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Le ossessioni della destra

(ansa)
Arriva il 2024 ma sembra il 1994: trent’anni dopo la ‘discesa in campo’ di Berlusconi il governo Meloni torna ai grandi classici del populismo autoritario e leaderistico. Il premierato all’italiana distorce la democrazia parlamentare in ‘dittatura elettiva’, mentre la riforma della giustizia annoda un bel bavaglio sulla bocca della libera informazione
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Arriva il 2024, ma sembra il 1994. Sono passati trent’anni dall’epica discesa in campo di Berlusconi, e l’epifania dell’Unto del Signore di Arcore somiglia all’avvento dell’Underdog della Garbatella. La destra berlusconiana, che trionfò tra le macerie della gioiosa macchina da guerra di Occhetto e Cossutta, ha lasciato due eredità alla destra meloniana, che passeggia tra le rovine del campo largo di Schlein e Conte.

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L’anno nuovo si apre all’insegna dei vecchi cavalli di battaglia del Cavaliere, sui quali oggi trotterella anche la Draghetta: una riforma costituzionale che distorce la democrazia parlamentare in “dittatura elettiva”, una riforma della giustizia che annoda il bavaglio sulla libera informazione.

In un 2024 di magra per l’Italia, Giorgia Meloni riscalda una minestra rancida, che non risponde alle esigenze degli italiani ma riflette le urgenze dei potenti. Torna ai grandi classici, ai fetic…

Arriva il 2024, ma sembra il 1994. Sono passati trent’anni dall’epica discesa in campo di Berlusconi, e l’epifania dell’Unto del Signore di Arcore somiglia all’avvento dell’Underdog della Garbatella. La destra berlusconiana, che trionfò tra le macerie della gioiosa macchina da guerra di Occhetto e Cossutta, ha lasciato due eredità alla destra meloniana, che passeggia tra le rovine del campo largo di Schlein e Conte.

[[(FckEditorEmbeddedHtmlLayoutElement) onecms:1d748dcb-624b-49fa-bbb8-6caca7e38ba8]]

L’anno nuovo si apre all’insegna dei vecchi cavalli di battaglia del Cavaliere, sui quali oggi trotterella anche la Draghetta: una riforma costituzionale che distorce la democrazia parlamentare in “dittatura elettiva”, una riforma della giustizia che annoda il bavaglio sulla libera informazione.

In un 2024 di magra per l’Italia, Giorgia Meloni riscalda una minestra rancida, che non risponde alle esigenze degli italiani ma riflette le urgenze dei potenti. Torna ai grandi classici, ai feticci ideologici che servono solo ad avvelenare i pozzi e distrarre i cittadini, a intimidire i nemici e compattare gli amici.

Il bavaglio alla stampa è un evergreen. Un chiodo fisso di Silvio Berlusconi, che lo presentò nel 2008 e lo impose nel 2010 per la firma dell’allora Guardasigilli Alfano: mai più intercettazioni sui giornali, divieto di pubblicare gli atti di un procedimento penale. Contro quell’obbrobrio illiberale si scatenò una rivolta popolare, che Repubblica lanciò con la “campagna dei post-it”. Un anno dopo Berlusconi cadde, e il bavaglio finì nel cassetto.

Oggi lo ritira fuori Enrico Costa - tessitore neo-centrista e orditore di tutte le trame togate - in una versione altrettanto censoria. Si vieta la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, che riassumono e motivano l’arresto di un indagato: interrogatori, intercettazioni, perquisizioni. Una legge liberticida, benedetta dal “garantista” Nordio e autorizzata dalla “giustizialista” Meloni.

Il premierato all’italiana, «madre di tutte le riforme» secondo la premier, sarà l’altra tossina inoculata nelle vene del sistema per i prossimi mesi. L’elezione diretta del presidente del Consiglio richiederà la doppia lettura dei due rami del Parlamento, con tre mesi di distanza l’una dall’altra. Ci vorrà tanto tempo. Ma è quello che serve alla maggioranza, per tenere la pentola in ebollizione e il Palazzo sotto pressione. La vera ratio della riforma se l’è lasciata sfuggire l’ineffabile presidente del Senato, Ignazio La Russa, in uno dei suoi momenti di truce sincerità: il presidente della Repubblica ha troppi poteri sostanziali, che la Costituzione materiale gli ha permesso di esercitare soprattutto nei momenti di crisi. Con la riforma Casellati questi poteri scompariranno: il presidente del Consiglio votato dagli elettori sarà inamovibile, quindi non serviranno supplenze di sorta. Il Capo del governo comanda, il Capo dello Stato taglia i nastri.

Più chiara di così, la sedicente “seconda carica” non poteva essere. I Patrioti hanno gettato la maschera, ripescando la stessa riforma del Berlusconi Bis nel 2005: il “premierato forte” che nessuna democrazia occidentale ha mai sperimentato, allora bollata come un Frankenstein dal padre dei comparativisti Giovanni Sartori, e bollata oggi come un “colpo di mano” dal decano dei costituzionalisti Gustavo Zagrebelsky. La fine della democrazia parlamentare e l’inizio della “democrazia d’investitura”: difficile che la maggioranza porti fino in fondo la sfida parlamentare, scambiando questo “golpetto” fedele alla tradizione post-missina con l’autonomia differenziata cara alla secessione proto-leghista.

Ancora più difficile che la Sorella d’Italia scivoli sul piano inclinato del referendum confermativo, obbligatorio senza approvazione del testo con i due terzi: per quanto abbia già chiarito che l’eventuale consultazione popolare non riguarderebbe la sua persona, Giorgia è troppo smagata per non temere i precedenti di Berlusconi nel 2006 e di Renzi nel 2016, che trasformando quei voti in ordalia ci rimisero Palazzo Chigi.

Per questo è più probabile che il premierato aleggerà come un fantasma nei corridoi fumosi della politica e nei salotti rancorosi della Tv, occasione di scontro rituale più che opportunità di cambiamento reale. Ma questo logorio farà danni comunque, accelerando il processo di regressione democratica in cui ci stiamo avvitando. Mi torna in mente un altro presidente del Senato, a sua volta firmatario del famigerato “Lodo” che avrebbe dovuto salvare per sempre il Cavaliere da tutti i processi. L’immarcescibile Renato Schifani (oggi governatore della Sicilia) spiegò così la disfatta al referendum del 2006: «C’è stata una marea di astensioni, gli italiani sono stanchi di votare troppo spesso».

Forse aveva ragione lui. Questa destra ultrà, in cuor suo, dev’essere convinta che d’ora in poi sarebbe meglio non votare più. Magari per un Ventennio, così pareggiamo i conti con la Buonanima.

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