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Migranti, i naufraghi della Ocean Viking: “Ora chi salverà i nostri amici?"

Nellafoto di Alessia Candito, due migranti e un volontario dell'equipaggio a bordo della Ocean Viking in viaggio per Ravenna 
Sulla nave della Ong costretta a fare rotta verso Ravenna la reazione di passeggeri ed equipaggio alle nuove regole introdotte dal governo: "Il pensiero va a chi resta sui gommoni dopo lo stop ai soccorsi multipli"
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Da bordo della Ocean Viking - Seduta sulla panchetta davanti allo shelter in cui dormono donne e bambini, c'è una ragazza che canta e muove le mani. Ha gli occhi chiusi, un raggio di sole le solca il viso. Sorride, incurante dei bimbi che giocano e urlano, di un'interminabile partita di calcio, del cicalio delle altre donne. Le strofe rotolano sul ponte di Ocean Viking e non serve conoscere il bambara per capire che la sua è una preghiera. "Vieni e ti spiego, ma chiamami Mariam".

E Mariam racconta che vuole una nuova vita e per questo sceglie un altro nome. Spiega che sta ringraziando dio - e a chi importa quale - perché sul mare pensava di morire e oggi può cantare dei fiumi e dei laghi che vuole ancora vedere, della sua Costa d'Avorio rimasta indietro nei ricordi e negli anni. "Oggi posso dire di avere un futuro".

Mariam è una delle 113 persone salvate dall'equipaggio di Ocean Viking nella notte fra il 26 e il …

Da bordo della Ocean Viking - Seduta sulla panchetta davanti allo shelter in cui dormono donne e bambini, c'è una ragazza che canta e muove le mani. Ha gli occhi chiusi, un raggio di sole le solca il viso. Sorride, incurante dei bimbi che giocano e urlano, di un'interminabile partita di calcio, del cicalio delle altre donne. Le strofe rotolano sul ponte di Ocean Viking e non serve conoscere il bambara per capire che la sua è una preghiera. "Vieni e ti spiego, ma chiamami Mariam".

E Mariam racconta che vuole una nuova vita e per questo sceglie un altro nome. Spiega che sta ringraziando dio - e a chi importa quale - perché sul mare pensava di morire e oggi può cantare dei fiumi e dei laghi che vuole ancora vedere, della sua Costa d'Avorio rimasta indietro nei ricordi e negli anni. "Oggi posso dire di avere un futuro".

Mariam è una delle 113 persone salvate dall'equipaggio di Ocean Viking nella notte fra il 26 e il 27 dicembre. "Avrei potuto non essere qui", dice con sconcertante naturalezza mentre alcune donne lavano via dai vestiti le tracce della traversata. Molti dormono.

"È normale, il viaggio è stato massacrante, alcuni ci mettono giorni per recuperare", spiega Claire, una delle soccorritrici. "Sapere che potranno presto toccare terra, senza magari aspettare ventuno giorni prima di avere un porto sicuro, è un sollievo - commenta - Ma allo stesso tempo è frustrante perché ci vogliono quattro giorni per Marina di Ravenna e nel frattempo il Mediterraneo rimarrà sguarnito di navi di soccorso".
Ancor prima che chiedesse un porto, all'Ocean Viking è stato ordinato per telefono e per mail di dirigersi a Marina di Ravenna. "La prossima volta - commenta ironico il presidente di Sos Mediterranée Italia, Alessandro Porro - ci faranno risalire il Po per arrivare a Torino". La Sar Coordinator Luisa Albera si limita a quattro parole: "Guardate una carta geografica".

All'ordine non ci si può sottrarre, pena la violazione delle norme internazionali. Peccato che nella solerzia di Roma ci sia un trucco: l'approdo indicato dista 913 miglia e 40 tonnellate di carburante. Una "tassazione dei salvataggi" che per le Ong rischia di diventare inaffrontabile e adesso è diventata decreto, ma è soprattutto una condanna a morte per chi si gioca la vita sul Mediterraneo.

Alcuni dei naufraghi adesso a bordo di Ocean Viking lo sanno. Per questo forse guardano il mare, rassegnandosi all'ennesimo lutto. Poco dopo di loro, dalla Libia domenica sera è partito un secondo gommone. C'è chi ha lasciato fratelli, padri, amici. E di quella specie di canotto non si è trovata traccia. Ci ha provato l'equipaggio, scandagliando il mare con i binocoli. Ci hanno provato dall'alto i piloti volontari di Colibrì. Obbligata a puntare verso Marina di Ravenna, Ocean Viking ha dovuto far rotta verso Nord. Sul mare, sono rimasti tanti gusci vuoti, sinonimo di canotti e tinozze intercettati dalla Guardia Costiera libica. O di naufragi di cui nessuno sa o saprà nulla. Anche perché le navi delle Ong non hanno più il tempo di pattugliare, verificare, aiutare chi in mare è in difficoltà.

"Togliere dal mare mezzi salvavita, inviandoli in uno dei porti più a nord del Paese non è la soluzione", sibila Claire. Nelle sue parole c'è l'amarezza, la frustrazione, l'impotenza di tutto l'equipaggio. Che è addestrato, sa di avere i mezzi e le competenze per salvare persone, sa che la nave è in grado di accoglierne molte di più, sa che ce ne sono molte in pericolo perché le richieste di aiuto continuano ad arrivare. Ma non si può deviare troppo dalla rotta prestabilita. Pena: fermi, blocchi, sanzioni, con inevitabile stop delle attività per mesi, se non anni. Bisogna essere lucidi, prudenti, ragionare sul lungo periodo. "Ma nel frattempo c'è gente che muore - dice chi è di turno sul ponte - bambini come questi qui". Che ballano, giocano, si rincorrono sul ponte, ma se Ocean Viking non fosse arrivata adesso sarebbero forse sul fondo di un mare diventato un gigantesco cimitero.

"Tutto si è ridotto a una strategia politica, ci si è dimenticati che stiamo parlando di persone che potrebbero essere un tuo parente, il vicino di casa, chi incontri al supermercato - spiega invece Rebecca, ostetrica a capo del team medico - invece vengono trattati semplicemente come numeri". Come cose. Ma le cose non muoiono. Gli esseri umani sì. E in un anno il Mediterraneo centrale ne ha pretesi più di milletrecento.