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Troviamo una tregua, poi si vedrà

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Russia e Ucraina sono destinate a trovare una coesistenza turbolenta e precaria anche quando sarà finita la guerra. Ma che arrivi la pace è necessario per entrambi, soprattutto per Zelensky. Che conta già decine di migliaia di morti. Mentre per Putin il consenso in patria non manca
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La convivenza tra Russia e Ucraina è destinata a essere turbolenta e precaria anche quando sarà finita la guerra in corso da poco meno di tre anni. Perché per Vladimir Putin il rapporto con gli ucraini è impostato sulla sopraffazione e la negazione, come teorizzò in un saggio del luglio del 2021, intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini, nel quale contestava l’esistenza dell’Ucraina come nazione indipendente. Mentre per gli ucraini le relazioni con i russi possono basarsi soltanto sulla sottrazione dalle grinfie dell’ingombrante vicino e sull’affermazione dell’indipendenza acquisita nel 1991 e ribadita nel Memorandum di Budapest del 1994, che sanciva la completa denuclearizzazione dell’Ucraina, ma garantiva “di rispettare l’indipendenza, la sovranità e gli attuali confini dell’Ucraina” (e tra i garanti c’era proprio la Russia di Boris Eltsin).

Con due visioni così radicalmente contrapposte è davvero arduo immaginare su quali basi possa appoggiarsi una coesistenza pacifica e …

La convivenza tra Russia e Ucraina è destinata a essere turbolenta e precaria anche quando sarà finita la guerra in corso da poco meno di tre anni. Perché per Vladimir Putin il rapporto con gli ucraini è impostato sulla sopraffazione e la negazione, come teorizzò in un saggio del luglio del 2021, intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini, nel quale contestava l’esistenza dell’Ucraina come nazione indipendente. Mentre per gli ucraini le relazioni con i russi possono basarsi soltanto sulla sottrazione dalle grinfie dell’ingombrante vicino e sull’affermazione dell’indipendenza acquisita nel 1991 e ribadita nel Memorandum di Budapest del 1994, che sanciva la completa denuclearizzazione dell’Ucraina, ma garantiva “di rispettare l’indipendenza, la sovranità e gli attuali confini dell’Ucraina” (e tra i garanti c’era proprio la Russia di Boris Eltsin).

Con due visioni così radicalmente contrapposte è davvero arduo immaginare su quali basi possa appoggiarsi una coesistenza pacifica e a quali condizioni possa finire la guerra. Ma è egualmente difficile pensare che possa durare ancora a lungo. Soprattutto per la parte ucraina, ormai al limite dell’eroica resistenza che le ha consentito di prolungare al di là di ogni previsione una partita giocata in costante inferiorità numerica, e non soltanto sul piano militare.

Volodymir Zelensky ha dichiarato di recente che i morti al fronte sono stati finora 43 mila e i feriti 370 mila, metà dei quali non sono più in grado di tornare a combattere. Ma secondo fonti militari americane in realtà la cifra dei morti è ben più alta, attorno ai 70 mila.

Putin, in nome di quel rifiuto dell’identità nazionale ucraina teorizzato nel saggio del 2021, ha inflitto alla società civile sofferenze fisiche (con i sistematici bombardamenti delle centrali energetiche) e abusi morali. L’Humanitarian Research Lab dell’università di Yale ha identificato 314 bambini ucraini vittime di adozioni forzate dopo essere stati trasferiti in Russia. Il numero di quelli non identificati è impossibile da calcolare. Alla sfinimento per la guerra, di cui l’aumento delle diserzioni e della renitenza alla leva è un segnale evidente, si aggiunge la stanchezza per una piaga endemica, che il patriottismo non ha saputo curare. La corruzione ha toccato perfino la fornitura di munizioni avariate ai combattenti al fronte.

Dall’altra parte, invece, il numero dei caduti e dei feriti in battaglia viene accuratamente oscurato (sarebbe enorme per esperti militari inglesi e americani). Ma Vladimir Putin sembra poter attingere nelle regioni orientali della Russia a risorse umane da mandare al macello senza dover fare i conti con opinioni pubbliche del tutto prive della possibilità di esprimersi e comunque tacitate con risarcimenti cospicui (per quei redditi) alle famiglie dei morti. Mentre nella parte al di qua degli Urali, soprattutto nelle metropoli come Mosca o San Pietroburgo, il consenso non gli viene meno specie in quella borghesia medio-alta poco toccata dal reclutamento e infastidita forse soltanto dal prezzo del burro notevolmente aumentato per foraggiare i cannoni.

Per questo gli scenari di una convivenza post-bellica - dallo schema delle due Germanie a quello più accreditato dell’armistizio di tipo coreano, che congela la situazione sul terreno senza un formale riconoscimento negoziale - sono frutto di ipotesi occidentali senza alcun riscontro da parte russa. Anzi, Konstantin Malofeyev, oligarca molto vicino a Putin e fresco sposo proprio di quella Maria Lvova-Belova architetta delle adozioni forzate dei bambini ucraini, ha detto testualmente in un’intervista rilasciata a Dubai al Financial Times che il Cremlino “se ne fotte” dei piani occidentali: “A noi - ha specificato - non interessa parlare del futuro dell’Ucraina, ma del futuro dell’Europa e del mondo”.

In altre parole, Putin considera acquisiti i territori sottratti all’Ucraina e considera marginale la fine della guerra rispetto a quella che per lui è il vero conflitto, quello definito “Occidente globale”. Per questo all’Occidente non resta che continuare a sostenere l’Ucraina senza “se” e senza “ma”: con le armi, senza rinunciare a esplorare tutte le risorse della diplomazia. All’Europa, soprattutto, visto che le intenzioni di Trump restano un pericoloso mistero avvolto in un ancora più pericoloso enigma.

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