In gara insieme
di Emanuela AudisioLo sport assegna corsie, decreta vincitori, stila classifiche. E soprattutto apre le braccia: per accogliere, ma anche per spingerti via. Vuole che tu sia più veloce, più alto, più forte. Lo sport è tutto un più, si basa sull’eccellenza, sulla fuga dagli altri. Devi accenderti, farti vedere, essere protagonista. Pretendere di essere unico. Ma devi anche condividere, spartire la strada, fare gruppo, prima di affidarti alle tue diversità. Sulla linea di partenza si è tutti insieme. Lo sport è dei primi, ma ha bisogno degli ultimi. Non concentra odi e risentimenti, ma li brucia in un fuoco che riscalda.
L’inglese George Herbert Leight Mallory, scomparso in una nube sul tetto più alto del mondo, è l’autore di quelle che il New York Times ha definito le tre parole più celebri nell’alpinismo. Al cronista americano che nel 1922 gli chiedeva perché volesse scalare l’Everest, Mallory rispose: «Because it’s there». Perché è lì. Lo sport si confronta con tutto, con le rabbie della natura, con i…
Lo sport assegna corsie, decreta vincitori, stila classifiche. E soprattutto apre le braccia: per accogliere, ma anche per spingerti via. Vuole che tu sia più veloce, più alto, più forte. Lo sport è tutto un più, si basa sull’eccellenza, sulla fuga dagli altri. Devi accenderti, farti vedere, essere protagonista. Pretendere di essere unico. Ma devi anche condividere, spartire la strada, fare gruppo, prima di affidarti alle tue diversità. Sulla linea di partenza si è tutti insieme. Lo sport è dei primi, ma ha bisogno degli ultimi. Non concentra odi e risentimenti, ma li brucia in un fuoco che riscalda.
L’inglese George Herbert Leight Mallory, scomparso in una nube sul tetto più alto del mondo, è l’autore di quelle che il New York Times ha definito le tre parole più celebri nell’alpinismo. Al cronista americano che nel 1922 gli chiedeva perché volesse scalare l’Everest, Mallory rispose: «Because it’s there». Perché è lì. Lo sport si confronta con tutto, con le rabbie della natura, con i suoi estremi geografici e con le paure dell’uomo. Non ha bisogno di inventarsi altre inimicizie e ostilità: è il superamento dei limiti la vera sfida, è spostare la soglia dell’impossibile un po’ più in là. Vincere, rivincere, arrivare primi resta la cosa più importante. Non entri nella storia, se non cerchi di sfondarla, se non ne deformi i bordi.
Il pugile Rocky Marciano, italiano di origini, si chiamava Francesco Rocco Marchegiano, ancora oggi è ricordato come The Rock. La Roccia. Unico peso massimo a ritirarsi imbattuto, nel ’55, dopo aver difeso il titolo mondale sei volte. 49 match, zero sconfitte. Era nato nel ’23, in un’epoca in cui le fragilità non erano di moda. Ma quando Rocky nel ’49 sul ring mandò in coma il ventenne Carmine Vingo, non se ne vantò, anzi lo assistette in ospedale, gli pagò le spese mediche, e due anni dopo come regalo di matrimonio gli comprò una stanza da letto. I pugni stanno nel mezzo, ma prima e dopo la rivalità c’è condivisione.
Lo sport spesso insieme riesce a far convivere taglie, vite, professionismi diversi. La gloria è uguale, i soldi no. A Parigi 2024 una medaglia olimpica non valeva lo stesso prezzo. L’Italia ricompensava l’oro con 180 mila euro (lordi), Singapore con 650 mila, l’Indonesia con 5 mucche, un ristorante, una casa nuova e 320 mila euro in contanti. Il Kazakistan con appartamenti grandi a seconda del colore delle medaglie: 3 stanze per il primo posto. La Malaysia con un’auto di fabbricazione straniera, l’Austria con 17 mila euro in monete d’oro della Filarmonica di Vienna. Gran Bretagna, Svezia, Norvegia invece niente. Nessun premio, fedeli all’idea che la vera ricompensa sia quella di meritarsi i Giochi. Visione un po’ aristocratica. Come quella del nobile britannico David Burghley, marchese di Exeter, (un suo avo era stato il segretario di Elisabetta la Grande), campione olimpico dei 400 ostacoli ad Amsterdam nel ’24, che da presidente della Federazione Internazionale di Atletica Leggera negli anni Settanta si oppose alla diaria di otto dollari per gli atleti ai Giochi. «Un’esagerazione».
Lo stesso motto olimpico diverge: da L’importante è partecipare di Pierre de Coubertin al Citius Altius, Fortius, proposto sempre dal barone francese, ma ideato da Henri Didon, padre domenicano a cui Papa Leone XIII aveva concesso un’udienza privata nel 1879, che credeva nell’esercizio fisico e nelle gare come valido strumento pedagogico. Possono stare insieme il gioco, la voglia di confrontarsi e quella di primeggiare? Lo sport in ogni società e in ogni epoca li ha fatti convivere perché il sogno resta quello di arrivare al traguardo.
Ci sono ancora tanti ciclisti amatori che vanno tra le alture dell’Appennino tosco-romagnolo, appena sotto i 1.415 metri della vetta del Monte Carpegna, a 1.370 metri d’altitudine, perché lì si allenava Marco Pantani prima del Giro e del Tour. Tanto che il valico dal 2023 si chiama Passo Pantani. Per arrivarci si deve superare una curva che è un belvedere con un muretto in cemento sul quale c’è scritto: «Questo è il cielo del Pirata». Lui scappava in salita, scalava la fatica. Chi oggi segue la sua strada non è per vantarsi di una superiorità, ma per sentirlo più vicino, sulla traccia di un’emozione.
Ogni Olimpiade segna un’era, tatua una nuova generazione, afferma nuovi valori. A Parigi il mondo è sembrato capovolto quando Benedetta Pilato, 19 anni, quarta nella finale dei 100 rana, ha esclamato in lacrime: «È il più bel giorno della mia vita». Nessun broncio, nessuna maledizione per il podio mancato per un solo centesimo di secondo. Conta sapere che hai dato tutto, che le altre non ti hanno scippato il sogno, anzi lo hanno condiviso con te, che si può essere felici con sé stesse e per sé stesse e non per soddisfare le aspettative da record del mondo. Il motto olimpico 2024 ha aggiunto un’altra parola: Communiter. Ensemble, Together, Insieme. Si è modificato, si è adattato, ha cercato e voluto una convivenza di più sensibilità. Resta più veloci, più alti, più forti. Ma la supremazia solitaria non è tutto. Conta anche stare bene, la salute piscologica, lo sport come insieme di relazioni. Successo e sconfitta non sono opposti, ma strade parallele. Quello che importa è non andare in fuga da noi stessi.