CORPI: È il nome che ci siamo dati quando abbiamo risposto all'appello di Sandro Veronesi. Ci chiamava e chiamava se stesso a salire sulle barche, dove si recuperano i naufraghi in manette. Questo è il tempo del corpo, scriveva, il mezzo più estremo della lotta. Non stiamo parlando di accoglienza, stiamo parlando di differenza tra la vita e la morte. CORPI è un collettivo di persone, artisti, intellettuali, scrittori, registi... Io sono qui, sulla barca, a nome mio e loro.
Siamo saliti a bordo un po' mogi, perché avevamo dovuto rinunciare a una delle due barche, che si era rotta il giorno prima, e quindi a una parte dei volontari. E poi pioveva e sapevamo che le condizioni del meteo non erano buone. Ci siamo imbarcati sapendo che nelle ore successive avremmo ballato, vomitato, smadonnato. Ma c'era un finestra, e dovevamo sfruttarla.
La finestra nelle condizioni del tempo. E' una frase che nelle precedenti ventiquattro ore avevamo sentito ripetere spesso. Mentre, come in un romanzo di Conrad, stazionavamo in albergo, annoiati e smaniosi di partire. Abbiamo traccheggiato, ci siamo guardati con sospetto, annusati. Fin quando nella chat è arrivato il messaggio che diceva tra un'ora si parte. Si era aperta la finestra.
Mare grigio, cielo coperto, un po' di magone, siamo salpati così. Silenziosi, per non disturbarci a vicenda, inghiottendo un po' di ansia. Lo skipper ci ha sedato quasi tutti, tranne i suoi secondi e terzi, con le pillole per il mal di mare. Abbiamo dormito come foche, sdraiati dove capitava, incastrati negli spazi minuscoli della barca. Quelli bravi, che non avevano preso le pillole, si sono dati i turni al timone. Difficile leggere, difficile scrivere quando si balla in mare, ma dormire va benissimo, cullati dalle onde.
La mattina ci siamo svegliati col sole e un bel mare piatto e blu. Contavamo di raggiungere la Mare Ionio nel tardo pomeriggio. Ma l'appuntamento, il Way Point, è stato spostato in un punto di mare più lontano e subito dopo averlo saputo abbiamo incrociato una tartaruga.
Una caretta caretta che nuotava, con le sue zampotte chiare che battevano l'acqua. Mentre guardavamo la tartaruga, alle nostre spalle è comparsa una barca a a motore, malandata. Ci siamo scambiati dei segni con quelli che stavano là sopra, senza capirci. Qualcuno di noi ha indossato la maglietta bianca di Mediterranea, eravamo tutti emozionati: sarebbe stato il nostro primo salvataggio. Ma vogliono aiuto o vogliono che stiamo lontani? Qualcuno di noi ha detto: hanno alzato le mani e fatto il segno della pace. Qualcun altro era convinto che ci stessero dicendo di andarcene. Poi si sono avvicinati, di loro iniziativa. Da noi a bordo è partita la concitazione un po' sconclusionata del primo entusiamo: ognuno di noi voleva dire siamo amici, vogliamo aiutarvi, non temete. Ma loro non temevano niente, e senza alcun dubbio non temevano noi. Una dozzina di ragazzi, tutti maschi. Quello che guidava portava una bandana sul viso sfregiato da una cicatrice, un altro nascondeva la faccia con il giubbotto, qualcuno si è sdraiato sul fondo. C'era solo un ragazzino molto giovane, dall'aria spaurita. Ogni tanto si girava a guardarci, come avesse capito che con noi sarebbe stato più al sicuro.
Abbiamo chiesto se avevano bisogno di aiuto, ma con poca convinzione. Una volta visti da vicino, sembravano in forma. Sulla barca c'erano un motore di scorta e varie taniche di benzina. Sì, no, andiamo a Lampedusa, ce la caviamo... Com'è il tempo laggiù, hanno chiesto. Non è buono, per niente, ha risposto lo skipper. Dicevano di essere in mare da un paio di giorni, ma sembrava piuttosto che fossero partiti da qualche ora, forse ieri sera, forse dalla Tunisia. Siamo rimasti con loro quasi un'ora, la loro barchetta affiancata alla nostra. Loro dicevano delle cose a caso, noi eravamo perplessi. Passava il tempo e la situazione diventava diversa da come l'avevamo immaginata all'inizio, quando li avevamo avvistati da lontano e ci eravamo infilati le magliette. Non erano naufraghi, non erano, troppo, in difficoltà, e anzi sembravano vagamente minacciosi. Per quanto continuassero a sorridere. Il ragazzo di Sea Watch era al telefono con i suoi, cercavano insieme una soluzione per gestire una situazione che non si aspettavano.
