanda perché non prenda forma in Russia un movimento d’opinione capace di chiedere un rendiconto al Cremlino, con numeri ufficiali che consentano di stimare il peso reale del conflitto e di valutare con cognizione di causa il rapporto tra costi e benefici, in tutti questi mesi sovrastato dal clamore della propaganda. La strategia del governo nel fronte interno si può condensare in una formula: evitare che i morti si sommino e facciano massa, producendo un saldo politico.

C’è dunque da mesi una selezione accurata e una distribuzione ragionata del reclutamento, alleggerendolo molto nelle grandi città, più sensibili ad un dibattito sui costi umani della guerra, e concentrandolo nei villaggi delle repubbliche più lontane, dove le voci dei cittadini non riescono a produrre un circuito d’informazione e di conoscenza. A questo criterio si aggiunge il compenso per i militari arruolati, significativo soprattutto per i giovani contadini delle periferie repubblicane.

E infine l’indennizzo per le famiglie dei ragazzi-soldati morti in guerra, con le madri che non denunciano pubblicamente il lutto per il timore di mettere in discussione il sussidio governativo. Aggiungiamo il metodo che il premio Nobel Svetlana Aleksievic ha rivelato in Ragazzi di zinco (Edizioni e/o) durante la guerra in Afghanistan: le bare rientrano in Russia evitando ogni clamore, col “Tulipano Nero”, l’aereo militare che viaggia di notte riportando in patria i cadaveri quasi in forma anonima e senza pubbliche manifestazioni, mentre in alcuni casi i forni crematori sono stati spediti direttamente al fronte, dove si bruciano i cadaveri riducendo il problema del rimpatrio alle dimensioni di un’urna. Ma la compartimentazione della morte e la dissimulazione del lutto non spiegano tutto.

Putin uscendo dal concerto dei leader mondiali non è rimasto solo, isolato nel nulla. Al contrario, ha impugnato una bandiera che può trovare un gran seguito, in patria e fuori: quella dei nemici dell’Occidente e degli avversari delle democrazie. La predicazione del leader russo non parte da una rivendicazione territoriale, ma da un’angoscia della storia, che Putin vede deragliare nel cuore dell’Europa, ai suoi confini, privando Mosca del mito primigenio della Rus’ di Kiev e impedendole di adempiere alla sua missione universale, per realizzare il destino imperiale che le è stato assegnato.

È questa la causa e il movente del nuovo imperialismo russo, con lo sfregio della secessione ucraina verso l’Europa e la Nato, che minaccia di tagliare il sacro nodo storico che tiene insieme Kiev, Minsk e Mosca nel culto slavo delle origini. Questa denuncia della tradizione amputata pesca nel profondo dell’animo russo. Ed è qui, su questo disorientamento simile a uno spossessamento, che Putin inserisce il suo attacco alle democrazie occidentali, veicolo di quel principio di distruzione della grandeur russa, perduta dopo la fine dell’Unione Sovietica. Le insegne della democrazia liberale proposte al mondo come simbolo e cuore del nuovo ordine, per il leader russo nascondono l’obiettivo di estendere a Est l’influenza americana, e nient’altro.

Dunque il liberalismo non è una religione civile di libertà, ma al contrario un’ideologia militare e strategica di dominio. Anzi, secondo Dughin - una delle voci che hanno influenzato Putin - l’essenza del liberalismo è il nichilismo, la distruzione di tutte le tradizioni e dei valori di una civiltà. Una postura imperiale della Russia, una sua resurrezione, secondo il Cremlino è dunque necessaria per ripristinare un ruolo internazionale di Mosca, a protezione della sovranità russa: che ha bisogno di riesumare un imperialismo patriottico, contro la deriva nichilista del mondo, guidata dagli Usa. Questa è la visione ideologica e teologica che Putin ha oggi del suo compito e dei suoi obiettivi. Per realizzarli allontana ancor di più la Russia dalla democrazia, come se fossero condannate a non incontrarsi mai. In cambio propone al suo popolo il ritorno dell’impero, provando a risolvere un’angoscia perenne della Russia: quella di avere più spazio sulla terra che nella storia.

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