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Il miracolo della conoscenza

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C’è un momento all’inizio dell’anno in cui sembra impossibile che quei ventidue studenti possano trovare il modo di organizzarsi. Poi i mesi passano, il tempo insieme diventa quasi più di quello trascorso a casa e la classe diventa il luogo geometrico delle emozioni
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Stare in classe è una delle esperienze migliori che mi siano capitate nella vita, sia come studentessa che come docente. Anche una delle più complesse, per la verità, in entrambi i ruoli. Classe, dal latino classis, significa etimologicamente flotta, insieme di navi, e più in generale gruppo di persone convocate per uno stesso scopo o affini per appartenenza, dal verbo greco kalèo, che significa appunto chiamare. Classe sociale, classe militare, classe zoologica o botanica. Far parte di una classe, dunque, significa essere stati chiamati a partecipare a un gruppo che per alcuni anni condividerà parecchie ore di vita e un numero significativo di esperienze. Da nomi individuali, “studenti”, si entra a far parte di un nome collettivo, “classe”. E non è sempre facile essere una comunità: condividere significa anche rinunciare a un po’ di sé per fare spazio all’altro.

L’invenzione della scuola pubblica per come la conosciamo oggi coincide con l’invenzione della classe: al posto dell’inseg…

Stare in classe è una delle esperienze migliori che mi siano capitate nella vita, sia come studentessa che come docente. Anche una delle più complesse, per la verità, in entrambi i ruoli. Classe, dal latino classis, significa etimologicamente flotta, insieme di navi, e più in generale gruppo di persone convocate per uno stesso scopo o affini per appartenenza, dal verbo greco kalèo, che significa appunto chiamare. Classe sociale, classe militare, classe zoologica o botanica. Far parte di una classe, dunque, significa essere stati chiamati a partecipare a un gruppo che per alcuni anni condividerà parecchie ore di vita e un numero significativo di esperienze. Da nomi individuali, “studenti”, si entra a far parte di un nome collettivo, “classe”. E non è sempre facile essere una comunità: condividere significa anche rinunciare a un po’ di sé per fare spazio all’altro.

L’invenzione della scuola pubblica per come la conosciamo oggi coincide con l’invenzione della classe: al posto dell’insegnante privato, dell’aio che quotidianamente si presenta a casa del rampollo di nobile famiglia per istruirlo sullo scibile umano, gli studenti raggiungono uno stesso luogo deputato alla trasmissione del sapere, una rivoluzione copernicana di non poco conto, sotto diversi punti di vista. Il primo ha a che fare sicuramente con la democrazia. La classe è la prima cellula del suo tessuto nervoso, non solo perché fornisce (o dovrebbe fornire) a tutte e tutti gli stessi strumenti culturali ma perché educa alla partecipazione e alla convivenza. Come sosteneva Pietro Calamandrei in un famoso discorso a sostegno dell’istruzione pubblica nel 1950, la scuola è “un organo costituzionale”, e se paragonata a un elemento del corpo umano sarebbe il sistema circolatorio.

Dal punto di vista più squisitamente didattico si può dire che la classe è l’apprendimento. L’imparare consiste nel condividere il sapere. In classe si impara a essere dei “compagni”, che etimologicamente sono coloro che condividono il pane, in questo caso, della conoscenza. È la dimensione comunitaria dell’esperienza insomma a essere formatrice, ancor più che i contenuti che vengono proposti.

La classe è un meccanismo potentissimo di decentramento, di confronto e di strutturazione dell’io. Una modalità dell’apprendere: si impara dagli altri, attraverso gli altri, insieme agli altri. Il vettore più forte nell’esperienza didattica non è quello verticale, dal docente agli alunni, ma quello orizzontale, tra pari: la conoscenza si forma tra l’intercapedine tra banco e banco. A scuola si impara ascoltando, si impara osservando, si impara emulando chi è più sicuro in una disciplina o chi possiede già una competenza. Si impara ad aspettare il proprio turno, a prendere parola, a essere affidabile, a fidarsi. Si impara dagli errori degli altri, dalle piccole e grandi sconfitte, dalle gioie condivise.

L’insegnante è lì a dirigere e armonizzare gli strumenti, è vero, ma sono gli alunni a comporre l’armonia.

La dimensione sociale e comunitaria della classe permette la formazione di un sapere che viene dalla somma delle parti perché la classe è un organismo complesso in cui ognuno trova il suo spazio, un raffinato gioco di ruolo in cui si inizia a immaginare quale sarà la propria posizione nel mondo. C’è posto per i miti e per gli spavaldi, per gli ambiziosi e per i modesti, per i geni della matematica e per quelli che non sanno ancora in che cosa consiste la propria genialità e abitano il banco apposta per scoprirlo. E al diavolo le chiacchiere sulla meritocrazia, sui delitti e sulle pene da infliggere ai più discoli, sull’umiliazione che serve per far crescere. Che senso ha trasformare l’aula in un campo di battaglia in cui vale la legge del taglione?

C’è un momento all’inizio dell’anno in cui sembra impossibile che quelle ventidue teste possano trovare il modo di organizzarsi in un insieme eufonico, ed è il momento in cui immancabilmente penso: niente da fare, quest’anno il piccolo miracolo non si compirà. Poi i mesi passano, il tempo insieme diventa quasi più di quello trascorso separatamente, loro iniziano a riconoscere il mio umore dal tono della voce, io non confondo più i nomi e imparo a capirli dalle facce, dalla postura, perfino dai capelli. Poi arriva una giornata di pioggia, di quelle in cui tutti entriamo con le scarpe umide e ce le terremo fino alla sesta ora. Leggiamo a voce alta, come spesso succede, un racconto d’autore, un loro componimento, una poesia, e in quel momento accade. Si fa il silenzio e tutti siamo concentrati su una stessa cosa, che diventa il luogo geometrico delle nostre emozioni. Ed eccola la classe: le mani che si alzano, le voci che si mescolano, una che parla, gli altri ascoltano e io li guardo. Venga pure il diluvio, penso, noi resteremo qui a scaldarci intorno a questo piccolo ma ostinato fuoco di saperi.

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