L’Unione all’ultimo bivio
di Claudio TitoL’anno cruciale, di un quinquennio fondamentale. Per l’Unione europea il 2024 non sarà affatto ordinario. La straordinarietà non è solo nei fatti, ma nelle sfide che dovrà affrontare. In discussione c’è l’essenza stessa dell’Ue, il suo futuro, il percorso di integrazione. Con un “nemico” sempre più evidente: il sovranismo.
L’appuntamento centrale – anche dal punto di vista temporale – sono le elezioni europee che si terranno la prima settimana di giugno. Non sarà un voto semplice. Nelle urne i cittadini europei si giocheranno molto delle loro prospettive.
L’Europa, infatti, sta fronteggiando una delle sue crisi periodiche. Sono momenti da cui in passato è sempre uscita con uno scatto in avanti. In questo caso si tratta di una crisi di “crescita” il cui esito determinerà il progresso o la paralisi dell’Europa. L’avanzare, in molti dei 27 Stati membri, di partiti sovranisti o antieuropeisti sta facendo sorgere dubbi sulla possibilità che nei prossimi anni si possano compiere passi nel…
L’anno cruciale, di un quinquennio fondamentale. Per l’Unione europea il 2024 non sarà affatto ordinario. La straordinarietà non è solo nei fatti, ma nelle sfide che dovrà affrontare. In discussione c’è l’essenza stessa dell’Ue, il suo futuro, il percorso di integrazione. Con un “nemico” sempre più evidente: il sovranismo.
L’appuntamento centrale – anche dal punto di vista temporale – sono le elezioni europee che si terranno la prima settimana di giugno. Non sarà un voto semplice. Nelle urne i cittadini europei si giocheranno molto delle loro prospettive.
L’Europa, infatti, sta fronteggiando una delle sue crisi periodiche. Sono momenti da cui in passato è sempre uscita con uno scatto in avanti. In questo caso si tratta di una crisi di “crescita” il cui esito determinerà il progresso o la paralisi dell’Europa. L’avanzare, in molti dei 27 Stati membri, di partiti sovranisti o antieuropeisti sta facendo sorgere dubbi sulla possibilità che nei prossimi anni si possano compiere passi nel processo di integrazione. Anche se tutti i sondaggi più attendibili non prevedono grandi cambiamenti negli equilibri del Parlamento europeo.
Il primo partito sarà il Ppe (Popolari), il secondo il Pse (socialisti). Il terzo posto se lo contendono Ecr (Conservatori) e ID (Identità e Democrazia di estrema destra, tra cui la Lega di Salvini). Eppure nessuna maggioranza sarà possibile senza Popolari e Socialisti, due soggetti storicamente europeisti. Con ogni probabilità, quindi, verrà replicata la coalizione che ha portato all’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. La cosiddetta “Maggioranza Ursula” con i liberali di Renew e i grillini.
Lo scenario più concreto prevede l’ingresso in questa coalizione dei Verdi. È invece esclusa un’alleanza tra Ppe e Conservatori (vagheggiata dalla destra italiana). Con l’aggiunta non determinante di Fratelli d’Italia.
Per Giorgia Meloni è troppo rischioso stare fuori dal gioco delle poltrone europee. L’equilibrio in Parlamento determinerà due conseguenze decisive: la prima riguarda la prospettiva politica di modificare i Trattati europei. L’obiettivo è rendere più efficiente il processo decisionale dell’Unione e integrare maggiormente i Paesi membri. Su questo sta soprattutto insistendo il presidente francese, Emmanuel Macron, che vede nell’Europa unita l’unica possibilità di affrontare le sfide della globalizzazione. I mercati, l’economia, il rischio di guerre come quella in Ucraina, possono essere fronteggiati solo da un soggetto “grande” e non da “piccoli” stati nazionali.
La modifica dei Trattati, che dovrebbe assegnare agilità e velocità al processo decisionale europeo eliminando la regola del voto all’unanimità, potrebbe essere già avviata al Consiglio europeo del prossimo marzo. E quindi entrare nel vivo nel 2025. Sarebbe una vera e propria rivoluzione. Il modo migliore per sterilizzare i sovranisti. Basti pensare al ruolo giocato dal premier ungherese Orban all’ultimo Consiglio europeo. Ha tenuto da solo in stallo l’adesione all’Ue dell’Ucraina. Poi ha impedito di approvar e il Bilancio europeo in cui erano previsti 50 miliardi di euro per Kiev e anche un po’ di risorse per combattere l’immigrazione illegale. La seconda conseguenza si concentra sui nuovi vertici istituzionali. Chi sarà alla guida della nuova Commissione?
Von der Leyen sta da tempo lavorando ad un bis. Il Ppe in questo modo deterrebbe ancora una volta la cabina di pilotaggio dell’esecutivo europeo. In questo quadro i socialisti, seconda forza europea, punterebbero sulla presidenza del consiglio europeo. Un impianto che può essere scardinato solo da un outsider: Mario Draghi. Su di lui scommette soprattutto il francese Macron. Che lo considera il più adatto e autorevole per gestire un quinquennio così fondamentale per le sorti del Vecchio Continente. Uno dei pochi in grado di dialogare alla pari con il presidente americano (soprattutto se dovesse tornare alla Casa Bianca Donald Trump nelle elezioni di novembre prossimo), con quello russo Putin o con il cinese Xi Jinping. In quel caso la geografia degli incarichi europei cambierebbe completamente e le famiglie politiche dell’Ue dovrebbero rivedere i tradizionali schemi.
È vero che la designazione del/la presidente della Commissione passa prima dai leader. Fino ad ora, al di là del frastuono provocato, molte delle armi sovraniste sono state spuntate: in Spagna avrebbero dovuto vincere e formare il nuovo governo e poi alla fine è tornato il socialista Sanchez. In Polonia le destre cantano vittoria ma non hanno i voti per l’esecutivo e lasciano il passo al popolare europeista Tusk. In Olanda la grande affermazione della destra di Geert Wilders non riesce ancora a produrre una maggioranza.
I sovranisti, dunque, spesso ottengono vittorie di Pirro (ad eccezione dell’Italia). E quindi la scelta del successore di von der Leyen o la sua conferma passerà comunque sulla direttrice Parigi-Berlino e dalla maggioranza di Stati europeisti. All’inizio dell’anno, poi, si giocherà un’altra partita fondamentale: l’applicazione concreta del nuovo Patto di Stabilità. Sono stati corretti gli antichi parametri su deficit e debito. Si capirà se la linea rigorista della Germania sarà davvero compatibile con la flessibilità delle “colombe”, Italia e Francia in primo luogo. Sarà la prima prova pratica della “Nuova Europa”.