Close the gap: quel divario tra uomo e donna ancora ben lontano dall’essere colmato

Close the gap: quel divario tra uomo e donna ancora ben lontano dall’essere colmato

Gli stereotipi limitano l’accesso al mondo del lavoro e determinano carichi maggiori nella cura, all’origine di contratti precari, salari più bassi e numeri più elevati di dimissioni per maternità. E infine una pensione inferiore

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Il gender gap è un rompicapo, più precisamente un cubo di Rubik. I tasselli sono strettamente connessi tra loro, tanto che basta intervenire su uno di essi perché anche gli altri subiscano un cambiamento. Ma quando sembra di essere vicini alla soluzione, ci si accorge che si sta guardando solo una delle facce del problema. Sono così i nodi che abbiamo individuato per raccontare la disparità di genere in ambito economico: interdipendenti e pezzi di un quadro più complesso. Gli stereotipi limitano concretamente l’accesso al mondo del lavoro e determinano carichi maggiori nella cura, che a loro volta sono all’origine di contratti precari, salari più bassi e numeri più elevati di dimissioni per maternità. Da questi elementi dipenderà, anni più tardi, anche una pensione inferiore.

Salario

A parità di competenze e di mansioni, le donne vengono retribuite mediamente meno dei colleghi uomini. Una disparità che nel settore privato è ancora più evidente che nel pubblico, ma che di certo è una costante. Se un dipendente guadagna dieci euro all’ora, una collega donna ne prende mediamente 8,9. Una differenza dell’11%, che tra i dirigenti cresce ancora di più e sale al 13%.

Potrebbero sembrare pochi, ma all’anno il divario raggiunge un numero a quattro cifre: 7.922 euro è la differenza tra lo stipendio annuo maschile di 26.227 euro e quello femminile di 18.305.

Stereotipi

Più di due persone ogni dieci sono convinte che una donna possa essere completa solo avendo dei figli e il 20% crede che il successo lavorativo sia più importante per gli uomini che per le donne. Queste e le altre caratteristiche attribuite al genere femminile limitano concretamente le aspirazioni e il successo femminile nel lavoro.

Un esempio arriva da un’indagine della Banca d’Italia, secondo cui nelle lettere di referenza le candidate vengono definite più spesso “diligenti” o “laboriose”, gli uomini vengono dipinti piuttosto come “eccezionali” o “straordinari”. La conseguenza è che le probabilità di lavorare in un’istituzione prestigiosa scendono del 21%, quelle di ottenere una posizione di leadership del 17%.

Precarietà

Se l’ingresso nel mercato del lavoro è pieno d’ostacoli, accedervi non assicura comunque le stesse garanzie a uomini e donne. Le lavoratrici, infatti, vengono impiegate più spesso in posizioni lavorative non-standard, quei rapporti caratterizzati da una ridotta continuità nel tempo e da una bassa intensità lavorativa. In pratica, contratti a termine, lavoro in nero o part-time. Quest’ultimo, in particolare, è la tipologia di contratto più diffusa tra le donne: il 49% delle lavoratrici ha un contratto a tempo parziale, rispetto al 26% degli uomini.

Per tante di loro, però, si tratta di part-time involontari, che non vengono scelti per necessità di conciliazione ma imposti dal datore di lavoro. Se potesse scegliere, infatti, il 60% delle dipendenti in part-time preferirebbe un contratto a tempo pieno.

Maternità

La difficoltà nel conciliare impiego e maternità è tale che una donna su cinque fuoriesce dal mercato del lavoro dopo aver avuto un figlio. Nel 2022 sono state in 44.669, il 73% di tutti i neo-genitori dimissionari di quell’anno. La maggior parte di loro, il 63%, ha deciso di abbandonare il lavoro per la difficoltà nel conciliare famiglia e impiego, contro il 7% dei padri.

La nascita di un figlio, quindi, è un evento che ha un impatto maggiore nella vita delle lavoratrici e che fa aumentare dal 17 al 34% il divario occupazionale tra uomini e donne in presenza di figli minori a carico. Non è un caso, quindi, che se il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni senza figli è del 76%, quello delle donne con figli sotto i sei anni scende al 55%.

Potere

Le donne sono mediamente più istruite degli uomini (sono oltre il 60% dei laureati), ma l’accesso alle posizioni di leadership è ancora ostacolato e malvisto. Nonostante l’aumento delle quote nei Cda, la percentuale di amministratrici delegate in azienda continua a rimanere limitato al 2%.

Poco di più, ma ancora troppo bassa, la percentuale di donne che ricoprono ruoli esecutivi: il 4%. Più in generale, ogni dieci posizioni di leadership solo tre vengono occupati da donne.

Pensione

La discontinuità lavorativa dei contratti non standard e il costante divario salariale hanno inevitabilmente un impatto diretto anche sul reddito pensionistico. Così arrivatie all’età pensionabile, le donne avranno ancora una volta la busta paga più leggera di quella dei colleghi maschi.

Più precisamente, mancheranno 516 euro al mese: se l’importo medio per gli uomini è di 1.932, quello delle donne è di 1.416 euro, il 36% in meno. Tra i percettori della classe più alta, che percepiscono più di 3mila euro mensili, sette su dieci sono uomini.

Lavoro di cura

Come se non bastasse, l’autonomia economica delle donne è ostacolata dal peso del lavoro di cura, che ricade principalmente sulle loro spalle. Ogni giorno, le donne dedicano al lavoro di assistenza dei familiari e cura della casa all’incirca 5 ore, contro l’ora e 48 minuti impiegata ogni giorno in media dagli uomini. Tra i beneficiari del congedo parentale ci sono soprattutto donne, mentre i padri sono il 9 per cento.

Diritti

Dall’istruzione fino al doppio cognome, i diritti delle donne vengono ancora oggi conquistati a fatica e sono costantemente a rischio. Su 146 Paesi, l’Italia è 104esima per parità di opportunità economiche e il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni è al di sotto della media europea: 51% contro 65%.

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