In quel momento lo skipper spagnolo ha preso in mano la situazione e ha fatto quello che era necessario. Ha chiamato la MRCC di Malta - perché eravamo nella SAR maltese - dicendo che eravamo vicini a una barca con un motore inadeguato e in uno stato non buono. Quasi una condizione di distress. Malta ha risposto lasciateli andare, o ditegli di tornarsene in Tunisia. Anche se la loro procedura avrebbe previsto che mandassero una motovedetta a controllare, con acqua e benzina. I ragazzi, forse temendo l'arrivo della polizia e di certo convinti di potercela fare, se ne sono andati, chiedendoci di indicargli al direzione per Lampedusa. Gli abbiamo dato le coordinate, ma soprattutto abbiamo fatto gran segni con le braccia: di là, dovete andare di là. Come in un film di Dino Risi. Hanno ringraziato, ci hanno augurato buona fortuna e sono spariti all'orizzonte.
Qualche ora più tardi, mentre noi navigavamo verso il Way Point, il ragazzo di Sea Watch, in uno dei numerosissimi briefing che indice nel corso della giornata, ci ha detto che la barchetta coi dodici ragazzi stava procedendo verso Lampedusa, monitorata dal loro aereo, un Colibrì, che pattuglia le acque del Mediterraneo.
E che Jana, la barca che ci siamo lasciati indietro perché aveva rotto il timone, è stata riparata e stasera dovrebbe salpare dall'isola per raggiungerci.
5 ottobre
Siamo partiti ieri pomeriggio, con una barca a vela di quindici metri. Siamo in undici. Lo skipper spagnolo, tre persone che scriveranno (io, Marco Mensurati di questo giornale e Nello Scavo di Avvenire), un mediatore culturale, un rappresentate di Sea Watch che è uno skipper a sua volta, un reporter che lavora per AP, Valerio Nicolosi, che ha già partecipato ad altri salvataggi, Maso Notarianni di Arci, due ragazze di Esc, un centro sociale di Roma (quello di via dei Volsci) e Giulia e Mario di Ya Basta, un'associazione che opera da 25 anni e ha iniziato a lavorare nel Chiapas, come dichiara il loro nome. Ya Basta è promotrice del progetto Mediterranea, lo ha preparato e seguito, adattando materialmente la Mar Ionio perché potesse trasformarsi nella barca di appoggio per i salvataggi. E' il primo progetto italiano di salvataggio nel Mediterraneo.Siamo saliti a bordo un po' mogi, perché avevamo dovuto rinunciare a una delle due barche, che si era rotta il giorno prima, e quindi a una parte dei volontari. E poi pioveva e sapevamo che le condizioni del meteo non erano buone. Ci siamo imbarcati sapendo che nelle ore successive avremmo ballato, vomitato, smadonnato. Ma c'era un finestra, e dovevamo sfruttarla.
La finestra nelle condizioni del tempo. E' una frase che nelle precedenti ventiquattro ore avevamo sentito ripetere spesso. Mentre, come in un romanzo di Conrad, stazionavamo in albergo, annoiati e smaniosi di partire. Abbiamo traccheggiato, ci siamo guardati con sospetto, annusati. Fin quando nella chat è arrivato il messaggio che diceva tra un'ora si parte. Si era aperta la finestra.
Mare grigio, cielo coperto, un po' di magone, siamo salpati così. Silenziosi, per non disturbarci a vicenda, inghiottendo un po' di ansia. Lo skipper ci ha sedato quasi tutti, tranne i suoi secondi e terzi, con le pillole per il mal di mare. Abbiamo dormito come foche, sdraiati dove capitava, incastrati negli spazi minuscoli della barca. Quelli bravi, che non avevano preso le pillole, si sono dati i turni al timone. Difficile leggere, difficile scrivere quando si balla in mare, ma dormire va benissimo, cullati dalle onde.
