Il 2024 non può essere peggiore di questo? La soluzione: uscire di casa e respirare. Liberiamoci dell’aria viziata
di Michele SerraOgni fine anno, con gli amici, si pronuncia la frase rituale “il prossimo non può essere peggiore di questo”, a metà tra lo scaramantico e lo scherzoso. Sta di fatto che negli ultimi anni (diciamo: dal ’20 in poi) questa previsione beneaugurante è stata sempre smentita.
Prima il Covid, poi l’invasione russa dell’Ucraina, infine la recrudescenza feroce del conflitto in Medio Oriente hanno dato un’idea di sprofondo, di qualcosa di maledettamente lontano dall’idea di “progresso” che bene o male ci portiamo dentro. Di peggio, qualcosa può sempre succedere.
Per esempio che Donald Trump torni alla Casa Bianca, e l’onda populista, della quale l’Italia, con il governo che si ritrova, è una protagonista non trascurabile, infligga ulteriori colpi all’illusione che l’umanità sia aperta al domani e rifiuti di rinchiudersi nei rancori nazionali e dunque nel provincialismo, che nel mondo globalizzato è il nuovo nome che dovremmo dare al nazionalismo.
La sensazione di “fine del progresso” (che no…
Ogni fine anno, con gli amici, si pronuncia la frase rituale “il prossimo non può essere peggiore di questo”, a metà tra lo scaramantico e lo scherzoso. Sta di fatto che negli ultimi anni (diciamo: dal ’20 in poi) questa previsione beneaugurante è stata sempre smentita.
Prima il Covid, poi l’invasione russa dell’Ucraina, infine la recrudescenza feroce del conflitto in Medio Oriente hanno dato un’idea di sprofondo, di qualcosa di maledettamente lontano dall’idea di “progresso” che bene o male ci portiamo dentro. Di peggio, qualcosa può sempre succedere.
Per esempio che Donald Trump torni alla Casa Bianca, e l’onda populista, della quale l’Italia, con il governo che si ritrova, è una protagonista non trascurabile, infligga ulteriori colpi all’illusione che l’umanità sia aperta al domani e rifiuti di rinchiudersi nei rancori nazionali e dunque nel provincialismo, che nel mondo globalizzato è il nuovo nome che dovremmo dare al nazionalismo.
La sensazione di “fine del progresso” (che non coincide certo con la “fine della storia”) è sicuramente accentuata dalla visione piuttosto angusta del mondo che abbiamo noi italiani, muniti di uno dei sistemi mediatici più a corto raggio. Il mondo arriva sulle nostre prime pagine quando non se ne può proprio fare a meno (dunque, di solito, in caso di guerre e attentati), e questo non ci aiuta ad allargare sistematicamente lo sguardo e darci l’idea che qualcosa di nuovo, di importante, di promettente possa sicuramente accadere, ma non nel nostro vecchio e piccolo Paese.
Dunque la prima cosa che possiamo non solo augurarci, per il nuovo anno, ma anche provare a mettere in pratica, è de-italianizzare almeno un poco la nostra visione delle cose. Già lo fanno i tanti giovani italiani, ed europei, che viaggiano con una disinvoltura e una naturalezza che noi delle generazioni precedenti nemmeno sognavamo. Attratti da modi di vita (e stipendi) più dinamici. Va rivisto il concetto stesso di “estero”: questo ci aiuterebbe a leggere con meno ansia le statistiche sui “giovani in fuga all’estero”. Non sono affatto fuggiti, sono ancora qui: Londra, la Germania, la Francia, gli Stati Uniti non sono più, per loro, “l’estero”, sono una seconda casa e spesso diventano la prima. Gli aerei per tornare da mamma e papà ci sono e il volo non è troppo costoso, idem se mamma e papà (senza esagerare) vogliono andare a trovare i figli. Si può fare, lo fanno a milioni, mica solo i figli degli sceicchi e i pargoli della upper class.
L’emigrazione non è più quella di un tempo, con i bastimenti e le lettere che arrivavano mesi dopo. Ci sono le videochiamate. Se misuriamo le cose solo con il nostro immutabile centimetro, le cose ci sembreranno immutabilmente piccole. Dobbiamo abituarci a sapere che siamo, ormai, una provincia meridionale d’Europa, e questo non deve per nulla deprimerci od offenderci: è come aprire una finestra per dare aria a una stanza chiusa, e cambiare l’aria viziata. La stanza, dopo, ci sembrerà meno opprimente. Entrare nel nuovo anno con questo ottimo proposito – sprovincializzarci – sarebbe già qualcosa. Qualcosa di buono, fonte di energia e di ottimismo. Meglio ancora sarebbe riuscire ad accoppiarlo con una seconda, ritrovata virtù, che è la socialità. Quella, tra l’altro, la si può trovare anche sotto casa, o dietro l’angolo.
Non è lontana geograficamente: lo è, semmai, psicologicamente. Qui penso soprattutto ai più giovani, che hanno appena vissuto la formidabile scossa delle manifestazioni per Giulia Cecchettin, ritrovandosi in tanti nelle stesse piazze e con le stesse emozioni. Ecco, se quel momento potesse mettere radici, non svaporare come capita alle emozioni ma organizzarsi come capita alle buone ragioni, quello sarebbe un segno quasi clamoroso di cambiamento.
Il ritorno della politica – non ci sono molti altri modi per dirlo – sarebbe la vera buona notizia del 2024, anche se nessuno può immaginarne le forme e i tempi. E anche qui, si torna al problema delle stanze chiuse, nelle quali in molti, anzi in troppi (non solo giovani) consumano larga parte del loro tempo. I social sono una parte rilevante della vita collettiva, il web lo è in misura anche maggiore (molto maggiore: non è solo chat, è anche informazione, ricerca, cultura); ma nessun essere umano può formarsi, crescere, conoscere se si illude di poter surrogare la realtà umana in uno schermo.
Volendo tradurre in pillole i due buoni propositi che ho appena espresso, entrambi antidoti al sentimento di stasi e di angustia tipico di una società invecchiata, posso proporre anche uno slogan: nel 2024 bisogna uscire di casa. Uscire di casa e respirare. Si sa che il mondo è un luogo (anche) pericoloso, ma è meglio correre il rischio, e affrontare il futuro, piuttosto che sottomettersi alla rassegnazione e alla noia.