Il quartiere Esquilino a Roma - rione, non quartiere, diranno i lettori - sta tra la stazione ferroviaria e il centro, in quel terrain vague tra disastro e utopia presente in ogni città del mondo. È un luogo nel quale la convivenza tra umanità varia, ostinatamente cercata (laboratori di multi-culturalità li chiamavamo negli anni novanta) riesce e fallisce decine di volte al giorno. Tra scontri di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, come scriveva qualche anno fa Amara Lakhous, a millantate mafie cinesi di cui tutti conoscono la gerenza: un cinese albino che gira per il quartiere con un Suv dai vetri oscurati, tanto per dire il livello di verosimiglianza.
È qui che è ambientato il prossimo film di Gabriele Mainetti, ancora senza titolo, e girato anche negli spazi che fu Mas (Magazzino allo Statuto), storico grande magazzino dove si poteva acquistare dallo spillo all’elefante ma, a differenza di Harrod’s, pagandoli poco più che se li avessimo trovati per strada (noto anche perch…
Il quartiere Esquilino a Roma - rione, non quartiere, diranno i lettori - sta tra la stazione ferroviaria e il centro, in quel terrain vague tra disastro e utopia presente in ogni città del mondo. È un luogo nel quale la convivenza tra umanità varia, ostinatamente cercata (laboratori di multi-culturalità li chiamavamo negli anni novanta) riesce e fallisce decine di volte al giorno. Tra scontri di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, come scriveva qualche anno fa Amara Lakhous, a millantate mafie cinesi di cui tutti conoscono la gerenza: un cinese albino che gira per il quartiere con un Suv dai vetri oscurati, tanto per dire il livello di verosimiglianza.
È qui che è ambientato il prossimo film di Gabriele Mainetti, ancora senza titolo, e girato anche negli spazi che fu Mas (Magazzino allo Statuto), storico grande magazzino dove si poteva acquistare dallo spillo all’elefante ma, a differenza di Harrod’s, pagandoli poco più che se li avessimo trovati per strada (noto anche perché gran parte del personale erano persone trans, quando ancora non era così ovvio come adesso). Quello spazio, dopo il film di Mainetti e dopo una lunga ma incredibilmente efficace ristrutturazione è diventato la sede di una scicchissima Accademia della moda e del costume. Il mercato anti-igienico che circondava la piazza è stato da tempo trasferito in un mercato anti-igienico ma al coperto, il cappellaio sotto i portici è un locale di successo, mentre l’ex cinema Apollo è ancora lì, a marcire, nonostante tutti i nostri sforzi e i soliti inefficaci appelli.
Tutto sommato il quartiere si muove, si agita, si trasforma, almeno paragonato al resto del paese. Ho sempre pensato che questo attivismo fosse collegato alla comunità cinese. In questo quartiere, l’ho detto, convive un’umanità varia. Ma, a differenza dagli altri quartieri simili nel resto del mondo, all’Esquilino, insieme a spacciatori, senza dimora, stranieri arrivati in cerca di futuro, vive una comunità di scrittori, registi, attori. Spiaggiati qui molti anni fa perché era il luogo meno caro tra quelli vicini sia ai treni che ai cinema.
Spiego: a Roma non è importante, è cruciale essere a portata di camminata dai servizi essenziali. Altri scrittori, registi, attori che hanno scelto zone meno controverse ma lontane, tipo Monteverde o Testaccio, ogni volta che devono partire o andare a vedere un film si disperano. I più coraggiosi si abbarbicano ai loro motorini, coperti da piumini sempre più abbondanti, anche quando l’età lo sconsiglierebbe. Per inciso, i servizi di trasporto pubblico a Roma riguardano una quantità talmente esigua di persone che solo un sadico poteva decidere di criminalizzare l’uso del monopattino.
Roma è grande, lo sappiamo, ma non avendo la maggior parte dei servizi di collegamento necessario, ha finito per avere questa caratteristica curiosa: è diventata una gigantesca periferia. Il Prenestino è periferia per Bravetta, San Giovanni per Garbatella, Monti per Ostiense… un’infinita e reciproca marginalità, che affligge chiunque. Per vivere a Roma è necessario quindi scegliersi un paio di priorità e cercare il più possibile di soddisfarle. Così, con i medesimi bisogni, e nonostante la sera alle sette i cassonetti della spazzatura somiglino alle bocche dell’inferno, questa bizzarra umanità si è stipata qui, nel quartiere Esquilino. E si è data da fare nei modi che le competono, immaginando festival (ce n’è uno molto bello, diretto da Nicola Lagioia, che si svolge dentro i giardini e si intitola, per l’appunto, Multi), provando e in parte riuscendo a scegliere come vocazione dei portici quella di ospitare i bouquinistes, pubblicando una rivista, “Il cielo sopra Esquilino” e cose così.
Ma allora cosa c’entrano i cinesi? Ci arrivo. Vi ricordate i ristoranti cinesi? Non questi, quelli di quarant’anni fa, i pionieri. I primi ristoranti etnici che aprivano nelle nostre città. Li adoravamo, e avrebbero potuto servirci ruote di monopattini in agrodolce, spacciandole come una specialità del Sichuan e ne saremmo stati entusiasti. Ci sono ancora i ristoranti cinesi, ma ormai ci siamo abituati. Ed è per questo che la comunità, che ha mille cervelli come un polipo e sa con chi ha a che fare, ha messo in atto un processo continuo di trasformazione: riparazioni di device elettronici, para farmacie e profumerie, supermercati, bar, vinerie e birrerie. Non c’è niente che i cinesi del quartiere abbiano trascurato, talvolta mostrandosi come cinesi, altre fingendo di essere indigeni.
Sospetto, ma ammetto che questo è solo un sospetto, che siano ristoranti cinesi anche gli indiani, i nepalesi, i tibetani e, ovviamente, i coreani dell’Esquilino. Ma che importa? Tanto scrittori, registi e attori millantano, ma di fatto non capiscono niente di cibo che non sia carbonara. L’unica cosa che desiderano è che questa, qualunque cosa sia, venga considerata una possibile convivenza. E forse, di fatto, lo è.