La mattina ci siamo svegliati col sole e un bel mare piatto e blu. Contavamo di raggiungere la Mare Ionio nel tardo pomeriggio. Ma l'appuntamento, il Way Point, è stato spostato in un punto di mare più lontano e subito dopo averlo saputo abbiamo incrociato una tartaruga.
Una caretta caretta che nuotava, con le sue zampotte chiare che battevano l'acqua. Mentre guardavamo la tartaruga, alle nostre spalle è comparsa una barca a a motore, malandata. Ci siamo scambiati dei segni con quelli che stavano là sopra, senza capirci. Qualcuno di noi ha indossato la maglietta bianca di Mediterranea, eravamo tutti emozionati: sarebbe stato il nostro primo salvataggio. Ma vogliono aiuto o vogliono che stiamo lontani? Qualcuno di noi ha detto: hanno alzato le mani e fatto il segno della pace. Qualcun altro era convinto che ci stessero dicendo di andarcene. Poi si sono avvicinati, di loro iniziativa. Da noi a bordo è partita la concitazione un po' sconclusionata del primo entusiamo: ognuno di noi voleva dire siamo amici, vogliamo aiutarvi, non temete. Ma loro non temevano niente, e senza alcun dubbio non temevano noi. Una dozzina di ragazzi, tutti maschi. Quello che guidava portava una bandana sul viso sfregiato da una cicatrice, un altro nascondeva la faccia con il giubbotto, qualcuno si è sdraiato sul fondo. C'era solo un ragazzino molto giovane, dall'aria spaurita. Ogni tanto si girava a guardarci, come avesse capito che con noi sarebbe stato più al sicuro.
Abbiamo chiesto se avevano bisogno di aiuto, ma con poca convinzione. Una volta visti da vicino, sembravano in forma. Sulla barca c'erano un motore di scorta e varie taniche di benzina. Sì, no, andiamo a Lampedusa, ce la caviamo... Com'è il tempo laggiù, hanno chiesto. Non è buono, per niente, ha risposto lo skipper. Dicevano di essere in mare da un paio di giorni, ma sembrava piuttosto che fossero partiti da qualche ora, forse ieri sera, forse dalla Tunisia. Siamo rimasti con loro quasi un'ora, la loro barchetta affiancata alla nostra. Loro dicevano delle cose a caso, noi eravamo perplessi. Passava il tempo e la situazione diventava diversa da come l'avevamo immaginata all'inizio, quando li avevamo avvistati da lontano e ci eravamo infilati le magliette. Non erano naufraghi, non erano, troppo, in difficoltà, e anzi sembravano vagamente minacciosi. Per quanto continuassero a sorridere. Il ragazzo di Sea Watch era al telefono con i suoi, cercavano insieme una soluzione per gestire una situazione che non si aspettavano.
In quel momento lo skipper spagnolo ha preso in mano la situazione e ha fatto quello che era necessario. Ha chiamato la MRCC di Malta - perché eravamo nella SAR maltese - dicendo che eravamo vicini a una barca con un motore inadeguato e in uno stato non buono. Quasi una condizione di distress. Malta ha risposto lasciateli andare, o ditegli di tornarsene in Tunisia. Anche se la loro procedura avrebbe previsto che mandassero una motovedetta a controllare, con acqua e benzina. I ragazzi, forse temendo l'arrivo della polizia e di certo convinti di potercela fare, se ne sono andati, chiedendoci di indicargli al direzione per Lampedusa. Gli abbiamo dato le coordinate, ma soprattutto abbiamo fatto gran segni con le braccia: di là, dovete andare di là. Come in un film di Dino Risi. Hanno ringraziato, ci hanno augurato buona fortuna e sono spariti all'orizzonte.
Qualche ora più tardi, mentre noi navigavamo verso il Way Point, il ragazzo di Sea Watch, in uno dei numerosissimi briefing che indice nel corso della giornata, ci ha detto che la barchetta coi dodici ragazzi stava procedendo verso Lampedusa, monitorata dal loro aereo, un Colibrì, che pattuglia le acque del Mediterraneo.
E che Jana, la barca che ci siamo lasciati indietro perché aveva rotto il timone, è stata riparata e stasera dovrebbe salpare dall'isola per raggiungerci.