In equilibrio sopra un divano
di Claudia de LilloFuori piove e fa freddo. Il tempo oggi è talmente ostile che inibisce ogni forza centrifuga e ci trattiene in questo appartamento al primo piano, sempre troppo piccolo per noi che siamo tanti e ingombranti e spesso ci pestiamo i piedi.
Mio marito è in cucina. Da giorni frigge, senza sosta, perché, secondo lui, è quello che si deve fare durante le feste. È sufficiente respirare quest’aria spessa e unta perché il colesterolo si impenni. «Forse può bastare», azzardo una timida protesta. Lui non sente, concentrato nella produzione industriale di cartellate, dolci natalizi tipici di Bari, sua città di nascita e, a suo insindacabile giudizio, caput mundi.
Il figlio piccolo, quattordicenne, staziona davanti allo schermo della televisione. Un paio di grandi cuffie in testa, gioca da ore alla Playstation, collegato con i suoi amici. Avulso dall’ambiente familiare circostante, bercia al microfono termini ed espressioni arcane: pushare, lootare, boxare, craccare, laserare.
Il medio, diciotten…
Fuori piove e fa freddo. Il tempo oggi è talmente ostile che inibisce ogni forza centrifuga e ci trattiene in questo appartamento al primo piano, sempre troppo piccolo per noi che siamo tanti e ingombranti e spesso ci pestiamo i piedi.
Mio marito è in cucina. Da giorni frigge, senza sosta, perché, secondo lui, è quello che si deve fare durante le feste. È sufficiente respirare quest’aria spessa e unta perché il colesterolo si impenni. «Forse può bastare», azzardo una timida protesta. Lui non sente, concentrato nella produzione industriale di cartellate, dolci natalizi tipici di Bari, sua città di nascita e, a suo insindacabile giudizio, caput mundi.
Il figlio piccolo, quattordicenne, staziona davanti allo schermo della televisione. Un paio di grandi cuffie in testa, gioca da ore alla Playstation, collegato con i suoi amici. Avulso dall’ambiente familiare circostante, bercia al microfono termini ed espressioni arcane: pushare, lootare, boxare, craccare, laserare.
Il medio, diciottenne, dorme, perché in questa casa, a qualsiasi ora del giorno e della notte, c’è qualcuno che dorme e che, soprattutto, non deve essere disturbato.
Il grande, ventenne, seminudo e sudato, solleva pesi e nutre la tartaruga addominale nel bel mezzo del soggiorno. Con lui si allena un amico, parimenti seminudo e sudato. Emanano un afrore che si lega chimicamente a quello dell’olio di frittura, con effetti devastanti sull’atmosfera. Apro le finestre, entra un freddo cane. Il piccolo protesta. I due vigoressici in tutta risposta alzano il volume della musica: There’s a rat in me kitchen what am I gonna go? I’m gonna fix that rat that’s what I’m gonna do. Il medio si sveglia e piomba in sala. Sono le quattro del pomeriggio ed è (ancora? già?) in pigiama: «Perché non si può mai stare tranquilli? Volevo solo un po’ di silenzio. Non vi chiedo mai niente». L’ultima frase è una menzogna. Vorrei mettermi a leggere sul divano ma c’è troppo rumore, troppo odore di fritto, troppo testosterone, troppa gente intorno.
Mia madre mi aveva avvertito: «La realizzazione per una donna sta nell’emancipazione economica attraverso il lavoro, non nei figli né tantomeno nel matrimonio». Avevo cominciato benissimo: 60 metri quadrati, piano alto, luminoso. Vivevo da sola, abitavo spazi vuoti, nuotavo nei silenzi, padrona assoluta del mio tempo infinito e acerbo. Come sono approdata da quel placido porto a questa indomabile entropia? Era proprio qui, tra lo sfrigolio dell’olio di semi, pigiami a righe, giochi di guerra, suprematismo barese, voci sempre troppo alte, che mi sognavo da piccola?
Penso di sì. Perché sono cresciuta guardando in televisione la famiglia Bradford con i suoi otto figli, perché nel più ci sta il meno e the more the merrier, perché, nonostante tutto, la vita è un’esperienza magnifica e le cose belle vanno condivise, perché, quando non credi in un dio, contano solo le persone e allora tanto vale averle accanto.
Perché la convivenza è un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo.
L’importante è non soccombere alla fatica, ai litigi, alle tensioni, al disordine e alla follia.
Le relazioni non seguono linee dritte. Ogni dieci, cento passi c’è un bivio e bisogna decidere quale strada imboccare. Il marito che frigge, un figlio che cracca e lasera, un altro narcolettico che ci ignora, un terzo che salta alla corda in sala mentre l’amico si fa la doccia nel nostro bagno e non ha neppure portato l’asciugamano. Questa casa non è un albergo. O forse sarebbe meglio che lo fosse e che vi toglieste tutti di torno, rientrando solo per dormire. Chi prepara la cena? Chi pulisce la cucina? Di chi sono quei calzini per terra?
A ogni bivio una battaglia da combattere o un occhio da chiudere, una contrattazione da impostare, un muro o una mano tesa, un grugno o un sorriso, un no o un sì, un’attenta analisi costi benefici. Perché lasciar correre non è educativo ma la guerra permanente non è sostenibile, prevaricare è faticoso ma i piedi in testa sono intollerabili, perché mors tua vita mea, homo homini lupus ma, in fondo, ci vogliamo bene.
Quale forma vogliamo dare alla nostra famiglia? Quella spigolosa del conflitto permanente? Quella verticale delle gerarchie autoritarie? Quella aperta dell’anarchia? Quella porosa dell’accoglienza? Quella squadrata dell’ordine? Quella mutevole della contrattazione?
La convivenza è un equilibro dinamico governato da scelte continue e da una visione del mondo. Personalmente credo nella gentilezza, pratica faticosa e testarda ma spesso salvifica e contagiosa. La gentilezza disarma l’avversario e il congiunto. È un’arma potentissima, spesso spiazzante. Genera rispetto ma consuma molta energia.
E quando non basta o non serve, si può decidere, ancora una volta, se lasciare andare o scatenare l’armageddon, opzione estrema ma molto rassicurante. Perché niente è per sempre, tantomeno una scelta