✕

L’occasione delle democrazie

Ascolta l'audio

Nei prossimi 12 mesi andranno al voto i maggiori Paesi del mondo. La strategia del Cremlino, la prova degli Usa, la chance dell’Ue di diventare protagonista. Ma alla sfida di ridisegnare l’architettura globale, i sistemi più avanzati possono rispondere con una formidabile arma: il potere di scegliere
3 minuti di lettura

Il 2024 vedrà le autocrazie moltiplicare iniziative e sforzi per far implodere le democrazie del Pianeta, al fine di ridisegnare l’architettura di sicurezza globale, ma la maggiore novità è attesa proprio dalle democrazie perché avranno l’opportunità di rispondere alla sfida con la loro arma più strategica: il potere di voto dei cittadini.

La sfida di Mosca e Pechino è in pieno svolgimento ed appare destinata ad accelerare. Non è una sfida omogenea, seppur l’intento è simile. Mosca punta sulle operazioni militari di stile ottocentesco-novecentesco per accendere più crisi armate al fine di dimostrare l’incapacità delle democrazie di difendere interessi ed alleati.

Al momento il presidente Vladimir Putin è convinto di poter vincere la guerra all’Ucraina, sostiene il conflitto di Hamas contro Israele, controlla la Siria, spalleggia le ambizioni nucleari dell’Iran, punta a creare a Tobruk una grande base navale, ha siglato accordi sulla sicurezza con Mali, Niger e Centrafrica, e conside…

Il 2024 vedrà le autocrazie moltiplicare iniziative e sforzi per far implodere le democrazie del Pianeta, al fine di ridisegnare l’architettura di sicurezza globale, ma la maggiore novità è attesa proprio dalle democrazie perché avranno l’opportunità di rispondere alla sfida con la loro arma più strategica: il potere di voto dei cittadini.

La sfida di Mosca e Pechino è in pieno svolgimento ed appare destinata ad accelerare. Non è una sfida omogenea, seppur l’intento è simile. Mosca punta sulle operazioni militari di stile ottocentesco-novecentesco per accendere più crisi armate al fine di dimostrare l’incapacità delle democrazie di difendere interessi ed alleati.

Al momento il presidente Vladimir Putin è convinto di poter vincere la guerra all’Ucraina, sostiene il conflitto di Hamas contro Israele, controlla la Siria, spalleggia le ambizioni nucleari dell’Iran, punta a creare a Tobruk una grande base navale, ha siglato accordi sulla sicurezza con Mali, Niger e Centrafrica, e considera il Burkina Faso un tassello del proprio mosaico africano, a cui vuole aggiungere il Ciad per potersi imporre nel Sahel. Il totale di basi militari, navi ed aerei dispiegati da Mosca nello scacchiere del “Mediterraneo allargato” è oggi superiore a quanto l’Urss abbia mai fatto durante la Guerra Fredda ma non è tutto perché il ricorso alle munizioni della Corea del Nord per alimentare la guerra all’Ucraina e il sostegno alle ambizioni territoriali del Venezuela sulla Guyana ricca di petrolio lasciano intendere che Putin punti ad accelerare la strategia dei “mille fuochi” contro le democrazie. Usando la rielezione blindata, in marzo, per esaltare potere locale e leadership globale.

Nell’anno che si apre nel mirino del Cremlino ci sono anzitutto i Balcani, al fine di impedire che la Bosnia-Erzegovina aderisca alla Nato e di ostacolare l’entrata nell’Ue di Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e della stessa Bosnia-Erzegovina. Il sostegno a milizie e gruppi panslavi nei Balcani è un campanello d’allarme.

La sfida cinese è assai diversa ma ancor più ambiziosa. Pechino punta a diventare il leader dei Brics (le maggiori economie non-Occidentali) come dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (che riunisce gli Stati dell’Asia Centrale) per arrivare a creare uno schieramento multipolare capace di sommare la maggioranza del pil e della popolazione del globo al fine di realizzare un’architettura di sicurezza capace di ridurre l’Occidente a tre isole geopolitiche: Nordamerica, Europa Occidentale e Oceania-Giappone-Sud Corea.

Se la sfida di Putin è immediata e militare, quella di Xi è di lungo termine e geoeconomica: sarà il 2024 a dirci come e quanto le democrazie sappiano rispondere a entrambi. Nei Paesi liberi, infatti, la maggiore forza politica nasce dalla libertà di voto e nei prossimi 12 mesi andranno alle urne, anche se in maniere differenti, l’India a marzo-aprile, l’Unione Europea a giugno e gli Stati Uniti a novembre. Le elezioni parlamentari indiane “Lok Sabha” e “Raiya Sabha” esprimeranno dal basso, in alcuni dei distretti più cruciali del sub-continente, la volontà politica di una nazione che deve scegliere se accettare il corteggiamento di Cina e Russia per entrare nel gruppo di testa del “Sud Globale” oppure guardare a Washington per costruire una nuova rotta - alternativa alla Via della Seta - destinata ad unire Asia, Medio Oriente ed Europa. Sebbene gli indiani voteranno sulla base di interessi locali, il bivio strategico che ha davanti l’India è cruciale nella sfida globale.

Il voto per il Parlamento Europeo, destinato ad esprimere la fiducia per la nuova Commissione di Bruxelles, si preannuncia invece decisiva per il ruolo dell’Unione Europea.

I motivi sono due. Primo: Mosca sostiene, apertamente o meno, tutte quelle forze antidemocratiche - populiste o sovraniste, di destra o di sinistra - che contestano l’integrazione europea e puntano al ritorno degli Stati nazionali, nella convinzione che possano far implodere la Ue e dunque privare la Russia del maggior ostacolo alla restaurazione della propria sfera di influenza - di memoria sovietica - sul Vecchio Continente. Secondo: le istituzioni europee che usciranno dal voto dovranno guidare le riforme dell’Ue ovvero i cambiamenti strutturali per consentire l’allargamento ad Est - a Ucraina, Moldavia e Balcani Occidentali - e l’integrazione necessaria per consentire all’Europa di essere più prospera, sicura, coesa e, soprattutto, sovrana. Sarà, in particolare, il passaggio al voto a maggioranza sui più importanti dossier dell’Ue il momento in cui il sovranismo europeo potrà prendere corpo e se ciò dovesse avvenire avremmo un’Europa più protagonista delle sfide del XXI secolo: dall’economia alla sicurezza.

Infine, ma non per importanza, le presidenziali americane: perché lo scenario di una nuova sfida fra Joe Biden e Donald Trump - come avvenne nel 2020 - espone gli Stati Uniti al rischio di essere guidati da un leader repubblicano accusato di aver tentato un colpo di Stato il 6 gennaio 2021 o da un presidente democratico indebolito dalle fragilità fisiche. Sarà la lunga stagione delle primarie, che inizia a metà gennaio con i caucus in Iowa, a dirci se gli elettori repubblicani sceglieranno davvero di affidarsi a Trump oppure punteranno su nomi diversi - a cominciare dall’ex governatrice della South Carolina Nikki Haley - e di conseguenza sarà il campo democratico a farci sapere quale sarà la decisione della Convention di Chicago. Insomma, a dispetto di una sfida apparentemente congelata, il laboratorio politico americano può regalarci la sorpresa capace di segnare l’anno che verrà. Così come, nonostante le lacerazioni generate dal populismo, l’Europa può inaugurare una stagione capace di farne una vera protagonista del XXI secolo.

Leggi i commenti