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Essere vicini non basta

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La convivenza se non è pacifica tradisce le intenzioni. È la qualità di quel vivere insieme a renderlo apprezzabile. Se questo principio non diventa grande tema pubblico continuerà a prevalere nei confronti delle persone straniere un atteggiamento che, nella migliore delle ipotesi, sarà di condiscendenza
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Nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, nella discussione pubblica, il sostantivo convivenza richiedeva sempre di essere accompagnato dall’aggettivo qualificativo pacifica. Insomma, solo l’espressione completa – convivenza pacifica, appunto – richiamava una condizione umana e sociale auspicabile, uno stato di equilibrio capace di garantire sicurezza e benessere, una situazione di stabilità destinata a durare nel tempo. In altri termini, è la qualità di quel vivere insieme a renderlo apprezzabile.

Oggi, non è più così. Oggi, il termine convivenza è tornato a uno stato di solitudine e ha nuovamente assunto una dimensione meramente statistica e demografica, riproduzione descrittiva dello status quo. Al punto che, come spiega l’enciclopedia Treccani, il foglio di convivenza è quel modello utilizzato nel censimento generale della popolazione per rilevare i dati relativi alle persone che vivono in collettività permanenti diverse dalle famiglie o in collettività temp…

Nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, nella discussione pubblica, il sostantivo convivenza richiedeva sempre di essere accompagnato dall’aggettivo qualificativo pacifica. Insomma, solo l’espressione completa – convivenza pacifica, appunto – richiamava una condizione umana e sociale auspicabile, uno stato di equilibrio capace di garantire sicurezza e benessere, una situazione di stabilità destinata a durare nel tempo. In altri termini, è la qualità di quel vivere insieme a renderlo apprezzabile.

Oggi, non è più così. Oggi, il termine convivenza è tornato a uno stato di solitudine e ha nuovamente assunto una dimensione meramente statistica e demografica, riproduzione descrittiva dello status quo. Al punto che, come spiega l’enciclopedia Treccani, il foglio di convivenza è quel modello utilizzato nel censimento generale della popolazione per rilevare i dati relativi alle persone che vivono in collettività permanenti diverse dalle famiglie o in collettività temporanee (ospedali, carceri, alberghi, conventi, caserme…). Qui, in buona sostanza, la convivenza è la compresenza di individui e gruppi sociali non legati da vincoli di parentela e casualmente aggregati. Ciò riguarda anche, e per certi versi principalmente, quella forma specifica di presenza addensata che è la rete di rapporti di prossimità tra italiani e stranieri. E torna utile quella distinzione tra mera convivenza e convivenza pacifica, virtuosa, attiva, l’unica capace di creare una vera e propria comunità al cui interno possano incontrarsi e reciprocamente riconoscersi, e in qualche modo contaminarsi, culture, tradizioni e fedi differenti.

Consideriamo alcuni numeri. Al primo gennaio 2024, secondo i dati del ministero del Lavoro, sono regolarmente residenti in Italia 5,3 milioni di persone straniere, circa il 3,2% in più rispetto all’anno precedente. In particolare, i cittadini non comunitari, dopo il drastico calo seguito alla crisi da Covid-19, risultano stabilmente assestati sui livelli pre-pandemia. Quanto all’origine della complessiva popolazione straniera, oltre il 30% proviene da un paese asiatico, una percentuale quasi identica da paesi europei (29,9%) e africani (29%). Per quanto riguarda le fasce generazionali, si rileva che, nel 2023, in Italia i giovani tra i 15 e i 29 anni erano circa 7 milioni e 922 mila: di questi, il 90,5% possiede la cittadinanza italiana, il 2,2% quella europea e il 7,3% quella non europea. Tra questi, nel corso dell’anno scolastico 2022-2023, figurano 914.860 studenti con cittadinanza non italiana. Anche in questo caso si registra un incremento rispetto all’anno precedente, pari al 4,9%.

Quanto all’integrazione lavorativa, il tasso di occupazione delle persone straniere non Ue è cresciuto, nel 2023, fino al 60,7% (a fronte del 61,5% di quelle italiane), mentre diminuiscono sia l’indice di disoccupazione (11,4% a fronte del 7,2% per gli italiani) che quello di inattività (31,5% e 33,6%). I settori che occupano in misura maggiore la forza lavoro straniera sono quelli dei servizi personali e collettivi (30,4%), l’agricoltura (18%), la ristorazione e il turismo (17,4%) e infine le costruzioni (16,4%). Considerando sempre il 2023, il numero di imprese con titolare di provenienza extraeuropea ammonta a 392.489 (pari al 13% del totale), ed è in costante crescita.

Di conseguenza, facendo un primo e sintetico bilancio, si può dire che la presenza straniera in Italia si trovi nelle condizioni di una progressiva integrazione e di una sufficiente inclusione nel sistema di cittadinanza. Ma, come si è detto, si tratta di un dato meramente statistico e demografico. La “buona convivenza”, quella che ho definito pacifica, virtuosa e attiva, è ancora ben lontana dall’essere raggiunta. Se mai lo sarà non accadrà senza conflitti, ma saranno, dovranno essere, conflitti componibili, mediabili, governabili. E nel frattempo?

Consideriamo il dato per certi versi più significativo: quei 914.860 alunni stranieri. Minori che vivono quotidianamente per diverse ore in rapporto assai stretto con coetanei italiani, di cui condividono stili di vita, consumi, passioni, crisi e contraddizioni, ma dai quali sono separati dal muro invisibile rappresentato dalla mancata cittadinanza italiana.

Ecco perché la riforma dell’attuale normativa sulla cittadinanza è così importante e urgente: perché può assicurare qualità, ovvero parità autentica di diritti e doveri, a chi si trova a vivere accanto, ma in condizione di acuto svantaggio, a quanti godono della pienezza delle garanzie individuali e sociali perché cittadini italiani. E la medesima questione riguarda gli stranieri adulti, compresi quelli che hanno ottenuto la cittadinanza del nostro paese.

Se il principio della “buona convivenza” non diventa grande tema pubblico e missione culturale e pedagogica, continuerà a prevalere nei confronti delle persone straniere un atteggiamento che, nella migliore delle ipotesi, sarà di condiscendenza e di tolleranza, ma non verrà mai superata la barriera sottilissima che continua a dividere “noi” da “loro”. E se profughi e fuggiaschi verranno ancora definiti «cani e porci» (Matteo Salvini), nemici che preparano «l’invasione» e se l’infinita strage nel mar Mediterraneo non diventerà tragedia civile e dolore nazionale, il nostro continuerà a essere un paese con forti tendenze xenofobe.

Alessandro Bergonzoni, ricordando che «per un grande scalatore gli ottomila sono la vetta più alta da conquistare per passare alla storia», si chiede quale sub-scalatore «riuscirà oggi a scalare i trentamila morti nel Mediterraneo».

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